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Milano – Dolore, paura e indignazione si intrecciano in una storia che mai avremmo voluto raccontare. E che sembra maturata nel complesso clima di cultura transfobica che permea la nostra società.
Un giovane di 22 anni, il cui nome ci riserviamo di non divulgare per rispetto della sua dignità e di quella della sua famiglia, si è tolto la vita dopo essere stato vittima di un atto di violenza sessuale all’interno di un luogo dove avrebbe dovuto sentirsi al sicuro.
Il poco più che ventenne si trovava all’ospedale di Vizzolo Predabissi, nel Milanese, in attesa di ricevere assistenza nella notte tra il 27 e il 28 maggio. Dopo il trasferimento in ambulatorio, un magazziniere – 28enne, italiano già identificato e in stato di arresto – l’avrebbe approcciato sfuggendo ai controlli, per poi commettere violenza sessuale sulla barella.
La vittima ha immediatamente lanciato l’allarme, denunciando quanto subito al personale sanitario, che ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine sul posto. I carabinieri di Melagnano, dopo una breve caccia all’uomo, hanno poi individuato e arrestato il sospettato.
Meno di 24 ore dopo, tornato in ospedale e in attesa di essere trasferito in una casa di accoglienza, il ragazzo, forse in preda a un comprensibile momento di fragilità mentale, ha compiuto l’estremo gesto dal 4° piano dell’Ospedale. Scrivono i suoi amici su IG.
- Nonostante fosse un ragazzo trans i cui pronomi maschili erano chiaramente indicati sui profili social, tutti i giornali l’hanno chiamato “donna” e l’hanno indicato con i suoi vecchi pronomi femminili. Abbiamo tante domande su quello che è successo: com’è potuto avvenire uno stupro in un luogo protetto come un ospedale? Perché a seguito di un evento traumatico e con un presente psichiatrico difficile bene documentato, è stato lasciato solo in una stanza al quarto piano? Un ragazzo a 22 anni è morto solo e senza tutele, e anche dopo una fine tragico i giornalisti non si sono presi la briga di scoprire chi era lui veramente
Se il magazziniere oggi parla di un “rapporto consensuale”, il tragico epilogo potrebbe suggerire che i fatti siano andati diversamente. Al vaglio delle autorità i filmati delle telecamere di sorveglianza, che potrebbero aver ripreso almeno in parte quanto accaduto.
Nel frattempo, la Regione Lombardia ha immediatamente costituito una Commissione di verifica coordinata dal vice direttore della Direzione Generale Welfare e composta da professionisti di ATS città metropolitana di Milano e dell’Agenzia dei Controlli.
Lo scorso 31 maggio è avvenuto il sopralluogo e l’avvio delle attività di verifica, di cui oggi non si conoscono ancora gli esiti. Il sospettato si trova invece agli arresti domiciliari con l’accusa di violenza sessuale, anche se non sono stati contestati all’uomo né la morte in conseguenza di altro reato, né l’istigazione al suicidio.
Sempre il Corriere della Sera aggiunge altri dettagli sull’accaduto, riferendo che il ragazzo…
ha detto di voler essere portata in una casa protetta, destinata alle donne maltrattate. (…) Martedì mattina in attesa che venisse individuata una struttura per accoglierla i medici hanno attivato un «ricovero sociale ospedaliero»
Quindi secondo il Corriere la vittima…
è stata portata in una camera del reparto di ginecologia. Una procedura prevista nei casi particolari, nei quali la famiglia non è in grado di prendersi carico del malato. Una soluzione «temporanea» per evitare che la giovane (misgendering del Corriere) subisse ulteriori traumi. Poi poco dopo cena la 22enne s’è gettata (misgendering del Corriere) dalla sua stanza al quarto piano.
Dura la critica del collettivo Kasciavit – che ha ricondiviso in un post su Instagram la lettera ricevuta da un gruppo di conoscenti della vittima – al modo in cui alcuni media avrebbero riportato la tragica vicenda, lamentando casi di misgendering verso il ragazzo, quando quest’ultimo aveva specificato in maniera molto chiara la propria identità di genere sui propri profili social. Grande indignazione anche per il fatto che una persona in evidente stato di fragilità mentale sia stata lasciata solo per un periodo così prolungato, sia prima, sia dopo la violenza. Una solitudine che potrebbe aver contribuito alla scelta dell’estremo gesto da parte del ragazzo.
Dal canto suo il collettivo Kasciavit scrive a commento della lettera degli amici del ragazzo:
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Vogliamo inoltre esprimere la nostra rabbia verso un sistema che non solo manca di tutele verso chi è vittima di violenza machista e di genere ma anche per il fatto che neanche davanti alla morte di un ragazzo i giornali riescono a scrivere un articolo che non sia superficiale, che non misgenderi la persona e che non la vittimizzi ancora.
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Siamo ancora più arrabbiatə che sia la violenza che poi la mancata tutela possano essere accadute all’interno di un’ospedale.
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