Il cinema contemporaneo si è occupato più volte del mondo transgender, ma quasi sempre in transizione da maschio a femmina (La moglie del soldato, Transamerica, Tangerine). Se il caposaldo del genere FtM – al contrario, da femmina a maschio – resta l’ottimo Boys Don’t Cry con Hilary Swank, risalente al 1999, un altro interessante titolo si aggiunge alla filmografia trans, in uscita il 24 novembre nelle sale italiane. Si tratta del sensibile 3 Generations – Una famiglia quasi perfetta dell’inglese Gaby Dellal che presenta un cast davvero fenomenale: la giovane rivelazione di Somewhere e The Neon Demon, la solare Elle Fanning, la neosingle Naomi Watts, separatasi recentemente dal marito Liev Schreiber, e la veterana Susan Sarandon.
Il film inizia in medias res, con l’adolescente Ray, interpretato da una Elle Fanning piuttosto misurata e con la giusta aderenza al ruolo, già consapevole di sentirsi maschio in un corpo femminile, quell’anagrafica Ramona che non riconosce più davanti allo specchio né nella sua più profonda intimità. Ray inizia così le visite mediche per intraprendere il lungo percorso di transizione, fra testosterone e altri ormoni da calibrare con attenzione.

Il film è incentrato principalmente su un ostacolo, apparentemente solo burocratico: per procedere con la terapia ormonale è necessaria l’autorizzazione firmata di entrambi i genitori biologici, e il padre da cui Maggie è separata si è rifatto un’altra famiglia altrove e non ha intenzione di occuparsi di Ray.
La regista cerca di smussare le asperità del soggetto come se raccontasse in fin dei conti la ricerca identitaria di un ragazzo ‘come tutti’, cogliendo la poeticità dei primi piani di Ray come un fiore pronto a sbocciare (la femminilità offuscata della Fanning rende bene l’oscillazione gender del personaggio) mettendo in evidenza l’importanza di seguire le proprie passioni, in questo caso lo skateboard e il videomaking. Evitando di rappresentare situazioni omofobiche ma solo le loro conseguenze – Ray viene picchiato da un gruppo di bulli – la regista, seppur con uno stile a volte un po’ impersonale, si concentra sulle reazioni all’interno del microcosmo familiare della mancata accettazione a livello sociale, in particolare i sensi di colpa della madre che vorrebbe la figlia/figlio semplicemente felice ma ha il terrore che possa un giorno pentirsi dopo un cambiamento evidentemente irreversibile.

A pochi giorni dal TDoR, ossia il Transgender Day of Remembrance – 20 novembre – che ricorda le vittime dell’odio transfobico (quest’anno ci sono state cinque vittime trans in Italia, più del doppio dell’anno scorso, quando ne furono uccise due), un film come 3 Generations ha un indubbio valore pedagogico ma anche di denuncia: l’Italia continua a non avere una legge contro l’odio omofobico, e questa è diventata una vera emergenza sociale.
Da vedere.

