Vent’anni senza Giuni Russo, la cantante che guardava oltre

Un ricordo di Giuni Russo, l’aliena disobbediente, a vent’anni dalla sua morte.

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Vent’anni senza Giuni Russo, la cantante che guardava oltre - Matteo B Bianchi22 - Gay.it
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È l’estate rovente del 2003. Un giorno impreciso e lunghissimo d’agosto, quando, dalle casse di un bar su una spiaggia adriatica, sento per la prima volta la voce di Giuni Russo cantare quella che solo molti anni più tardi capii essere una delle sue più celebri hit. Era Alghero e io, che non avevo ancora compiuto i miei dieci anni, non facevo che chiedermi da cosa scappasse quella ragazza dalla voce così disinvolta, cosa c’era che sua madre non poteva sapere, e perché voleva andare proprio lì? Dove era, soprattutto, Alghero? Cosa c’era lì di così luccicante da obbligarla alla fuga?

Il brano, uscito nel 1986 per l’etichetta indipendente Bubble Records, segna la rinascita di Giuni Russo, un (ultimo) ritorno al pop più sfacciato prima di virare verso altri territorio estetici. Alghero è insomma un saluto e un congedo, uno spartiacque e, se non una perfetta sintesi, almeno la porta d’ingresso più comoda ad accedere allo sconfinato «territorio di confine» che è la ricerca di Giuni Russo. Il testo della canzone, vagamente francobattiatesco, è composto da Russo stessa (la musica è invece di Maria Antonietta Sisini, sua compagna di arte, di ricerca e di tutta una vita) e racconta, con ironia e irresistibile malizia, la disobbedienza di una giovane ragazza. Non si capisce – per tornare alle domande iniziali – da cosa lei voglia fuggire esattamente, ma è chiaro che desideri un affrancamento da quel materno ormai insopportabile. È dai tempi di Cappuccetto Rosso che alle bambine, a tutte le ragazze del mondo, viene preclusa la possibilità di entrare nel bosco, di trasgredire ai dettami genitoriali, di smarginare.

E Giuni lo sa bene. Quella che in apparenza non è una che una delle tante canzonette dell’estate sembra, invece, nascondere, a uno sguardo più attento, il segno di una vocazione, artistica ed esistenziale, al gesto ribelle. La figura da cui cerca riscatto ed emancipazione, però, più che la madre biologica è quella putativa, la parca che per anni ha impugnato gelosamente le fila del suo destino: Caterina Caselli. È doveroso a questo punto del racconto fare un passo indietro. Quando Giuni partecipa a Castrocaro nel 1967, vincendo grazie alla sua interpretazione di A Chi di Fausto Leali, Caselli ne era madrina. È un primo incontro appartentemente casuale, ma le due, però, si re-incontreranno molti anni più tardi, quando Caselli – svestiti ormai i panni della cantante e indossati quelli della discografica – decide di rappresentarla. Corre l’anno 1981; Giuni Russo ha già partecipato una volta a Sanremo, firmato qualche successo con Cristiano Malgioglio (Ho fatto l’amore con me interpretata da Amanda Lear, su tutti), consegnato al mercato discografico un album – Love is a Woman – di stampo anglosassone, e dato vita a un sodalizio molto promettente con Franco Battiato. Insieme anche a Sisini, a Giusto Pio e ad Alberto Radius, i due artisti siciliani firmano tre brani eccellenti: Una vipera sarò, Crisi metropolitana e L’Addio. Il lavoro di squadra, quel cantiere aperto a ogni suggestione e allergico invece alle stereotipie e ai preconcetti, è per Giuni Russo la condizione ideale. Si sente capita, si sente supportata. Conscio del potenziale di quell’opera abbozzata, Battiato presenta i brani alla CGD. Ecco che torna il caschetto d’oro.

Caterina Caselli, vicepresidente dell’etichetta, ne è entusiasta. Il contratto è pronto: avrebbero lavorato insieme a cinque LP, uno all’anno per cinque anni. L’anticipo è di cinque milioni. Sembra un idillio, ma non lo sarà. Non per sempre almeno. Caselli sceglie per Giuni un nome d’arte, Màrion, che questa rifiuta categoricamente: «Piuttosto rinuncio al contratto, ma il nome non lo cambio». Niente, per Giuni, vale più della sua libertà. Lo mette in chiaro sin da subito. Il primo LP, intanto, viene dato alle stampe. Si intitola Energie ed è il precipitato di quel lavoro indefesso e brulicante, che Russo e Sisini hanno svolto al fianco di Battiato e della sua squadra. È un album dal valore storico – il primo esempio di «musica di confine» al mondo – che valorizza i virtuosisimi e l’impronta rococò della voce di Giuni Russo, pur affidandosi a testi sincretici e ironicamente stranianti – a volte caustici, a volte onirici, a volte divertiti o drammatici – che trovano il giusto appoggio in melodie sospese tra il classico e il futuristico. Una pietra miliare. Il grande successo, però, arriva l’anno successivo, quando Battiato e Giusto Pio firmano per lei Un’estate al mare. È un brano insolito, interstiziale: troppo pop per il repertorio di Giuni Russo, troppo raffinata per il mercato dei tormentoni. È, anzi, un anti-tormentone, che de-costruisce il mito della canzone estiva, incalzandola e, di fatto, sostituendola. Il testo è stiracchiato tra la corruzione urbana e la necessità di un diversivo balneare, la melodia invece si apre sul finale in un canto di gabbiano che sembra simulato, meccanicamente processato, e invece è naturale. È la pura voce di Giuni che si slega fino al cielo. Un’estate al mare è una rivelazione: sbanca al Festivalbar, vince il Telegatto, raggiunge le vette di tutte le classifiche.

Giuni Russo, prigioniera dell'estate - Lucy

Nessuno poteva prevederlo, ma il successo spinge Giuni Russo in una gabbia d’oro. L’industria si aspetta da lei soluzoni simili. Mentre lei inizia a spingersi altrove, verso un altrove ancora indefinito e forme più audaci, la discografia vuole il guadagno coatto, la reiterazione costante di uno stesso schema rivelatosi proficuo. Ha inizio così un periodo complesso: i rapporti con la CGD e con Caselli stessa cominciano a farsi tesi e Russo si guadagna la fama di artista ingestibile, indomita e scalpitante, algida, capricciosa. Di traverso si mette anche il Festival di Sanremo del 1984: Giuni si rifiuta di partecipare, perché il brano propostole – Un amore grande, poi poi finito nel repertorio di Pupo – non le era congeniale. «Mi tremerebbero le gambe a cantarlo, mi mancherebbe la voce. È più forte di me». In alternativa, propone Ciao, una canzone molto adatta alla kermesse, popolare e adatta all’indole dell’artista, ma all’ultima la CGD cede il suo posto a Patti Pravo, appena arrivata in scuderia e in cerca di rilancio. Il suo brano Per una bambola arriverà solo decimo. Ciao avrebbe fatto decisamente meglio. È il brano Mediterranea, però, il seme della discordia che pone fine alla collaborazione tra Caselli e la cantante. Scritta da Russo e Sisini, la canzone gode di una posizione speciale nel cuore della sua interprete, che più volte, come Flaubert con la sua Signora Bovary, ribadirà: «Mediterranea c’est moi». Giuni punta tutto su quel brano, vuole presentarlo al Festivalbar, farne il lato A del suo EP estivo. Caselli, però, non è d’accordo: a Mediterranea preferisce Limonata Cha Cha, un brano – evidentemente inferiore – scritto solo per accontentarla. Una canzonetta da balera, che simula lo yé-yé e strizza l’occhio al Cha cha cha della segretaria. Giuni deve cedere, gli ordini giungono dall’alto, ma non cela il suo malcontento. Le sembra – dice – di tornare indietro come un gambero, di non avere spazio alcuno per ricercare, per sperimentare, per continuare il bel viaggio cominciato con Energie. Caterina, intanto, si fa sempre più sfuggente. Loro la cercano, lei si nega. Non c’è soluzione: il contratto va rescisso. Quello che Giuni e Maria Antonietta non sanno, però, è che quell’accordo, che sembrava assolutamente vantaggioso, non era che un contratto capestro, assolutamente sbilanciato a favore della discografia.

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Comincia così un’epopea che ha del kafkiano, un viaggio burocratico punteggiato di liberatorie, veti, ed embarghi. E anche quando tutto sarà risolto, niente tornerà come prima. È la fine di un’era. Giuni Russo subisce un innegabile ostracismo: Piero Sugar, leader della CGD nonché marito di Caselli, è anche presidente dell’AFI, vale a dire l’associazione che riunisce tutti i discografici italiani. La cantante bussa alle porte della Polygram, poi a quelle della Carosello e così, porta a porta, si mette alla ricerca di un contratto. Tutti si dicono interessati, poi spariscono. È proprio in questo periodo, che Giuni e Maria Antonietta rimettono mano a un motivetto di qualche anno prima. Quello che era solo un refrain senza contorni – «Mia madre non lo deve sapere, non lo deve sapere, non lo deve sapere. Mia madre non deve sapere che voglio andare ad Alghero, in compagnia di uno straniero» – diventa una canzone. La canzone della rinascita, la canzone dell’affrancamento, il simbolo di quella che, secondo i codici del viaggio dell’eroina, è la chiamata all’avventura. Giuni deve abbandonare il mondo conosciuto e intraprendere un viaggio verso quell’altrove che le è stato precluso. È determinata a farlo. Alghero ottiene un successo francamente insperato, eguagliando gli straordinari risultati di Un’estate al mare. Giuni ha disobbedito.

Giuni Russo, la mia amica 'Aliena'» | Rolling Stone Italia

Pur felice dei nuovi traguardi, e ormai libera, Russo capisce che c’è qualcosa di distonico nella sua postura artistica. Deve andare da un’altra parte, la canzone pop – per quanto le piaccia – non le basta più. Nel 1988, grazie all’Ottava, l’etichetta discografica indipendente di Franco Battiato, l’artista pubblica A casa di Ida Rubenstein, un album che raccoglie le romanze e le arie di Bellini, Verdi e Donizetti, cantate alla sua maniera ed eseguite da un ottetto di pianoforte, sax, tastiere, clarinetto, corno, oboe, fagotto, basso e batteria. È un disco fusion, un progetto ambizioso e raffinatissimo. Nessuno si era spinto così in là, nessuno era mai stato così audace prima. Non in Italia, almeno. Complice di questa nuova ricerca artistica è anche il suo risveglio spirituale: il dolore per la fine tumultuosa del contratto con la CGD spinge Giuni Russo e Maria Antonietta Sisini a raggiungere la Terra Santa. Viaggiano in Palestina e dentro di sé, accompagnate dalla lettura dei testi di mistici e filosofi esoterici. Non solo Rudolf Steiner, ma anche Le tavole smeraldine di Ermete Trismegisto, poi Cristina Campo e Simone Weil, San Giovanni della Croce, Teresa d’Avila – fondatrice dell’ordine delle Carmelitane Scalze, al quale Russo si farà sempre più prossima con il passare degli anni – e Ignazio di Loyola. L’immersione totale nello spirito e la ritrovata adesione alla fede conducono inevitabilmente anche verso un nuovo corso artistico: ogni nuova canzone scritta è un canto universale, un’esplorazione dell’animo umano.

Giuni Russo, il occasione del ventennale della morte parla Maria Antonietta Sisini

È a partire da questo periodo che Russo e Sisini lavorano alla stesura di brani come La sua figura, La sposa, Nada Te Turbe e Moro perché non moro, tutti ispirati appunto dall’esperienza della preghiera, della contemplazione e della ricerca spirituale. Alcune di queste canzoni vanno a comporre la tracklist di Se fossi più simpatica sarei meno antipatica (1994) un album bifronte – scanzonato e serissimo – che custodisce in sé le molteplici anime dell’artista siciliana: rap psichedelici (come quello della title-track, ispirata al canto-cabaret di Ettore Petrolini), canti che guardano al folklore siciliano (Strade parallele) e brani che ancora strizzano un occhio al pop più raffinato. Eccolo il territorio di confine di cui parlavamo in apertura; si vede in piena luce. È una terra piana che si apre oltre il folto di un bosco. È un golena, un approdo. Giuni ha trovato la sua cifra nella sperimentazione inesausta, nella certezza del cambiamento, dell’evoluzione che si fa spirituale, umana e, contemporaneamente, artistica. È su quel terreno che Giuni – l’artista, la donna, la mistica e la disobbediente – decide di dimorare fino alla fine dei suoi giorni, sempre conservando, oppure tentando, l’assoluto. In ogni gesto, in ogni canto, in ogni nota e in ogni passo. Giuni, mancata nella notte tra il 13 e il 14 settembre 2004 in seguito a una lunga malattia, come una funambola, ha trovato un suo personalissimo equilibrio, saldo, tra il melò e il filosofico, tra l’androginia e la femminilità più pura, tra il profilo colto e quello più faceto.

Dama di cuori ed Amazzone, bestiola del mare e spirito del cielo, scriciolo e gigantessa, aliena e icona futuribile: Giuni Russo ha sempre detto di no, ha sempre disobbedito. Per emanciparsi, per affrancarsi da tutto ciò che si allontanava dalla sua precisissima visione estetica.

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