Nel suo nuovo libro “Fondato sulla sabbia – Un viaggio nel futuro di Israele” (Garzanti, 2025), Anna Momigliano affronta con lucidità e partecipazione una domanda scomoda ma necessaria: come si è arrivati alla catastrofe di oggi? Giornalista e studiosa da sempre legata a Israele – un Paese che ha amato, abitato, osservato da vicino – Momigliano parte da molto prima del 7 ottobre 2023 per raccontare il lento scivolamento di una nazione verso l’abisso.

Chi è Anna Momigliano

Tel Aviv Pride Anna Momigliano intervista Fondato sulla sabbia
Anna Momigliano è una giornalista e saggista italiana, esperta di Israele e Medio Oriente. Collabora con testate italiane e internazionali e ha vissuto a lungo a Tel Aviv. “Fondato sulla sabbia” è stato pubblicato nel maggio 2025 per Garzanti

Giornalista e autrice italiana, specializzata in politica estera, società e cultura israeliana, Anna Momigliano collabora con testate italiane e internazionali come Haaretz, The Atlantic, The Washington Post e Corriere della Sera. Ha vissuto a lungo tra Milano e Tel Aviv, seguendo da vicino le trasformazioni politiche e sociali dello Stato ebraico. Il suo approccio mescola l’analisi politica con uno sguardo antropologico alle dinamiche interne di Israele, tra cambiamenti demografici, identità religiose e contraddizioni culturali.

Nel nuovo libro, il suo viaggio nel paese “Fondato sulla sabbia” incrocia tre mutamenti profondi:

  • la rimozione del conflitto israelo-palestinese dal dibattito politico interno
  • l’assuefazione collettiva alla violenza – divenuta quasi una ciclica amministrazione della morte, soprattutto su Gaza
  • un ribaltamento demografico che ha portato in primo piano istanze religiose e ultranazionaliste prima marginali.

Israele, sostiene Momigliano, ha smesso da tempo di cercare soluzioni: gestisce, reprime, dimentica.

Ma Fondato sulla sabbia non è un atto d’accusa univoco, né un’esibizione di contrizione. È piuttosto un tentativo onesto e intellettualmente rigoroso di spiegare un’identità complessa, fatta anche di cultura, lingua, religione e bellezza, oltre che di miopie. Un libro urgente, per capire Israele oggi senza cedere né all’apologia, né al pregiudizio.

Insieme a Diego Passoni, in occasione del Pride Month e del Tel Aviv Pride (parata il 14 Giugno), ci siamo interrogati sul significato di celebrare la visibilità LGBTQIA+ in un contesto geopolitico così complesso come quello israeliano. Per orientarci, ne abbiamo parlato proprio con Anna Momigliano.

 

Intervista ad Anna Momigliano autrice di Fondato sulla sabbia

Anna, nel libro parli di Israele come diviso in “quattro tribù”. Cosa intendi esattamente?

È un’espressione che prendo in prestito da Reuven Rivlin, ex presidente d’Israele. Diceva che, al netto delle infinite sfumature, la società israeliana si può dividere in quattro grandi gruppi: i palestinesi con cittadinanza israeliana, gli ebrei laici, i nazional-religiosi e gli ebrei ultraortodossi. Due di questi gruppi – i palestinesi e gli ultraortodossi – non si identificano con il sionismo. Eppure, paradossalmente, nella pratica politica vediamo spesso alleanze tra nazionalisti religiosi e ultraortodossi. È una coalizione ideologicamente incoerente, ma oggi dominante.

E i diritti LGBTQIA+? Come si collocano nell’Israele di oggi?

Noi in Occidente tendiamo a legare la questione queer alla gioventù e al progresso, ma in Israele non è così semplice. Chi fa più figli? Gli ultraortodossi, i nazional-religiosi e poi i palestinesi. Gli ebrei laici – storicamente più aperti sui diritti queer – sono demograficamente in calo. Tel Aviv è ancora percepita come gay-friendly, ma rappresenta solo una fetta della realtà israeliana. Anni fa, paradossalmente, Israele era più avanti di molti Paesi occidentali. Oggi è rimasto fermo, mentre altrove si è andati avanti.

Quando è iniziato l’abisso di Israele?

Una data simbolica potrebbe essere il 2009, l’inizio dell’era Netanyahu, un vero “regno” interrotto a fasi alterne. In quel periodo i nazional-religiosi – spesso i coloni – iniziano a contare sempre di più. Fino agli anni 2000 erano visti come marginali. Oggi sono integrati nella società, al punto che c’è un giudice della Corte Suprema che viene da una colonia.

Israele promuove il turismo LGBTQ, specialmente a Tel Aviv. Soft power o pinkwashing?

Entrambi. Da un lato c’è una strategia di marketing turistico: Tel Aviv punta su una cultura LGBTQIA+ che porta soldi e visibilità. Dall’altro c’è un uso politico di questa immagine: “Guardate quanto siamo progressisti rispetto al resto del Medio Oriente”. Ed è vero, sulla carta Israele è molto più tollerante. Ma questo non può essere usato per giustificare tutto il resto.

Anche in Occidente organizziamo Pride sull’orlo del baratro?

Sì, perché spesso viviamo dentro a una “zona d’interesse”, per citare il titolo di un recente film. Festeggiamo, facciamo i Pride, mentre accanto – letteralmente – c’è un abisso. E lo stesso vale per il turismo LGBTQ in luoghi dove le persone locali non hanno la libertà che noi diamo per scontata. È un tema che mi tocca profondamente: quando c’è una disparità così estrema di potere, c’è il rischio di abuso, anche inconsapevole.

Come dobbiamo guardare oggi al Pride di Tel Aviv in Israele?

Il rischio di strumentalizzazione c’è, ovviamente. Il Pride può essere usato – come spesso è accaduto – per operazioni di pinkwashing. Ma quest’anno, credo che sarà difficile: il clima è profondamente cambiato. Certo, anche io trovo inquietante l’idea di ballare davanti a un baratro. Ma non mi sento di condannare chi lo farà: l’identità queer merita di essere vissuta e rivendicata, anche con la musica alta e le paillettes, anche accanto a Gaza. Quello che mi preoccupa davvero è quando questa celebrazione viene strumentalizzata per giustificare bombardamenti e stermini. Dire: “Noi siamo migliori perché tolleriamo i gay, quindi abbiamo il diritto di radere al suolo Gaza” è un cortocircuito etico e politico inaccettabile.

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Parli spesso di “assuefazione alla violenza”. Cosa intendi esattamente?

È un processo iniziato nel 2008-2009 con l’operazione “Piombo Fuso”. Israele reagisce ai razzi di Hamas con bombardamenti ciclici e sempre più intensi su Gaza. Il numero dei morti cresce esponenzialmente, ma quasi tutti sono palestinesi. Questo rende la violenza ripetitiva e prevedibile, come se fosse un’abitudine. All’inizio, la società israeliana reagiva, i media raccontavano il dolore, anche palestinese. Poi, con il tempo, ci si è anestetizzati. E il 7 ottobre ha accelerato questo processo: la paura ha generato un fatalismo cupo, che ha reso ogni risposta più estrema quasi giustificabile.

L’Europa sta “israelizzando” il proprio modello di sicurezza?

Israele è stato militarizzato per necessità storiche. Ma estendere quel modello altrove, per prevenzione o per ideologia, è pericoloso. Non auspico affatto che davanti agli asili italiani compaiano soldati armati. È un errore sia idealizzare sia demonizzare il modello israeliano. Quando Rabin firmò gli accordi di Oslo, parlava apertamente di proteggere i civili – anche con armi – ma per evitare attentati, non per militarizzare la società. Oggi, è diverso.

E sul concetto di “sionismo”? È diventato sinonimo di guerra per molti

Il sionismo è un’ideologia nazionale nata come tutte quelle europee dell’Ottocento: ogni popolo ha diritto a uno Stato. Oggi può sembrare superata, ma non è un’idea mostruosa o anomala. Usarla come sinonimo di violenza è fuorviante. Ci sono ebrei ultraortodossi antisionisti e coloni sionisti armati fino ai denti: le geometrie politiche sono molto più complesse. Il punto, semmai, è che Israele esiste. E come con l’unificazione d’Italia, non possiamo semplicemente negarlo: possiamo solo lavorare sul presente, non sulla nostalgia o la negazione del passato.

Il Pride, allora, può avere ancora un senso?

Sì. Il Pride è anche questo: resistere. Non è solo una festa, non è solo il diritto alla visibilità, ma il diritto a esistere senza persecuzione. Ovunque una persona queer sfida lo status quo, in Israele come in Polonia o in Ungheria, lì nasce un Pride autentico. Ma dobbiamo imparare a guardare anche alle esclusioni interne ai nostri Pride: ai migranti queer, alle persone senza documenti, a chi è stato messo ai margini. Il capitalismo ci ha dato visibilità, sì, ma ha lasciato fuori le soggettività più vulnerabili. E questo vale ovunque.

Di cosa parla “Fondato sulla sabbia – Un viaggio nel futuro di Israele” (Garzanti, 2025) di Anna Momigliano

 

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Israele non è una roccia: è sabbia. Sabbia compressa da decenni di paura, colonialismo, esilio. Sabbia che Anna Momigliano scava con delicatezza e rabbia, nel suo ‘Fondato sulla sabbia’, un libro che non parla direttamente dell’invasione e dello sterminio di Gaza, ma li contiene tutti, come una ferita che pulsa sotto pelle in una polveriera di batteri destinati a riprodurre infezioni su infezioni. Un’escalation che mescola etnie, ottocentesche ambizioni di “Stato Nazione”, razzismi reciproci e ferocia che genera nuova ferocia.

Scrive da dentro e da fuori, Momigliano: non israeliana, ma quasi. Parla la lingua, ci ha vissuto, conosce i codici. E li smonta, con chirurgica tenerezza. Racconta un paese che si è fatto Stato sul sangue – come pressoché tutti gli Stati – per fame di sopravvivenza, e che poi ha costruito la propria identità su un trauma rimosso: la cacciata dei palestinesi. Non un semplice conflitto, ma una frattura ontologica. Gli ebrei non avevano un’altra terra. I palestinesi sono stati spinti fuori dalla loro. Da lì, la spirale.

Il libro è una mappa di identità in acuta tensione. Gli israeliani ebrei non sono un blocco unico: sono ashkenaziti, mizrahì, etiopi, russi. Il melting pot si è trasformato in stratificazione sociale. Gli arabi israeliani – oggi preferiscono chiamarsi “palestinesi del 1948” – sono cittadini ma trattati da ospiti. Possono votare, ma abitano in scuole, città, vite parallele.

C’è spazio anche per l’ambiguità arcobaleno: Tel Aviv queer-friendly, il Pride con i carri dell’esercito, la retorica dei “diritti civili” usata come scudo davanti alle bombe. Si chiama pinkwashing, e Momigliano lo nomina con esattezza.

Nessuna soluzione semplice. Nessuna favola di pace. Ma un’intuizione chiara: finché si continuerà a negare la verità dell’altro – del palestinese espulso, del soldato traumatizzato, del cittadino diviso a metà – la sabbia continuerà a franare. Non è solo geopolitica. È identità, e la domanda, quella vera, è: può un popolo fondarsi sull’esclusione di un altro senza autodistruggersi?

Israele mi ha tradito?

 

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