Perché è il tempo della Queer Ecology

L'ecologia queer prova a sconfinare oltre la divisione uomo/natura, sfuma i contorni e connette l'umano con tutto ciò che non è umano.

martial raysse, arte e ambiente, artisti ambientalisti
Martial Raysse, Ici plage, comme ici-bas, (2012), Pinault Collection
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La lotta per i diritti si fa sempre più intricata e interconnessa. Qualcuno è intimorito da questa complessità. Altri la vivono come un arricchimento.  L’intersezionalità oggi è parola all’ordine del giorno, entrata faticosamente anche nelle schiere più incazzate dell’attivismo femminista, LGBTQIA+ o ambientalista. Poco alla volta, ognuno è uscito, o sta uscendo, dalla propria crisalide di oppressione e conseguente avversione a essa, per abbracciare le ragioni della lotta di chiunque venga annichilito dal sistema patriarcale e capitalista.

È una battaglia lunga, piena di insidie: viviamo perennemente sotto l’ombra del brain washing, con cui il potere ammalia e concupisce le nuove rivoluzioni. Ma questo non deve intimorire i migliori propositi di liberazione.

Negli ultimi decenni, in molti – tra studiosi e attivisti – hanno riconosciuto quanta diversità e quanta complessità ci sia nella nostra società, così come in natura (chiedendosi anche fino a che punto questi due aspetti siano scindibili). In questo modo, tramite una chiara decodifica delle diverse forme di oppressione, si arriva a sconfinare la dicotomia eteronormativa imperante e nominare una matrice comune nella lotta per i diritti, la rappresentazione e l’autodeterminazione sul piano personale e comunitario.

Una sempre più vasta rappresentanza della comunità LGBTQIA+, sopratutto quella attiva nella comunicazione politica, economica e sui media,  ragiona sulla necessità di unire in un unico coro le varie voci che compongono il cambiamento di cui ora abbiamo bisogno, senza più attese. Perché il mondo è al collasso e oggi è il tempo della rivoluzione ambientalista, antispecista, transfemminista, LGBTQIA+, di e, in verità, per chiunque sia ogni giorno oppresso dall’attuale sistema invalidante.

Nel 1949, Simone de Beauvoir nel Secondo Sesso, per raccontare la nascita, l’evoluzione e il consolidamento della società patriarcale, parte da un assunto base: dal punto di vista strutturale, l’uomo è più forte della donna. Da questa certezza biologica si arriva al controllo dei corpi e del ruolo sociale delle donne, con alti e bassi nel corso dei secoli.

Allo stesso modo, tramite una stratificazione molto complessa che passa anche attraverso la morale giudaico-cistiana e il colonialismo, si arriva a una sottomissione, quasi totale, di tutto quel che non è essere umano di sesso maschile, bianco, eterossessuale, cis e abile.

“Queer Nature” è il titolo di un saggio editoriale scritto da Caffyn Kelly e uscito nel 1994 sulla rivista UnderCurrents: Journal of Critical Environmental Studies. È la prima volta che viene introdotto il concetto di Queer Ecology.

ecologismo queer ambiente
“Queer Nature”, 1994, UnderCurrents: Journal of Critical Environmental Studies.

Con Queer Ecology si tenta di identificare un movimento che osserva la natura, il sesso e la biologia attraverso le teorie queer, attingendo da studi di genere, dall’ecofemminismo e dalla giustizia ambientale per opporsi alla visione eteronormata della natura.

Con Queer Ecology si tenta di sovvertire i dogmi dettati dalle deduzioni – fortemente influenzate dalla cultura patriarcale – di scienziati, biologi, psicanalisti e studiosi di vario genere; provando a contemplare una visione fluida e orizzontale che abbracci la natura nella sua totalità e nel suo divenire costante, senza barriere o categorie.

La Queer Ecology nasce dallo studio combinato fra la teoria queer e i movimenti eco-femministi nati negli anni ’70, e ne rielabora le idee applicandolo al mondo naturale e a tutte le sue componenti non-umane. Tentativi simili sono riscontrabili negli studi di Michel Foucault e Judith Butler. 

Con l’uso del termine queer – che negli anni ha cambiato più volte significato –  si abbraccia tutta la comunità LGBTQIA+ e non solo.

Col termine queer si riconosce l’impossibilità di suddividere il mondo in categorie, di controllare la società sulla base di assunti falsi e semplicistici.

Con queer vogliamo delineare la complessità del cosmo; riappropriarci del senso di “strambo” per rivendicare la nostra natura incontrollabile e multiforme.

Secondo gli Oxford Dictionaries, il verbo “queer” significa rovinare o danneggiare. Nella teoria queer si usa questo termine come verbo con l’intenzione di rifiutare o rovinare le dicotomie e i modelli binari, ritenuti responsabili della marginalizzazione di tutto ciò che non vuole o non è classificabile, o ascrivibile a una norma vigente. 

Così, l‘ecologia queer prova a sconfinare oltre la divisione uomo/natura, sfuma i contorni e connette l’umano con tutto ciò che non è umano. Perché l’errata idea di superiorità che ci trasciniamo da millenni si basa su infondate convinzioni che ci stanno portando alla rovina, trascinando nel baratro noi stessi e tutto ciò che ci circonda.

Abbiamo bisogno, ora più che mai, di spogliarci della nostra visione invalidante e considerare la complessità della natura, di introdurre un nuovo modo di percepire il circostante, come parte di noi e della nostra permanenza su questa terra.

Solo riformulando il concetto di natura, con cui attualmente indichiamo tutto ciò che non è umano – dalla vegetazione agli animali, possiamo renderci conto di come le forme di oppressione siano interconnesse e la lotta per un rovesciamento del sistema patriarcale e capitalistico possa funzionare solo se uniti e consci delle altrui potenzialità.

In un recente editoriale abbiamo provato a spiegare il bisogno di celebrare “l’indefinito, il contraddittorio, diamo possibilità ai nostri corpi di costruirsi, disfarsi, e ricomporsi più volte, senza attenersi ad un libretto delle istruzioni. Sfuggiamo al modello precostituito e celebriamo le complessità piuttosto che bacchettarle”.

“In una società che non ci tutela e cerca di incasellarci in ogni ambito del quotidiano, dovremmo essere luogo d’accoglienza per la pluralità di esperienze, per la scoperta di sé, sottraendoci alle aspettative di un canone”.

martial raysse, arte e ambiente, artisti ambientalisti

In copertina: Martial Raysse, Ici plage, comme ici-bas, (2012), Parigi, Pinault Collection

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nomequalsiasi 16.1.22 - 13:59

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