“All’età di 13 anni la mia sessualità era un orrore segreto che cresceva dentro di me e cercavo disperatamente di scoprire chi fossi, quale futuro ci fosse per me”. Stephen Fry si racconta al Times dando voce all’inquietudine che lo ha accompagnato durante l’adolescenza.
Lo scrittore, attore, regista, attivista LGBTQIA+ britannico e chi più ne ha più ne metta non fa giri di parole quando parla del proprio passato:
Essere gay mi ha regalato anni di miseria ma anche un’educazione letteraria […] Conoscevo la disgrazia e l’umiliazione dei gay. Oscar Wilde mi aveva insegnato che sarebbe stata una vita di derisione, esilio e segretezza. E poi c’erano quegli scrittori, come EM Forster o Somerset Maugham, che tenevano la testa alta e mi facevano sentire che non si trattava solo di viscide e cupe persone in impermeabile in un terribile mondo di oscurità.
A salvarlo, in qualche modo, è stata la commedia: “Mi ha dato fiducia” confessa Fry. “Da adolescente non potevo piacere per le mie doti atletiche, il mio aspetto o la mia conoscenza della musica pop […] ma potevo far ridere la gente con i miei commenti oltraggiosi e la mia arguzia. Ho capito che si può usare la commedia per sedurre, ingannare, sorprendere“.
Malgrado abbia fatto coming out come uomo gay già negli anni Ottanta, per diverso tempo Stephen Fry (0ggi 67enne) non ha avuto relazioni:
Negli anni Ottanta ero conosciuto come ‘Stephen il casto’. Ero così entusiasta del mio lavoro che mi sono dimenticato di fare sesso. Era anche paura: nei bar gay mi sentivo sempre rifiutato. Non potevo ballare; non avevo un bell’aspetto. Tutto quello che volevo era sedermi e parlare. In un certo senso, però, sono stato fortunato: ho perso molti amici a causa dell’Aids.
Dal 2015 invece Fry, visto in film come Un pesce di nome Wanda, Wilde, Gosford Park, V per Vendetta, Lo Hobbit, è felice accanto al marito Elliott Spencer, più giovane di lui di 30 anni. Del consorte dice: “Mi ha insegnato tantissimo sul mondo, da Kendrick Lamar ai giochi. Oscar Wilde una volta disse che amava i giovani perché hanno molta più esperienza. Sono d’accordo. I giovani conoscono il mondo più di noi“.
