Storia di un coming out normalissimo

Sto provando ad accettare di non essere speciale. Sto cercando di accettare di non aver sofferto più degli altri. Sto cercando di giocarmela ad armi pari. Perché forse solo così possiamo davvero essere inclusivi. Con il ciccione. Con lo sfigato. E con il frocio.

Jacopo Bedussi Gay.it
Jacopo Bedussi Gay.it
3 min. di lettura

Quando ho fatto coming out con i miei genitori avevo 15 anni. Da quel momento la mia vita è cambiata per sempre.

No, non è vero. Cioè è vero che quando ho fatto coming out coi miei genitori avevo 15 anni, ma poi non è cambiato proprio niente. I miei amici, quelli con cui uscivo, lo sapevano già. L’anno prima mi ero innamorato di un compagno di scuola, ci eravamo baciati, avevamo anche fatto sesso. Era stato bellissimo. Sentivo che l’avrei amato per sempre, per tutta la vita. Ci siamo lasciati dopo circa tre settimane e ho sofferto tantissimo, proprio come succedeva a tutti i miei compagni. Ma tornando al coming out, quando l’ho detto ai miei non sono successe un sacco di cose. Non mi hanno buttato fuori di casa innanzitutto. Non si è neanche messo a piangere nessuno. Mio padre non ha smesso di parlare per dei mesi. Addirittura nessuno ha fatto finta che il mio coming out non fosse mai accaduto. Se non ricordo male i miei stavano uscendo a cena, e stavamo litigando per non so quale motivo.

Quando ho detto loro che mi piacevano i maschi mi hanno risposto che in effetti lo immaginavano già da un po’, ma che erano contenti avessi accordato loro abbastanza fiducia da dirglielo apertamente.

Mi hanno detto che mi volevano bene, anche se beh lo sapevo già. Ma che la punizione per cui stavamo litigando rimaneva lì, loro uscivano, se volevo mangiare il frigo era pieno, ma quella sera sarei rimasto a casa.

E poi niente, nella mia vita di adolescente non sono successe un sacco di cose per il fatto che fossi gay: a scuola nessuno mi picchiava, volevo molto bene ai miei compagni con cui uscivo quasi tutti i giorni e bevevamo e ci facevamo le canne, e loro erano etero e io ero frocio. E quando ci sfottevamo tra noi capitava che a quello grasso si desse del ciccione e a quello che non aveva mai visto una figa si desse dello sfigato e a me si desse del ricchione. Ma questo non faceva che renderci tutti più amici, non meno amici. Poi mi sono innamorato di nuovo, lui ogni tanto veniva a dormire a casa dei miei, la mamma di lui mandava le melanzane sott’olio alla mia. Pensavo che ci saremmo amati per tutta la vita, poi niente, vabè, il solito.

Solo adesso che sono molto più adulto riesco a trovare la forza di raccontare tutte le cose brutte che non mi sono successe.

Non so perché lo racconti ora. Davvero non c’è un motivo. So solo che mi gira in testa da un po’.

Che adesso che i diritti, in ritardo, piano piano, stanno arrivando, mi rendo sempre più conto che tutti noi dovremmo farci un esame di coscienza.

Vogliamo essere normali? Ok, è giusto. Ma abbiamo una vaga idea di quanto sia drammatico essere normali? Drammatico e bellissimo eh. Ma accettare di essere normali vuol dire non poter più considerarsi speciali solo perché siamo gay. Dobbiamo renderci conto che i nostri drammi, quelli dell’adolescenza, tutto quello che abbiamo sofferto, non sono figli di un poema epico omosessuale. O almeno non i miei.

Sono stato male perché avevo 15 anni. Se ci ripenso adesso non fatico a credere che stessero male anche i più fighi. Stava male anche il mio amico che lo volevano tutte, ma proprio tutte, ma non aveva il papà. Stava male il mio amico ciccione. Stava male il mio amico che era un po’ più povero di noi e quando decidevamo di fare certe cose lui diceva di avere un altro impegno.

Io sto provando ad accettare di non essere speciale.

Sto cercando di accettare di non aver sofferto più degli altri.

Sto cercando di giocarmela ad armi pari.

E sto anche pensando che la mia posizione progressista nei confronti di una società inclusiva, non possa che nascere da una mia inclusività forte, sistematica e forse esasperata nei confronti di tutto ciò che è normale.

La forza della mia storia personale è il suo essere completamente non interessante.

E se c’è una cosa che vorrei dire a tutti i ragazzini gay di tredici anni che hanno dei dubbi sul fare coming out, è che potranno avere l’adolescenza più noiosa e ordinaria possibile. Sono qui a dimostrarlo.  (Jacopo Bedussi)

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Anto Salerno 7.4.17 - 16:05

Il problema non è la reazione della società.. E' che i ragazzi gay italiani non si considerano tali.. Danno la colpa alla società ma sn loro che hanno dei problemi.. Si fidanzano con donna appositamente per nascondersi.. Per poi fare sesso gay in provato con altri ragazzi etero "curiosi" come si definiscono.. Sono tutti convinti di essere etero anche se in realtà ci piace l organo genitale maschile e fanno solo sesso con maschi.. Perversione.. Trasgressione divertimento tra maschi la chiamano.. Quindi il problema non è la società ma sono i gay stessi...

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Mauro Magoelite Casotti 19.9.16 - 5:12

L'articolo è bellissimo. Ma quello che ti è accaduto, e che accade a sempre più ragazzi (purtroppo a troppi invece succedono altre cose) non cade dal cielo. E' il risultato di battaglie politiche e civili, e di sputi presi in strada da tanti attivisti, perchè le cose potessero cambiare. Per questo ogni ragazzo felice e sereno dovrebbe fare la sua parte in questo tipo di impegno. Anche dichiararsi è un atto di responsabilità ed ha "effetti politici". Bravo tu, in ogni caso :)

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Giovanni Di Colere 15.9.16 - 11:41

Mio padre non mi ha parlato per un anno mia madre avrebbe voluto ma non volevo io. Andate a quel paese anzi ci vado io. Così ho detto e così ho fatto. Sono andato a Londra. Niente più Natale a casa in famiglia. Chi vi ha chiesto di mettermi al mondo?

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Alberto Reale 15.9.16 - 10:32

Per cortesia piantatela di spalmare gli articoli su più pagine solo per racimolare qualche visualizzazione in più, è patetico.

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dan 15.9.16 - 9:00

Almeno non sono l'unico... Anch'io l'ho detto ai miei genitori più o meno a quell'età. E anche per me non è cambiato assolutamente nulla. Non che me lo aspettassi.

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