Con il suo secondo romanzo, Victorian Psycho (Mercurio, trad. Clara Nubile), la scrittrice spagnola Virginia Feito manipola l’archetipo narrativo dell’istitutrice e lo trasforma in un soggetto dell’horror, ribaltando non solo i tropi letterari ma anche i ruoli di genere.
La trama di Victorian Psycho
Winifred Notty arriva a Ensor House, un maniero vittoriano, tre mesi prima di Natale con il compito di occuparsi dell’educazione dei piccoli di casa, Andrew e Drusilla Pound. Winifred, però, ed è chiaro immediatamente, è molto lontana dall’assomigliare alle più celebri bambinaie e governanti della storia della letteratura o del cinema. Più che a Jane Eyre, Winifred Notty è vicina a Bertha Mason, l’instabile moglie di Rochester. Più che Mary Poppins è l’Anne Marie Wilkes interpretata da Kathy Bates nella trasposizione cinematografica di Misery di Stephen King.
All’aspettativa della cura, Notty risponde con il gesto più efferato, con la violenza più estrema, gli infanticidi e gli sbudellamenti, con le sevizie e le vessazioni, con le malevolenze e il sadismo. Entro Natale, saranno tuttə mortə.
Intervista a Virginia Feito
Abbiamo intervistato Virginia Feito, autrice di Victorian Psycho, tra i migliori romanzi dell’anno per il Time e per il New Yorker, che presto diventerà un film.

Nel tuo romanzo muoiono tuttə, compresa la protagonista. È lei a uccidere. Perché lo fa? Per il piacere di farlo o per un senso di rivincita nei confronti di una società che la opprime?
Volevo che la protagonista fosse una serial killer che uccide per il piacere di farlo. Non l’ho mai visto in altri libri, mai letto storie così. Di solito, le donne uccidono per sopravvivere, per i soldi, perché hanno sete di vendetta o per un uomo. Non uccidono mai per piacere. Winifred sì, lei prova un godimento sessuale quando uccide le persone. So che il libro, però, può essere letto anche come una parabola sul riscatto.
Se lo leggiamo in questo modo, Winifred diventa il simbolo dei soggetti oppressi, marginalizzati, che si rivoltano contro i propri oppressori.
Winifred è un prodotto della società. Diventa un mostro perché l’hanno sempre fatta sentire tale.
In questo, Victorian Psycho si apre anche a interpretazioni queer.
Certo, Winifred è queer, a suo modo. È attratta sessualmente dagli uomini e dalle donne, prova piacere nel rapporto con entrambi. Possiamo dire che è bisessuale, anche se per me lei non è una protagonista completamente umana.
Ha un che di selvatico, in effetti.
È un animaletto, Winifred. Una bestiola feroce. Vive di impulsi, di istinto. Uno spiritello, una forza oscura, un’energia. Un mostro, appunto.
Uccidendo i bambini uccide l’idea della donna come angelo del focolare.
È un romanzo femminista perché associa alle donne caratteristiche che solitamente sono maschili, come la rabbia, la violenza.
Cosa ti rende oggi più arrabbiata?
Io vivo una vita privilegiata, non posso lamentarmi. Mi fa fottutamente arrabbiare, invece, quello che accade in Afghanistan da anni. Le donne non possono fare niente: né respirare né studiare, non possono insegnare, non possono vivere. Vogliono farle fuori tutte. Io, però, appunto, di cosa dovrei lamentarmi? In Spagna, però, ho notato che c’è una rabbia profonda che nasce dal tema del linguaggio inclusivo. Che assurdità!
Non sei d’accordo con le battaglie per un linguaggio più inclusivo?
È linguaggio, non mi arrabbio per il linguaggio. Non è di quello che dovremmo occuparci come femministe: dovremmo pensare ai diritti delle donne, alle pari opportunità – anche economiche – all’aborto per tutte.
Nel tuo romanzo lo racconti benissimo: c’è un che di violento nell’esistenza biologica femminile.
Sono traumatizzata dal mio corpo, non ne parliamo mai abbastanza. È incredibile, per me, che le donne, anzi le bambine, a un certo punto, inizino a perdere sangue. E non è mai solo sangue, tra l’altro: è coaugulo, è carne. L’esperienza del parto anche è spaventosa, il corpo si lacera per dar vita a un altro corpo, poi viene ricucito come niente fosse. Un mese dopo si torna al lavoro. È una follia. Rispetto a quella degli uomini, la nostra violenza è più solitaria, più intima. Gli uomini hanno bisogno di un altro uomo per commettere un omicidio, per essere violenti. Di un altro uomo o, soprattutto, di un’altra donna. Noi no.
Nel romanzo, verso la fine, fai riferimento al «desiderio perverso di sapere fino a che punto si può spingere il Male». Un desiderio che sembra accomunare moltissime persone, oggi. Ci interroghiamo costantemente sulle origini del Male, che infatti è il protagonista indiscusso del nostro intrattenimento, penso soprattutto alla moda del true crime. Quando il Male diventa fonte di divertimento cosa succede alla nostra empatia? La mettiamo a repentaglio?
Non parlare del Male, non raccontare la violenza, vorrebbe dire scegliere la censura. La censura mi fa schifo, sempre e in ogni caso. Scrivere di una cosa, leggerne, non significa vivere quella cosa. L’empatia, secondo me, non diminuisce. Aumenta, semmai. E insegna a sopravvivere. Se le donne sono così appassionate di true crime è anche perché grazie al true crime imparano a salvare le proprie ossa. È la stessa cosa che accade con i sogni, hai presente?
No, mi spieghi?
Leggevo qualche giorno fa che i sogni sono un modo per affrontare le situazioni pericolose correndo meno rischi, sono utili a immaginare nuovi modi per affrontare il pericolo.
Victorian Psycho si inserisce in un nuovo filone letterario, quello del femgore, un genere che mescola il body horror alla riflessione femminista. Idealmente, lo metto al fianco di The Substance, Nightbitch, Die, My Love, The Ugly Stepsister. Come ti poni nei confronti di questo genere?
È un genere di grande tendenza, in effetti. Alcune cose sono state scritte dopo Victorian Psycho, altre prima, come Nightbitch, che ho letto tempo fa e amato molto. Non sapevo di voler andare in quella direzione, di volermi inserire in questo filone, ma è successo e ha senso.
Perché hai scelto l’ambientazione vittoriana per raccontare i tormenti e le gesta di Winifred?
Sono sempre stata affascinata dalle atmosfere gotiche e dal periodo vittoriano. Volevo giocare con la mia passione per l’epoca vittoriana, sperimentare, provare a capire dove mi avrebbe condotto. Ho iniziato a scrivere questo romanzo provando a imitare Charles Dickens che è un maestro per me. L’ho letto ché ero giovanissima, mi sono innamorata dei suoi romanzi. Vale poi lo stesso per le sorelle Brontë, per Wilkie Collins, per Frances Hodgson Burnett. Il giardino segreto è molto più vittoriano di quello che sembra. Quella casa è tipicamente gotica.
Come in tutti i romanzi gotici che si rispettino, anche in Victorian Psycho la casa ha anche una valenza metaforica. Non è solo un luogo, è un correlativo oggettivo. Cosa rappresenta per Winifred?
La società con tutte le sue contraddizioni, un mondo che confonde, che spaventa, che opprime.

