La storia della coppia di uomini uccisa dal Mostro di Firenze: erano gay? La verità sui sospetti di omosessualità

Il delitto di Giogoli del 1983: due studenti tedeschi uccisi dal Mostro di Firenze. Erano amici o una coppia gay? La verità mai detta sul caso e come la serie Netflix ha ricostruito il duplice omicidio.

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La storia della coppia di uomini uccisa dal Mostro di Firenze
La storia della coppia di uomini uccisa dal Mostro di Firenze
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La notte fra l’8 e il 9 settembre 1983, a Giogoli, frazione di Scandicci (Firenze), due giovani studenti tedeschi di 24 anni, Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch, trovavano la morte in circostanze tanto cruente quanto enigmatiche. Parcheggiati con il loro furgone Volkswagen in una piazzola sterrata accanto a via di Giogoli, erano in viaggio per l’Italia, immersi nella libertà del “van-tour”, ignari del pericolo che li attendeva.

Quell’agguato fu presto attribuito – per la sua simbolica continuità – al Mostro di Firenze, l’assassino seriale che aveva già seminato il terrore nella provincia toscana. Ma l’omicidio di Giogoli rompeva un modello consolidato: non una classica coppia uomo-donna appartata, bensì due uomini. Da qui il dubbio che avrebbe accompagnato per decenni il caso: erano semplici amici o una coppia gay? E se lo erano, quella notte divenne anche un delitto omofobico?

Il Mostro di Firenze
Il Mostro di Firenze, il caso del 1983

Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch uccisi dal Mostro di Firenze?

Secondo i verbali della Polizia Scientifica e le perizie successive, Meyer e Rüsch si trovavano all’interno del loro Volkswagen Transporter adibito a camper, dotato di un materasso, coperte, un piccolo tavolo e l’autoradio ancora accesa.

La scena era quella di una sosta tranquilla interrotta dal terrore. L’assassino esplose almeno sette colpi di pistola calibro 22 Winchester, la stessa arma usata nei precedenti delitti. Le traiettorie dei proiettili, a circa 1,40-1,50 metri da terra, portarono i periti a stimare che lo sparatore fosse alto almeno un metro e ottanta.

I corpi furono ritrovati nel vano posteriore del furgone: Meyer in posizione prona, Rüsch supino, entrambi seminudi ma con gli slip ancora indossati e intrisi di sangue. L’autopsia accertò tre colpi su Meyer (al fianco, al gluteo e alla nuca) e quattro su Rüsch (alla mano, alla coscia, alla bocca e al volto). Nessuna mutilazione, nessun segno di escissione post-mortem: un fatto unico nella serie di omicidi del Mostro.

La dinamica, ricostruita anni dopo da analisti come Enea Oltremari, mostra un’aggressione metodica: l’assassino si sarebbe avvicinato da entrambi i lati del furgone, sparando prima dall’esterno e poi, dopo aver aperto la portiera laterale, dall’interno. Una precisione che contrasta con la confusione dei rilievi di quella notte.

Due amici o una coppia gay? Chi erano le vittime

Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch
Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch

Horst Meyer e Jens-Uwe Rüsch erano studenti universitari di Münster. Entrambi ventiquattrenni, in viaggio verso l’Italia, avevano deciso di dormire nel van per contenere le spese. Non avevano precedenti penali né condotte anomale: erano due ragazzi qualunque.

Tuttavia, come riportato nel verbale dei Carabinieri e in analisi successive, la scena del crimine – due corpi maschili vicini, in biancheria intima, un’autoradio accesa e un cuscino stretto fra le braccia di uno di loro – spinse molti a sospettare un rapporto omosessuale.

Qui si apre una frattura tra le versioni. Alcune ricostruzioni dell’epoca attribuirono al commissario Pier Luigi Perugini l’affermazione che in Germania i due fossero attesi dalle rispettive fidanzate, ma tale dichiarazione non compare in alcun documento ufficiale. Un’ipotesi, dunque, mai verificata, come si legge sul blog Storia del Mostro di Firenze.

Al tempo stesso, il De Gothia riferì che la polizia tedesca li aveva definiti “due notori omosessuali”, ma anche in questo caso non ci sarebbe alcuna documentazione ufficiale.

La realtà, come spesso accade, resta nel mezzo. Sulle loro vite private rimase un margine di ambiguità: nessuna delle due versioni trovò mai conferma ufficiale, lasciando aperto il dubbio su chi fossero davvero e su come la loro identità possa aver influito sulla scelta dell’assassino.

Nessun segno di un rapporto sessuale in corso, nessuna certezza di una relazione sentimentale. Solo supposizioni, alimentate da un’epoca in cui anche la semplice ambiguità poteva diventare stigma.

La rivista Golden Gay e il mistero della lama

Parti della rivista Golden Gay
Parti della rivista Golden Gay

Sul terreno, a pochi metri dal furgone, gli inquirenti trovarono una rivista pornografica gay, dettaglio destinato a suscitare per anni ipotesi e simbolismi. Si trattava del numero 5 del mensile Golden Gay, pubblicato in Italia nell’agosto 1981 e ormai fuori commercio. La rivista non era strappata, come spesso si è scritto, ma tagliata con una lama: accanto al corpo principale furono trovate alcune pagine ritagliate con precisione e accartocciate a terra, come attestano i rilievi del Nucleo Operativo dei Carabinieri.

Quel dettaglio divenne, anni dopo, il centro di una teoria formulata dall’avvocato Luca Santoni Franchetti, parte civile in alcuni processi del Mostro. In un articolo apparso su Il Giornale il 23 maggio 1994 e ripreso dal Blog Quattro cose sul Mostro, Franchetti sosteneva che il gesto del taglio potesse avere un significato rituale:

“È un messaggio troppo preciso per ignorarlo. Il giornale Golden Gay non poteva appartenere ai tedeschi, poiché fuori commercio fin dall’81 e in lingua italiana. Non poteva essere stato messo lì in precedenza: i fogli non avevano tracce di intemperie o scolorimenti da sole. Perciò non può che averli messi lì il Mostro o qualcuno giunto con lui o subito dopo”.

Nello stesso articolo si ricordava che il fotoromanzo pubblicato su Golden Gay raccontava di un tribunale segreto di incappucciati che designa una vittima e la uccide violentandola, e che una delle pagine della rivista era “sistemata come se quella immagine fosse oggetto di culto”.

Per Franchetti, dunque, la rivista non era un reperto casuale ma una messa in scena simbolica, un segno lasciato dall’assassino o da chi lo aiutava. Un’ipotesi suggestiva, priva di riscontri oggettivi, ma che ancora oggi fa di Golden Gay uno degli indizi più enigmatici e inquietanti del delitto di Giogoli.

L’assassino sapeva che erano due uomini?

Coppia tedesca uccisa
Coppia tedesca uccisa

Molti studiosi si interrogano su questo punto. Alcuni ritengono che l’assassino possa aver confuso Rüsch per una donna, ingannato dai capelli lunghi e dal fisico minuto. Ma l’analisi più attenta della scena lo rende improbabile: il ragazzo era a torso nudo, e la differenza anatomica era evidente.

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È quindi plausibile che l’omicida sapesse perfettamente di trovarsi davanti due uomini. In tal caso, la scelta di ucciderli non deriverebbe da un errore, ma da una decisione consapevole

In questo senso, l’assenza di mutilazioni – tipiche dei delitti del Mostro – non rappresenta una deviazione, ma una coerenza logica: non c’era più da “punire la donna”, ma da eliminare due uomini colti in un atto che il killer percepiva come “contro natura”.

Un delitto omofobico?

Nel contesto dell’Italia dei primi anni ’80, ancora segnata da tabù e invisibilità attorno all’omosessualità, il sospetto che l’assassino avesse colpito due ragazzi ritenuti gay assume un peso enorme.

Nei verbali dell’epoca la rivista venne definita “a carattere omosessuale” e “indicativa del comportamento delle vittime”: un linguaggio intriso di moralismo che traduceva l’omosessualità in una categoria di sospetto.

Come sottolinea Storia del Mostro di Firenze: “Certo, qualunque fossero i gusti sessuali delle vittime, se etero, gay o bisex,  non sembra che dalla scena del crimine si possa desumere che al momento degli spari fosse in corso un atto sessuale”.

La zona di Giogoli, all’epoca, era nota come punto di ritrovo per coppie appartate e per alcuni stranieri che vi sostavano di notte, come riportano i verbali e le testimonianze raccolte dai Carabinieri. In un clima di forte moralismo e diffidenza verso le persone LGBTQ+, due uomini soli in un furgone potevano facilmente diventare, agli occhi sbagliati, un bersaglio.

Il simbolismo del “rituale mancato”

Nei delitti precedenti, il Mostro asportava con una lama le parti intime della donna, gesto interpretato come punizione della sessualità femminile. Nel delitto Meyer-Rüsch, invece, questo rituale scompare, ma il gesto del taglio si trasferisce sulla rivista pornografica gay.

Secondo diverse ipotesi dell’epoca, è come se l’assassino avesse “spostato” il suo rito purificatore dal corpo femminile al simbolo di un atto omosessuale, continuando la propria logica di controllo del desiderio e del peccato.

La lama resta il perno della sua ossessione: non più carne, ma carta; non più una donna “colpevole”, ma due uomini ritenuti “viziosi”.

La rimozione mediatica

Un altro elemento che avvalora la lettura omofobica è il silenzio mediatico che circondò il caso. Mentre per le altre coppie del Mostro si parlò di “gelosia”, “amori proibiti” e “passioni carnali”, nel 1983 quasi nessun giornale italiano scrisse apertamente della possibilità che le vittime fossero gay.

Le testate tedesche, al contrario, affrontarono il tema in modo diretto, parlando di “una presunta coppia omosessuale uccisa in Italia in circostanze inspiegabili”.

In Italia, la parola “omosessualità” restò un tabù anche nel linguaggio giudiziario. Le famiglie delle vittime scelsero il silenzio. La madre di Rüsch intervistata da Der Spiegel nel settembre 1983, disse soltanto:

“Mio figlio è morto in Italia in modo inspiegabile. Nessuno mi ha detto la verità”.

Una doppia morte, dunque: quella fisica e quella della memoria.

La memoria delle vittime

A più di quarant’anni dai fatti, Horst Meyer e Jens-Uwe Rüsch restano due nomi dimenticati, spesso ridotti a “turisti tedeschi uccisi dal Mostro”. Ma la loro storia ci costringe a ricordare che, dietro ogni cronaca nera, esistono persone reali.

Due giovani che viaggiavano in cerca di libertà, in un’Europa ancora timida nel parlare di differenze. Forse erano una coppia, forse solo amici. In ogni caso, la loro morte – e il sospetto che siano stati uccisi perché ritenuti gay – ci restituisce un’immagine crudele ma rivelatrice dell’Italia di allora: un Paese che non sapeva ancora come guardare la diversità, e che troppo spesso la trasformava in colpa.

La serie Netflix Il Mostro e la pornografia del dolore

Il Mostro

La recente serie Netflix Il Mostro, diretta da Stefano Sollima, ricostruisce i delitti del Mostro di Firenze con grande accuratezza visiva e un realismo che non risparmia nulla allo spettatore. Ma proprio questa ricerca di realismo apre una ferita: nella scelta di mostrare i corpi, il sangue, le armi, scompare quasi del tutto la presenza umana delle vittime.

Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch – i due studenti tedeschi assassinati a Giogoli nel 1983, forse scambiati per una coppia gay – vengono rappresentati come sagome da indagare, non come esseri umani con un volto e una vita. È la stessa disumanizzazione che li aveva condannati all’oblio già quarant’anni fa, quando la loro morte fu raccontata solo come “l’omicidio dei turisti tedeschi”. Allora come oggi, i loro nomi sembrano secondari rispetto alla spettacolarità del male.

La serie privilegia le modalità dello sparo, la carne, la sospensione del corpo, più che la verità intima di chi è stato colpito. Come osserva Cinemonitor, Il Mostro “sembra una soap tendente al kitsch e intrisa di morbosità”: un’estetica del dolore che, in alcuni passaggi, sfiora la pornografia della violenza.

La storia non si limita a evocare l’orrore, ma lo esibisce. E in questo processo le vittime reali, tra cui due giovani che forse furono uccisi anche per la loro identità sessuale o percepita tale, vengono ridotte a oggetti narrativi, strumenti di atmosfera, mai persone.

Non si tratta solo di fedeltà storica, ma di etica del racconto. Mostrare la violenza può essere necessario, ma cancellare i nomi di chi l’ha subita è una vittoria della forma sulla memoria.

Come ricordava Rolling Stone Italia, la serie si definisce un “anti-thriller”, non un’opera di cronaca: non cerca risposte, ma mostra l’assenza di risposte come parte del dolore collettivo. Resta però legittimo chiedersi: se il fine è evocare il dolore, perché non restituire anche la voce e la persona?

Nel caso di Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch, quella omissione pesa ancora di più. Raccontare il delitto senza raccontare le vite significa lasciare un vuoto. E quel vuoto, sullo schermo, finisce inevitabilmente per essere riempito da immagini, shock e voyeurismo.

© Riproduzione riservata.

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