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Verso un futuro arabo e queer

Due libri che aiutano a riscrivere i termini della maschilità e della queerness nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, contro ogni semplificazione, contro ogni stereotipo.

Verso un futuro arabo e queer - Matteo B Bianchi26 - Gay.it
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In Uomini nuovi. Ripensare la mascolinità nel mondo arabo, Marta Tarantino rivendica la «responsabilità scientifica – e letteraria, aggiungerei io – nel portare alla luce i racconti di nuove e diverse esperienze del maschile dal mondo arabo, espressioni di una realtà di genere in costante trasformazione e riflesso di un periodo storico caratterizzato da importanti cambiamenti politici, sociali ed economici in corso in tutta la regione MENA (Middle East and North Africa, ndr)». Il volume, edito da Astarte, analizza i contesti entro i quali, sempre più spesso, nei paesi arabi, si stanno sviluppando nuove maschilità che si contrappongono a quella egemonica e sfidano le stereotipie, le semplificazioni e le omissioni tipiche di un certo modo di guardare viziato dall’esotismo e da un razzismo, spesso, addirittura inconsapevole.

Uomini nuovi. Ripensare le mascolinità nel mondo arabo

Quando pensiamo agli uomini dal Golfo, da Levante, dal Nord Africa e dalla diaspora, l’immagine che ci concediamo di vedere è quella di una maschilità singolare e monolitica, severa, battagliera, indefessamente virile, ipertrofica e anche predatoria. Non ne consideriamo le crepe né i chiaroscuri – è scura quella maschilità, è tutta buia, non c’è luce – né le ferite né le feritoie. Vediamo il maschio – piccolo, più grande, poi grandissimo e anziano – e non ne consideriamo le trasformazioni. È un maschio per tutti i maschi, una sineddoche. Guardiamo allo specifico – costruito esternamente, tra l’altro – per puntare a un discorso universale, che seppur fallace finiamo per considerare opportuno. Se di fronte a noi vediamo un solo tipo di maschio – quello egemonico – vien da sé che gli altri, tutti gli altri, spariscono. È un discorso, questo sulla maschilità, che ha inoltre necessariamente a che vedere anche con le istanze della queerness. Anche le soggettività afferenti alla comunità LGBTQIA+ – non solo gli uomini gay, dunque – subiscono gli effetti della lente orientalista che applichiamo al genere nel mondo arabo, e così vengono marginalizzate, invisibilizzate e ridotte ai loro termini minimi. La queerness nel mondo arabo è percepita – da qui, almeno – solo nelle sue posizioni vicine alla criminalizzazione. La associamo sempre agli arresti e alle oppressioni, alle minacce e alle persecuzioni, all’ostracismo e al disonore e, infine, alla pena di morte. Sebbene questi binomi non possano essere considerati sbagliati su tutta la linea – la pena di morte, per esempio, è inflitta davvero alle persone queer in stati come l’Arabia Saudita, lo Yemen, l’Iraq e gli Emirati Arabi Uniti – sarebbe quantomeno parziale non considerare le differenze culturali e legislative che affrancano ciascun paese dell’area dall’altro. In Palestina, per esempio, al netto della Striscia di Gaza, l’omosessualità non conta come reato nonostante le leggi a tutela della comunità siano pressoché inesistenti. In Libano, invece, le leggi contro l’omosessualità non vengono applicate e a Beirut sono dunque sempre più comuni e frequentati gli ambienti di aggregazione queer (erano sempre più comuni e frequentati, la recente invasione israeliana e il conseguente inasprirsi della situazione in Medio Oriente rendono il futuro decisamente incerto anche su questo versante).

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Ciò che non contempliamo, a proposito della regione MENA, sono gli spazi trasformativi, di appartenenza a una lotta politica collettiva e di risignificazione del sé anche in quanto uomini, uomini queer e persone queer in genere. Alcove dove immaginare da capo il proprio corpo, il proprio genere e la propria postura di genere. Luoghi sicuri e germinali – che esistono o provano a esistere – che non considerano la maschilità e la queerness come un carattere fisso, ma come una pratica, come segno soggetto ai cambiamenti del circostante, come traccia soggettiva e proteiforme. Dalla nahda – uno dei periodi di massima effervescenza della storia araba – a oggi, infatti, il contesto dell’attivismo di genere si è fatto sempre più stratificato e, come scrive  Tarantino stessa:

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«esso risulta estremamente multiforme e in costante cambiamento, contaminato e modellato dalle modificazioni sociali e culturali del nostro presente. In questo spazio che continua ad allargarsi si muovono uomini di ogni età, provenienza, etnia e religione o classe sociale, ognuno con il proprio fardello di esperienze, traduzioni e storie. […] Nuovi modi di comunicare e veicolare contenuti queer, inoltre, trovano sempre maggior spazio in molti dei Paesi dell’area, anche grazie allo sviluppo tecnologico e in particolare ai social media, con fumetti, film, mostre, riviste online, fotoreportage, musica e molti altri strumenti volti a risignificare gli spazi pubblici e privati.»

Arabə e queer. Storie Lgbtq+ dal mondo arabo

Di attivismo e storie LGBTQIA+ si occupa più profusamente, ma partendo da presupposti molto simili a quelli di Marta Tarantino, il testo Arabə e Queer, di recente pubblicazione per Tamu. Curato da Elias Jahshan e felicemente tradotto in italiano da Giorgia Sallusti, il volume raccoglie i testi di diciassette autorə arabə-musulmanə, che, ciascunə a suo modo, fotografano cosa significa vivere, crescere, fare coming out o attivismo, fare l’amore o scontrarsi con la morte, da persona queer in Medio Oriente e in Nord Africa. Per esempio, il breve testo di Mona El-Tahtawy, scrittrice e attivista egiziano-statunitense racconta, ponendosi a metà strada tra il memoir e il pamphlet, la presa di coscienza di una bisessualità a lungo taciuta e, insieme, ragiona intorno alla parola desiderio e ai termini delle relazioni eteronormative. In Hai fatto di me il tuo mostro, invece, Amrou Al-Kadhi descrive la sua cotta bambina per Macaulay Culkin e le difficoltà di dichiararsi queer in famiglia: «Mi sentivo un po’ come fossi un tumore, attaccato come qualcosa di estraneo dalla risposta immunitaria di autoconservazione della famiglia. È stato infernale ed estenuante». Poi, racconta la rinascita e l’affermazione di sé attraverso l’arte drag; Amrou ha perso tutto, eppure è felice e desidera l’amore. Di tutt’altra natura è invece lo scritto di Khalid Abdel-Hadi, che svela come ha progettato e lanciato MyKali, la principale testata LGBTQIA+ giordana, quali sono i rischi che ha corso, e quali, invece, i traguardi. Seguono storie, più o meno sofferte, di transizioni e silenzi, di famiglie e di sesso, di corporeità e libido, di trasgressione e ricostruzione di sé, di lotta contro la feticizzazione e di sopravvivenza allo stereotipo. Arabə e Queer è un volume preziosissimo: i testi selezionati, oltre a essere di innegabile valore letterario, ci colgono impreparati e ci spingono verso riconsiderazione totale della queerness araba che è da leggere come il rifiuto di appartenere sia alle definizioni occidentali sia alle modalità di esistenza eteronazionaliste e patriarcali arabe. Un invito a fare e disfare ogni categoria, ma soprattutto, nel buio più nero, un’occasione minima per celebrare le diverse esperienze della queerness araba e riaffermare la sua capacità di agire in comunità. Lo dice bene lo stesso Jahshan; è arrivato il momento di capire che non esiste un’unica misura, che non esiste un unico modo di essere arabə e/o queer. «Questa raccolta vuole essere d’ispirazione a immaginare un futuro luminoso per la comunità araba queer e per la possibilità di amare nonostante lo stigma che subiamo»

La foto di copertina è di Jérémie Chegrane.

© Riproduzione riservata.

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