“Caccia aperta a gay e trans”, è virale la campagna d’odio social contro la comunità LGBTQIA+ in Costa D’Avorio

Influencer e utenti social chiedono anche per il loro paese la legge che criminalizza identità e orientamenti non conformi.

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“In Costa d’Avorio stanno troppo sereni.” “La caccia è aperta: potete anche non crederci.” “Non vi piacerà quello che sta per accadere.”

Sono solo alcuni dei migliaia di commenti lasciati sotto a un post diventato virale, pubblicato dall’influencer e noto integralista religioso ivoriano Makosso Camille. Nel video, Camille incita apertamente alla violenza contro i “woubis, termine originariamente nato all’interno della comunità LGBTQIA+ per indicare uomini gay effemminati o donne trans.

@generalmakossocamille1LA COTE D’IVOIRE EST REMPLIT DE WOUBI ET DE LELES: « LA CHASSE SERZ BIENTÔT DÉCLARER♬ son original – GÉNÉRAL CAMILLE MAKOSSO

Inizialmente utilizzata nella scena drag, la parola è poi entrata nell’uso comune e oggi rappresenta il fulcro di un’escalation di odio contro la comunità LGBTQIA+ in Costa d’Avorio, paese fino a poco tempo fa considerato una sorta di rifugio sicuro rispetto all’endemica omofobia che affligge gran parte dell’Africa occidentale.

L’ondata di violenza, però, non ha radici istituzionali, ma parte dal basso – precisamente, dai social network, coinvolgendo diverse personalità social d’alto profilo dichiaratesi stufe della “crescente influenza esercitata dalla comunità LGBTQIA+ in Costa D’Avorio“.

L’appello alla violenza pubblicato da Camille il 21 agosto ha infatti rapidamente raggiunto le quasi due milioni di visualizzazioni, dando  il via a una serie di contenuti simili su TikTok, Facebook e Instagram:

Gli ivoriani sono determinati, dicono che non vogliono più il woubismo nel Paese” ha dichiarato Dady Chocolat, un altro noto TikToker, promotore della campagna d’odio. “Sono in strada adesso. […] Vogliono giustizia per le vittime dei woubis” ha aggiunto, facendo riferimento a un presunto episodio di violenza sessuale, ancora non confermato, ai danni di un ragazzo di 15 anni per mano di un uomo gay.

Sui social si moltiplicano quindi le richieste di criminalizzare l’omosessualità, nonostante la Costa d’Avorio, diversamente da molti paesi vicini come il Togo o il Camerun – e a breve il Ghana – non abbia mai avuto leggi che puniscono le relazioni tra persone dello stesso sesso. Concetto ribadito dal Ministro della Giustizia ivoriano in un tentativo di rassicurare la comunità internazionale sulla neutralità giuridica del paese riguardo ai diritti LGBTQIA+.

Abbiamo bisogno di una legge contro i woubis e le lélés [il termine per le donne lesbiche, ndr], come nei paesi vicini” continua Camille.

Crescente clima di intolleranza sostenuto anche da un movimento social autodefinitosi “panafricano”, in appoggio delle giunte militari in paesi come il Mali e il Burkina Faso – due nazioni che hanno peraltro recentemente rafforzato le leggi contro l’omosessualità.

Il movimento omofobo ha presto sfondato gli argini social, raggiungendo anche piattaforme come Change.org, dove una petizione intitolata “Stop Woubi” ha raccolto quasi 70.000 firme prima di essere rimossa per violazione delle linee guida.

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Tuttavia, gli organizzatori non si fermano qui: una marcia è stata programmata per metà settembre nel quartiere Liberté di Abidjan. Nonostante gli organizzatori affermino che si tratterà di un evento pacifico, gli slogan lanciati sui social sono decisamente violenti.

Ciò che inquieta di più non è però in superficie. Nell’indagare il fenomeno, le autorità hanno scoperto diversi gruppi privati su WhatsApp creati con lo scopo di coordinare molestie, violenze e persino omicidi contro la comunità LGBTQIA+.

Qui i membri condividono video degradanti e pornografici con protagonisti uomini gay ed effemminati, veri e propri rage bait per coinvolgere un sempre maggior numero di persone in una caccia alle streghe per scovare e punire omosessuali dichiarati o presunti.

Nelle ultime settimane abbiamo già registrato più di trenta episodi di attacchi omofobi” denuncia Brice Andy, direttore dell’associazione Gromo per la tutela dei diritti LGBTQIA+ in Costa D’Avorio. “Tra i casi segnalati, sabato 31 agosto si è verificato un violento raid contro un salone di bellezza gestito da donne trans a Yopougon, un quartiere operaio di Abidjan. Per sfuggire all’aggressione, le vittime hanno dovuto barricarsi dentro”.

Pur essendo uno dei pochi paesi dell’Africa occidentale a non criminalizzare ufficialmente le relazioni tra persone dello stesso sesso, la Costa D’Avorio non offre protezioni legali specifiche per la comunità LGBTQIA+.

Un vuoto legislativo che lascia le persone LGBTQIA+ vulnerabili alla discriminazione e alla violenza, senza alcuna forma di tutela. Se negli ultimi anni la relativa tolleranza del paese ha reso la Costa d’Avorio un rifugio per coloro che fuggono dalla repressione omofoba nei paesi limitrofi, come il Ghana e la Nigeria, l’attuale ondata di odio, alimentata dalle dinamiche virali dei social media, sta minacciando seriamente questo fragile equilibrio.

Le autorità stanno oggi lavorando per oscurare la campagna, che ormai ha raggiunto proporzioni preoccupanti, ma l’episodio ivoriano è solo l’ennesima dimostrazione di come i social media si stiano trasformando in vere e proprie camere dell’eco per la diffusione di retoriche conservatrici, omofobe e violente.

Grazie alla loro capacità di amplificare contenuti estremisti e di polarizzare le opinioni, piattaforme come TikTok, Facebook e WhatsApp stanno diventando il terreno fertile per la costruzione di narrazioni tossiche che trovano riscontro in ampi strati della popolazione.

Questo fenomeno, che parte dagli Stati Uniti per sconfinare oltremare e contagiare ovunque trovi terreno fertile, trasforma le piattaforme social in strumenti di mobilitazione e propaganda per movimenti ultraconservatori. L’assenza di adeguati meccanismi di regolamentazione e di controllo sui contenuti sta permettendo a messaggi di odio, come quelli contro la comunità LGBTQIA+, di proliferare indisturbati, creando un circolo vizioso di intolleranza che mette a rischio intere comunità già marginalizzate. 

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