Un giorno uno di noi di Giancarlo Pastore, un viaggio d’amore tra due uomini per le strade d’America – l’intervista

Giancarlo Pastore mostra quanto l’amore ci faccia tornare adolescenti, fisicamente impacciati ma appassionati e attenti, incantati. La nostra intervista.

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Nato a Torino nel 1967, Giancarlo Pastore vive e lavora attualmente a Bruxelles insieme a suo marito, dopo aver vissuto non pochi anni negli Stati Uniti d’America. Un’esperienza rivelatasi assai utile per dar vita ad Un giorno uno di noi, romanzo a tematica LGBT edito da Marsilio, in libreria dal 18 giugno scorso.

Siamo in estate, Graziano è laureato in lingue e letterature straniere, lavora in un ristorante e non sa cosa fare dopo gli studi. La casa dove vive con Alex, un compagno di università, è afosa e ha qualcosa di stantio, e il cane Lucky, l’unico amore della sua vita, è morto. Nonostante la giovinezza, tutto gli sembra immobile, e la città di Torino riverbera questa immobilità. Un giorno, nel ristorante dove nulla accade, arriva Edoardo, un uomo che pare avere sia un passato che un futuro e che, sorridendo, gli propone un lavoro: accompagnarlo in America, per un viaggio. Graziano è incredulo ma, in fondo, nulla lo trattiene a Torino, nemmeno i genitori, con i quali la vita, d’altronde, non è stata né facile né piacevole. La richiesta è semplice: dovrà solo guidare la macchina. Così, dalla costa del New England fino a Los Angeles, nel più classico e sognato dei coast to coast, Edoardo e Graziano impareranno a conoscere le proprie fragilità, i propri desideri, e a fare i conti con le proprie malattie, quelle vere e quelle immaginarie, che sono, tuttavia, altrettanto dolorose.

Giancarlo Pastore, con una scrittura pulita e toccante, racconta una bellissima storia d’amore. Da una stanza d’albergo a un’altra, in una danza – virile e composta – che avvicina e allontana Edoardo e Graziano, tra una menzogna dichiarata e i sogni nei quali il cane Lucky continua a correre e confortare, questi due giovani uomini trovano il coraggio di scoprirsi e trovarsi.

Ivan Cotroneo, regista e sceneggiatore, ha tessuto le lodi di un romanzo che scorre via veloce tra le strade di un’America ammaliante: «Un viaggio che non è solo l’attraversamento fisico di un continente, ma l’erosione di una antica solitudine quando finalmente incontra la vita. Edoardo e Graziano sono più che due personaggi. Sono due anime che felicemente non dimenticheremo. Un romanzo duro come un pugno allo stomaco, e commovente come una speranza che si realizza».

Ne abbiamo parlato con il suo autore, Giancarlo Pastore, negli scorsi anni già visto all’opera con i romanzi Meduse (Bompiani 2003, tradotto negli Stati Uniti), Regina (Bompiani 2007) e la raccolta di racconti Io non so chi sei (Instar Libri 2009, premio Cocito).

Intervista a Giancarlo Pastore

Un viaggio lungo l’America ma anche alla ricerca di sé stessi. Impossibile non chiederti se tu lo abbia fatto veramente, questo straordinario coast-to-coast a stelle e strisce, e se sì con chi. Dove nasce l’idea di Un giorno uno di Noi.

Ho vissuto negli Stati Uniti e ci ho passato la maggior parte delle mie ultime vacanze, fino ad ora ho attraversato più di trenta stati. Il coast-to-coast del libro corrisponde tappa per tappa a un viaggio fatto nel 2008. Ho lasciato questo riferimento temporale perché mi piaceva l’idea di un paese che si apriva alla speranza, a Obama. Sono partito con il mio compagno, che sarebbe diventato poi mio marito, portandomi dietro un quaderno in cui ho appuntato tutto ciò che vedevo: nomi di luoghi, di strade, descrizioni di persone, di atmosfere, cibi. Sapevo già che avrei scritto di quel viaggio, volevo raccontare una storia d’amore, e non solo tra i due personaggi: volevo metterci anche il mio amore per certi paesaggi e per certe letture.

Quella che racconti è una storia d’amore dolcissima nella sua rudezza, legata in particolar modo al passato di uno dei due protagonisti. Graziano appare come un vero sopravvissuto alla vita, che grazie ad Edoardo rinasce. Letteralmente. L’amore può davvero guarire ogni ferita?

Non ragiono mai in termini assoluti, preferisco dire che l’amore può guarire le ferite. Ci sono forme d’amore malato che procurano ferite e si nutrono del dolore dell’altro. Graziano ha la grande fortuna di essere visto da Edoardo, che riconosce qualcosa in lui, in profondità, al di là del guscio protettivo in cui si nasconde per proteggersi. L’amore è appena agli inizi, perché si possa parlare di guarigione li dovremmo seguire nei loro viaggi futuri, vedere come se la caveranno con la concretezza della vita in comune.

L’unico legame che Graziano sembrerebbe aver mai avuto, tanto da ricordarlo con dolore, è quello con il suo amato cane Lucky, che ritorna costantemente sotto forma di sogno. Come mai questa scelta narrativa.

Lucky è amore puro, incondizionato, folle. Vive in più dimensioni, e continua a farlo anche dopo la sua morte. E’ un omaggio a certa letteratura, specialmente ai lupi di Jack London e di Cormac McCarthy. Anche lei compie un viaggio, nei sogni: da animale catturato e bastonato, cresciuto in mezzo alla violenza, diventa un essere selvaggio che torna in possesso dei propri istinti. In un certo senso, è un viaggio parallelo a quello del suo più grande e unico amore: Graziano. Ma al di là delle letture e del mito, c’è anche l’esperienza personale: mi sono ispirato al rapporto dolcissimo, incredibilmente profondo, che mio marito ha avuto con il suo cane, che non c’è più.

Non solo l’America, che tu pennelli straordinariamente in tutte le sue straordinarie e fascinose contraddizioni, ma anche Torino, dove Graziano ed Edoardo si incontrano, e dove mi piace immaginare che torneranno a vivere, insieme, un giorno. Anche se vivi all’estero da diversi anni, Torino rimane la tua città. Che ricordi hai.

Quando qualcuno mi chiede se mi manca l’Italia, che ho lasciato dieci anni fa, rispondo sempre che mi manca Torino. Torino è la città dei miei affetti, il posto in cui sono cresciuto, ho studiato, che mi ha fatto diventare quello che sono. Ma è più di questo: Torino ha una bellezza di una potenza insolita, ce l’ha da sempre, anche quando la gente sosteneva fosse una città grigia, dormitorio, una bellezza che conquista lentamente ma una volta che ti è entrata nel cuore non ti molla più. In quanto omosessuale, mi ritengo fortunato a essere torinese: il Fuori! è nato a Torino, così il Festival del cinema gay, senza dimenticare la partecipazione straordinaria della popolazione ai Pride cittadini (in particolare quello nazionale del 2006) e l’attenzione ai diritti delle ultime amministrazioni.

Tra i ringraziamenti finali, ce n’è uno che mi ha colpito: “a mio marito per l’amore con cui riempie le nostre vite (senza di lui questo libro non esisterebbe)”. Come mai, se posso chiedertelo?

La mia vita si divide facilmente in un prima e un dopo: un po’ come Graziano anche io sono rinato quando ho incontrato mio marito. Siamo insieme da più di diciott’anni, e siamo innamorati come e più del primo giorno. Essersi trovati è stato un caso, una fortuna, ma il desiderio di continuare a scoprirsi, di condividere, lo si costruisce giorno dopo giorno. Credo che siamo tutti e due piuttosto bravi nel farlo. Inoltre, tre le cose che abbiamo in comune, c’è anche la passione dei viaggi negli Stati Uniti: l’America del libro è vista anche attraverso gli occhi e la sensibilità di mio marito.

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