Sorelle Selassiè dopo il GF Vip, Bortuzzo e Barù: la “pornografia del dolore” 2.0

Tra dichiarazioni dal curioso tempismo, dirette social e una narrazione che strizza tristemente l'occhio alla “pornografia del dolore”, le sorelle Selassié cercano di riscrivere la storia dopo la condanna di Lulù nei confronti di Manuel Bortuzzo: ma a che scopo?

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Sorelle Selassiè dopo il GF Vip
Sorelle Selassiè dopo il GF Vip
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Ma davvero? Proprio ora? Mentre la polvere della condanna per stalking a carico di Lulù Selassiè nei confronti di Manuel Bortuzzo fatica ancora a depositarsi, ecco che le sorelle, come per magia, tirano fuori dal cilindro storie “segrete” e versioni inedite che hanno – forse – un vago sapore dissimulatorio?

Una strategia esala tanfo riconoscibilissimo, quello della “pornografia del dolore”, pozza paludosa nella quale il privato viene sbattuto in piazza senza filtro alcuno, in un macabro teatrino mediatico che va avanti a distanza di anni dalla fine del Grande Fratello Vip.

Lulù, Clarissa e Jessica Selassiè al Grande Fratello Vip
Lulù, Clarissa e Jessica Selassiè al Grande Fratello Vip

Sorelle Selassiè dopo il GF Vip: “pornografia del dolore”, la cronistoria

A parlare, stavolta, è Jessica Selassié, che in una diretta su X con le fan, ha confermato dopo mesi di silenzi la sua relazione con Barù Gaetani, rivelando addirittura un blocco social da parte di quest’ultimo. Fin qui nulla di strano, se non fosse per il tempismo “curioso”: la rivelazione arriva a ridosso della condanna della sorella, quasi a voler inserire una nuova storyline nel copione mediatico.

Ma il filo conduttore qual è? Perché tirare in ballo una vicenda, per quanto personale, apparentemente slegata dal procedimento giudiziario che ha visto protagonista Lulù Selassiè

Il sospetto che si tratti di una mossa per diluire l’attenzione mediatica sulla condanna è forte e, francamente, sgradevole.

Lulù Selassiè parla di “incubo”

A questa narrazione si aggiunge il punto di vista della protagonista della vicenda legale, Lulù Selassiè. A più di una settimana dalla condanna a un anno e otto mesi per stalking, Lulù ha deciso di parlare, rilasciando dichiarazioni a Fanpage dopo essere intervenuta in un podcast di Gabriele Parpiglia (che no, proprio non riesce a non ricalcare ogni scelta investigativa di Selvaggia Lucarelli). 

L’ex gieffina definisce l’intera vicenda un “incubo, un film horror” da cui fatica a riprendersi.

Lulù ripercorre la “violenta rottura” con Manuel Bortuzzo, descrivendo come, dopo un periodo in cui “stavano benissimo” e lei era andata a vivere da lui, il 25 aprile il ragazzo aveva annunciato la fine della loro relazione con un post su Instagram, senza averla prima avvisata, e dopo una discussione per lei superficiale inerenti certe sue foto. “Mi crolla il mondo addosso”, racconta Lulù, sconvolta dal fatto che la fine di una storia venisse comunicata sui social senza un confronto diretto. 

Arrivata a Roma, secondo quanto racconta, Lulù non avrebbe avuto la possibilità di parlare con lui, perché Bortuzzo l’avrebbe bloccata. Lulù ricorda come solo due giorni prima festeggiassero il loro anniversario in albergo, mostrando messaggi a riprova del loro apparente benessere. In un’intervista successiva, Lulù ha definito la loro relazione “tossica”, negando però di aver mai aggredito l’ex fidanzato e definendo la denuncia un “tradimento”.

Tra dichiarazioni, dirette social e una narrazione incessante, le sorelle Selassié cercano di raccontare la loro versione della storia dopo la condanna di Lulù. Ma a che scopo?

Bortuzzo resta in silenzio, ma i segnali parlano chiaro

E Manuel Bortuzzo? La sua reazione, seppur silenziosa a livello di dichiarazioni dirette, parla chiaro. L’annullamento all’ultimo minuto della sua partecipazione al programma Rai “Tango”, motivato con un laconico “non se la sentiva di venire”, è emblematico.

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Dopo essere stato costretto a rivivere pubblicamente un periodo evidentemente doloroso, culminato in una condanna per stalking nei confronti della sua ex, Bortuzzo sembra comprensibilmente intenzionato a chiudere dunque il capitolo di una relazione che – va ricordato – anch’egli ha contribuito a divulgare pubblicamente. 

In precedenti dichiarazioni, Bortuzzo aveva spiegato di aver denunciato Selassié per tutelare la propria serenità, e aveva sottolineato a onor di cronaca che non c’era stata alcuna violenza fisica da parte di lei. Tuttavia Bortuzzo aveva apertamente parlato di un certo disagio causato dai suoi comportamenti insistenti. Il suo avvocato ha confermato il suo stato emotivo provato e il desiderio di voltare pagina.

A tenere alta la bandiera della difesa di Lulù ci pensa invece la sorella Clarissa Selassiè, che si è lanciata in una serie di interventi al vetriolo con tanto di commenti social pubblicando delle “prove”. 


In un’intervista a Fanpage, Clarissa non solo nega categoricamente episodi di stalking, ma offre una versione diametralmente opposta della relazione tra Lulù e Manuel. Secondo lei, la storia sarebbe stata tenuta segreta per volontà di Bortuzzo per quasi due anni, creando disagio a Lulù che desiderava vivere la relazione pubblicamente. 

Clarissa parla di un “tira e molla” e nega una particolare insistenza da parte di Lulù. Smentisce anche l’episodio del biglietto a Manchester, affermando di essere stata presente e di avere “foto e video” che testimoniano l’amore tra i due. 

Clarissa definisce “calunnie” le accuse mosse a Lulù e, pur ammettendo che la sorella abbia “esagerato in alcune circostanze”, contesta le supposizioni sulla sua salute mentale, definendole frutto di “persone ignoranti”.

Sorelle Selassiè: i riflettori non cancellano la sentenza

In definitiva, la narrazione delle sorelle Selassiè, arricchita ora dalla versione di Lulù che parla di “incubo” e “tradimento” a fronte di una condanna per stalking, con tempistiche sospette, lascia un retrogusto assai amaro. 

La sensazione chiara è di assistere a un palese tentativo di spostare l’attenzione da un evento grave verso dinamiche sentimentali passate, gettando ulteriore benzina sul fuoco di una vicenda già fin troppo esposta. 

Il rischio è che, a furia di spettacolarizzare il dolore, si finisca per sminuire la gravità dei fatti. Una condanna per stalking resta tale, indipendentemente dal contorno. 

Che bisogno c’era di tirare in ballo storie private e di riaprire ferite, se non per quel desiderio, a volte morboso, di non lasciare mai spegnere i riflettori? Una “pornografia del dolore” che non fa onore a nessuno e che, soprattutto, non cancella la realtà di una condanna che, per quanto a taluni possa apparire frettolosa, è pur sempre un pronunciamento della Giustizia.

Fatti tanto privati non dovrebbero essere trattati con maggiore rispetto e delicatezza?

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