La miniserie Netflix Il Mostro, diretta da Stefano Sollima, riapre uno dei casi più controversi e mai davvero conclusi della cronaca italiana: il Mostro di Firenze. Tra le archetipiche figure di mariti, amanti e sospetti, emerge con forza quella di Salvatore Vinci, che cattura l’attenzione soprattutto per la sua dimensione sfuggente, complessa e tragica.
Una complessità che emerge, in modo particolare, non solo come sospettato, ma come soggetto con una sessualità documentata come non esclusiva. La serie, presentata alla Mostra di Venezia 82, inserisce infatti nel racconto la dimensione bisessuale del personaggio, sulla base di atti investigativi degli anni ‘80. Ma quanto c’è di vero nei verbali e negli atti giudiziari? E come la serie Netflix ha scelto di tradurlo nella narrazione?
In questo articolo
- 1 Il Mostro di Stefano Sollima e la figura di Salvatore Vinci
- 2 Le fonti documentali: atti, verbali e rapporti
- 3 Mele e Vinci: segreti, vergogna e relazioni ambigue nel caso del Mostro di Firenze
- 4 Eventi successivi: la denuncia del 1988
- 5 Interpretazioni investigative: sessualità come indizio e come arma
- 6 La trasposizione nella serie: bilanci e limiti
- 7 Salvatore Vinci e Stefano Mele: i loro ruoli nel caso di cronaca
Il Mostro di Stefano Sollima e la figura di Salvatore Vinci
Prima di entrare nella figura di Salvatore Vinci, conviene frammentare brevemente come la serie inserisce la sua sessualità. Il Mostro – su Netflix dal 22 ottobre – si articola in 4 episodi e cerca un equilibrio delicato tra ricostruzione storica e impianto drammatico.
Sollima ha dichiarato che non intendeva dare giudizi, ma mostrare l’ambiguità, la doppia vita, la confusione tra affetto e possesso, libertà e vergogna, che emergeva già dai verbali. Per farlo, ha deciso di partire dall’inizio, ovvero dalla pista sarda, la prima indagine ufficiale sul Mostro, che coinvolge Stefano Mele, marito della prima vittima, Barbara Locci, e i fratelli sardi, Salvatore e Francesco Vinci.
Il racconto televisivo sceglie di rappresentare Salvatore Vinci come figura ambigua, manipolatrice, che esercita potere attraverso le relazioni intime e che naviga fra vari desideri – non soltanto maschili o femminili – coerentemente con alcuni dettagli emersi dai documenti d’epoca.
In questo contesto, la bisessualità di Vinci non è facilmente uno “scandalo” da parata mediatica, ma una tessera nella lettura d’insieme dei segreti, dei ricatti e delle gerarchie relazionali all’interno del gruppo investigato come “pista sarda”.
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Le fonti documentali: atti, verbali e rapporti
Il Rapporto giudiziario dei Carabinieri di Firenze del 1986 e relativo alle ulteriori indagini sui duplici omicidi commessi nella provincia fiorentina dall’agosto del 1968 al settembre del 1985, contiene un passaggio spesso citato: la definizione di “sessualità non esclusiva”, con “rapporti con donne e rapporti con uomini”.
Nel rapporto, si trovano dettagli di frequentazioni intime ripetute, non di un episodio isolato, che includono anche relazioni con uomini (come Saverio Silvano Biancalani) e rapporti in luoghi pubblici nei quali Vinci avrebbe cercato contatti maschili.
Si menzionano inoltre “rapporti omosessuali tra i due uomini, divenuti a tre ed infine a quattro”, iniziati ben prima del noto delitto del 1968 e che non avrebbero “subito mai alcuna interruzione nel tempo”, come emerso dalle intercettazioni telefoniche e dalle testimonianze raccolte. Rapporti affettuosi e “soprattutto sessuali”, che implicherebbero momenti di interazione di Vinci, non solo con donne, ma anche con uomini. Questo aspetto rafforza l’idea che la dimensione bisessuale fosse attiva e non marginale.
Mele e Vinci: segreti, vergogna e relazioni ambigue nel caso del Mostro di Firenze
Secondo gli interrogatori del 1985, Stefano Mele confessò di aver avuto con Salvatore Vinci non solo rapporti di amicizia o di rivalità, ma anche sessuali. Dagli stessi interrogatori emergerebbe al tempo stesso la sua vergogna, come chiave del mistero del ’68: “La vergogna che si sapesse che aveva avuto rapporti omosessuali con Salvatore Vinci”, si legge nel libro Dolci colline di sangue di Mario Spezi e ripreso dal blog Quattro cose sul mostro. Mele avrebbe parlato di rapporti a tre tra lui, la moglie Barbara Locci e Vinci, avvenuti “alle Cascine, o sulle piazzole di sosta dell’autostrada”, dove cercavano “amanti occasionali per Barbara perché loro potessero guardare”.
Secondo il magistrato Torrisi, il silenzio di Mele derivava dalla “profonda vergogna che possano venire fuori i risvolti della sua depravazione sessuale e di Vinci Salvatore”. In altre parole, Mele avrebbe taciuto per vergogna dei suoi rapporti omosessuali con Vinci, non per timore o per affetto. Dopo giorni di carcere, accusò Vinci, ma solo dopo aver già ammesso la natura intima del loro legame. Tuttavia, anche dopo aver rivelato la “vergogna” dei rapporti, Mele continuò a esitare nel coinvolgere Vinci nel delitto, segno che la relazione tra i due era complessa e ambigua, fatta di dipendenza e diffidenza reciproca.
Eventi successivi: la denuncia del 1988

Un episodio meno noto ma suggestivo è la denuncia – poi ritirata – che nel 1° giugno 1988 un vicino di casa presentò contro Vinci per un presunto assalto sessuale a un uomo di 60 anni. L’episodio ebbe qualche eco nei giornali dell’epoca, tra cui L’Unità e La Repubblica.
Fu significativo che la denuncia arrivasse immediatamente dopo la scarcerazione di Vinci e che il sospettato del Mostro di Firenze, appena libero, fosse accusato di un tentativo di aggressione sessuale non ai danni di una donna o di una coppia, ma di un uomo di 60 anni, il cui ruolo poteva essere stato quello di mantenere “legato” Vinci alla giustizia, come sottolineò il Procuratore.
Interpretazioni investigative: sessualità come indizio e come arma
L’emergere della bisessualità di Vinci non è stata percepita dagli investigatori come una curiosità erotica, ma come una traccia da sondare nel mosaico complesso dei moventi e delle relazioni interne al gruppo sardo. Il dato sessuale poteva offrire chiavi per ricatti, gelosie, dipendenze.
Nel Rapporto giudiziario dei Carabinieri del 1986 si rileva che gli inquirenti tentarono di leggere le relazioni intime come strumenti per comprendere legami di potere, debiti morali e rapporti di subordinazione all’interno del nucleo che gravita attorno alla Locci-Mele-Vinci.
La cosiddetta pista sarda, che collega gli emigrati sardi nella provincia di Firenze ai delitti attribuiti al Mostro, utilizza la dimensione sessuale di Vinci come elemento di vulnerabilità relazionale: chi potrebbe avere “debiti” o essere ricattato, chi avrebbe potere su chi, chi avrebbe moventi segreti. In questo contesto, la bisessualità diventa merce di inchiesta.
Ma è importante precisare: nessuna delle inchieste storiche ha prodotto una condanna definitiva di Vinci per i delitti del Mostro, e la presenza di una sessualità non esclusiva non è di per sé prova di responsabilità criminale.
La trasposizione nella serie: bilanci e limiti
Nel costruire la versione televisiva, Sollima e il team di sceneggiatori operano una mediazione: la bisessualità non è un’aggiunta “sensazionalistica”, ma parte della tessitura drammatica. Tuttavia, per esigenze narrative, alcuni dettagli – come la partecipazione attiva nei triangoli o la dimensione voyeuristica – sono enfatizzati o condensati.
La serie mostra Vinci in scena con relazioni sia con uomini che con donne, e intreccia passioni, gelosie e dinamiche di controllo. L’obiettivo è non “normalizzare” né demonizzare, ma restituire una figura contraddittoria, racchiusa tra affetti e violenze.
La rappresentazione non è neutra. In molti commenti critici si sottolinea che la serie mette in scena “un mostro ossessionato dal sesso, in diverse sue forme: omosessualità, voyeurismo, avventure estreme”, come scrive La Nazione.
In questo mondo claustrofobico, la donna non ha un ruolo da protagonista: è merce di scambio, oggetto di possesso, spesso tradita o usata per mascherare relazioni omosessuali. Sollima racconta tutto attraverso gli occhi degli uomini che abitano questo sistema, senza vie di fuga morali, costringendo lo spettatore a comprendere dall’interno come una società possa generare “mostri”.
Nell’ottica queer, questa rappresentazione è significativa: si pone come uno sguardo che non nasconde le inclinazioni di Vinci né le inquadra come “depravazioni”, ma le mostra incuneate in un contesto culturale che condanna la libertà e che ha, nell’Italia degli anni ’60-’80, vistosi pregiudizi rispetto a sessualità non conformi.
Salvatore Vinci e Stefano Mele: i loro ruoli nel caso di cronaca
Salvatore Vinci e Stefano Mele furono coinvolti in modo controverso nelle indagini sul Mostro di Firenze, autore tra il 1968 e il 1985 di otto duplice omicidi di coppie. Stefano Mele, già detenuto per altri reati e marito della prima vittima, accusò nel 1988 Vinci di essere collegato agli omicidi, fornendo dettagli sulle armi e sulle modalità dei delitti; le sue dichiarazioni furono però contrastate da ritrattazioni e da sospetti su possibili motivazioni personali.
Mele rimase in carcere per precedenti condanne e per alcune accuse collegate al caso, ma la sua affidabilità come testimone fu spesso messa in dubbio. Salvatore Vinci, invece, pur essendo stato arrestato più volte e indagato per vicende legate a violenze e aggressioni sessuali, non fu mai formalmente incriminato per gli omicidi del Mostro di Firenze, e in diverse occasioni fu assolto o rilasciato.
Le testimonianze di Mele rimasero quindi centrali nel dibattito giudiziario, alimentando sospetti e polemiche, mentre il caso continuava a essere avvolto in una fitta rete di accuse, contraddizioni e misteri irrisolti.
Anche la figura di Saverio Silvano Biancalani – mai formalmente accusato o incriminato per gli omicidi – risulta centrale per comprendere come gli inquirenti inquadrassero i legami di Vinci e le loro implicazioni. Tuttavia, permangono diverse zone d’ombra: non esiste una dichiarazione diretta di Vinci sul proprio orientamento sessuale, molte testimonianze restano indirette o filtrate dal contesto sociale, e spesso gli atti investigativi utilizzano etichette più come strumenti operativi che come descrizione fedele della complessità della sua vita privata.

