Vi consigliamo 5 libri per comprendere le intersezioni tra ambiente, erotismo, pratica femminista, queerness e sessualità.
Dobbiamo fare un salto indietro di qualche secolo per comprendere a fondo la storia di Amrita Devi Bishnoi e il suo tragico epilogo. È il 1730, infatti, quando Bishnoi, insieme alle sue tre figlie, protesta contro il governatore che a Jodhpur, in India, vuole abbattere una foresta per costruire un imponente palazzo. La rivolta è di fatto pacifica, silenziosa: le tre donne entrano nel fitto di alberi kehjiri e abbracciano i tronchi, affiancano le piante, eguagliano la loro esistenza a quella delle piante. Le truppe del governo, però, non hanno alcuna pietà. Amrita Devi Bishnoi e le sue tre figlie vengono decapitate. L’eco della loro morte raggiunge presto il villaggio di Bishnoi e centinaia di uomini, di donne, di anzianə e di bambinə – tutti mossi da un senso di rivalsa nei confronti delle compagne – portano avanti la silenziosa battaglia. Invano. Il governatore ordina, nel giro di poche ore, la loro uccisione. In un solo colpo, perdono la vita nel cuore della foresta trecentosessantatré persone.
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Molto tempo più tardi, negli anni Settanta del Novecento, la memoria di Amrita Devi Bishnoi viene recuperata da un gruppo di donne indiane egualmente impegnate nella salvaguardia del territorio ai piedi dell’Himalaya. Il movimento prende il nome di Chipko, una parola che in lingua hindi ha a che fare con il campo semantico che si aggira intorno al verbo «aggrapparsi». Le donne Chipko, infatti, si aggrappano agli alberi affinché questi non vengano abbattuti e la deforestazione non crei ulteriori scompensi ambientali. L’abbattimento, anche parziale, delle foreste causa danni irreversibili all’intero ecosistema e minaccia le vite di ogni essere vivente, umano, animale e vegetale. È ancora scalfito nei ricordi di ogni indiano, l’incontro tesissimo tra le donne Chipko e i tagliatori di legna nei boschi ai piedi dell’Himalaya. I secondi, armati di lame, pronti a falcidiare la foresta. Le prime, disarmate, pronte a farsi falcidiare con lei. Sono loro, infine, ad avere la meglio, perché il loro strenuo coraggio irretisce i taglialegna, che sono così costretti a indietreggiare, preservando il corpo del bosco.
Le sorti del Movimento Chipko, ma soprattutto le sue idee e la sua ostinatezza, assumono presto la dimensione del leggendario e del simbolico. Continua a operare e, nel frattempo, con il passare del tempo, diventa l’emblema dell’intersezione tra le rivendicazioni femministe e le lotte ambientaliste, gettando le basi di quello che oggi chiamiamo ecofemminismo.
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Il femminismo o la morte. Il manifesto dell’ecofemminismo, Françoise d’Eaubonne, Prospero Editore
Per comprendere esattamente di cosa parliamo quando parliamo di ecofemminismo, si consiglia la lettura del testo di Françoise d’Eaubonne, l’attivista francese, che nel 1974 conia questo termine, che amalgama in sé le istanze femministe e quelle ecologiste, mettendo in luce, già solo con il suo significante, una miriade di punti di vicinanza. L’autrice, infatti, riconosce nel patriarcato il denominatore comune dell’oppressione delle donne e di quella del pianeta. Ciò che uccide la Terra uccide le donne. Femminilizziamo il pianeta, gli conferiamo fattezze di madre e di femmina per poterlo sfruttare fino allo stremo delle sue possibilità. È nella lotta anti-patriarcale, dunque anti-capitalista e ambientalista, l’unica possibilità di sopravvivenza. Stiamo uccidendo tutto ciò che è vivo. Solo il femminismo ci salverà.
Come si amano le piante, Joanne Anton, Wudz Edizioni
Parte da un presupposto simile, pur approdando a esiti differenti, Come si amano le piante, il libro di Joanne Anton portato in Italia, qualche mese fa, dalla neonata casa editrice Wudz Edizioni. Anton, esperta di botanica e di disegno botanico, osserva le piante e ne compone una tassonometria. Ci prova, almeno. Riuscirci è pressoché impossibile: la vastità dell’universo vegetale ci preclude ogni possibilità di semplificazione e rende fallibile, limitato, anche il più completo dei linguaggi. Grazie alla sua attenta osservazione, l’autrice tenta di riassemblare, inoltre, i frammenti del discorso amoroso vegetale. Anche le piante – a proprio modo e con proprie categorie, ça va sans dire – si amano, (si) desiderano, si corteggiano. Alcune si travestono o cambiano fattezze per compiacere (o confondere) il partner, altre rinunciano all’incontro volto alla fecondazione per fecondarsi in autonomia, altre ancora sono dedite a orge floreali, a tradimenti, a giochi di ruolo, e, addirittura, a relazioni poliamorose. Ciò che questo testo ci restituisce, però, è soprattutto la consapevolezza che le specie animali e vegetali, molto più di noi, sono abituate alla pratica dell’ecosistema. Nessuno vale di per sé, tutto ha valore e vita solo se inserito in un ecosistema sano. Non si tratta di un pensiero olistico né di una filosofia di ispirazione hippie, anzi. È un’idea politica concreta: dobbiamo abbandonare l’individualismo e dirci parte di un tutto per – come dice d’Eaubonne – sopravvivere. Dobbiamo pensare come montagne, vivere come ecosistemi.
Ecologia erotica. Sesso, libido e collasso del desiderio, Dominc Pettman, Tlon
E dirci parte di un ecosistema, tra l’altro, significa osservare come il circostante, come l’ambiente, dialoghi con il nostro desiderio e più specificatamente con la nostra libido. A questo tema, lo studioso Dominic Pettman ha dedicato parte dei suoi studi, che sono poi confluiti in un testo, giunto in Italia – nella traduzione di Michele Trionfera – grazie al lavoro della casa editrice Tlon. Ecologia erotica esplora, a questo proposito, tutti i percorsi mediante i quali il collasso del mondo – naturale, sociale e valoriale – incide sulla nostra capacità di percepirci come esseri desideranti e, addirittura, sulle nostre fisiologie. E viceversa, il libro indaga anche come il nostro desiderio, le nostre voglie, le nostre manie e dunque i nostri consumi abbiano effetti, spesso disastrosi, su ciò che ci circonda. Per raccontare il calo del desiderio, Pettman chiama in causa, e con grande disinvoltura, alcuni tra i più raffinati pensatori della modernità e della contemporaneità: da Gourmont ad Haraway, da Freud a Bataille, passando per Fourier. L’obiettivo è quello di delineare le coordinate di un’ecologia libidinale per ricordarci, ancora una volta, che i nostri desideri non sono particelle fluttuanti né istinti isolati, ma appartengono a un mondo più esteso dal quale, volente o nolente, anch’essi dipendono. Dal quale, volente o nolente, dunque, anche noi dipendiamo.
Undrowned. Lezioni di femminismo Nero dai mammiferi marini, Alexis Pauline Gumbs, Timeo
È commovente e importantissimo quello che fa Alexis Pauline Gumbs tra le pagine di Undrowned. La poeta, attivista e studiosa statunitense, infatti, similmente ai suoi colleghi citati nell’articolo, parte dall’osservazione del mondo animale e vegetale (soprattutto animale, in questo caso) per tracciare strade che possano condurre all’adozione di una postura antispecista, in tutto e per tutto ecologista. Gumbs osserva i mammiferi marini e ci chiede di imparare da loro come fare per sopravvivere a un mondo sempre più sommerso. È possibile riemergere? Si può vivere di continue emersioni? Undrowned è un’opera meravigliosamente ibrida, una di quelle che non puoi lasciare andare, anche mesi dopo aver voltato l’ultima pagina, che mescola lo scritto naturalistico al linguaggio poetico, il resoconto storico alla teorizzazione femminista, l’esoterismo all’utopia, per insegnarci come resistere nelle profondità e negli abissi.
Animali si diventa, Federica Timeto, Tamu
Per parlare degli animali, in ambito accademico, lə anglofonə utilizzano spesso il termine animal other, ossia (più o meno) alterità animale. Un termine utilissimo a delimitare una certa tendenza, comune a tuttə noi del regno umano, di porre un confine netto e definito tra quello che siamo e quello che, invece, noi non siamo. Tra noi e ciò che è più diverso da noi: l’animale. È arrivato il tempo, alla luce di quanto detto finora, di scardinare questo atteggiamento, di decostruire il nostro pensiero binario e specista per considerare quanto l’animalità debba essere chiamata in causa ogni qual volta si parli di oppressione. L’oppressione animale è causata da comportamenti (e dunque da pensieri) fondamentalmente maschilisti, eminentemente partiarcali. Non è un caso, infatti, che nell’Ottocento la lotta delle suffragette si intersecasse con le battaglie contro la vivisezione umana. Non è un caso che oggi sono le persone vegane, spesso, a rendersi fautrici di rotture di generi e valicamenti di confine. Perché? Spiega tutto Federica Timeto in Animali si diventa.
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