Indonesia LGBTI, intervista a Kai Mata, cantautrice lesbica: “Con le canzoni ho esorcizzato la paura di essere queer”

Premiata per la difesa dei diritti uamni, la prima cantautrice lesbica indonesiana a fare pubblicamente coming out racconta il proprio percorso di "artivismo".

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Kai Mata intervista Indonesia LGBTI
Kai Mata intervista Indonesia LGBTI
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Nel 2020, le terapie di conversione rischiavano di diventare protocollo istituzionale in Indonesia. Sotto le crescenti pressioni delle frange ultraconservatrici, la proposta legislativa RUU Ketahanan Keluarga avrebbe introdotto l’obbligo di “trattamento” per le persone LGBTQIA+, rendendo una popolazione già marginalizzata totalmente invisibile.

Al tempo, la maggioranza parlamentare di centrosinistra riuscì a stroncare la proposta alle fasi iniziali della discussione in parlamento. Oggi, tuttavia, l’elezione di Prabowo Subianto a guida del paese potrebbe presto riportare in auge un incubo che la comunità LGBTQIA+ indonesiana sperava di aver lasciato nel passato, con un disegno di legge volto a istituire restrizioni su qualsiasi contenuto che promuova comportamenti considerati “devianti”. Precedente che faciliterebbe la riesumazione della famigerata RUU Ketahanan Keluarga.

Agli albori della sua carriera come cantautrice indipendente, Kai Mata era diventata quattro anni fa un simbolo della resistenza contro la marginalizzazione delle identità non conformi in Indonesia. Il video del suo coming out e della critica alla “Family Resilience Bill” su X aveva in breve raggiunto le 400.000 visualizzazioni, diventando un caso mediatico.

Una visibilità inaspettata e difficile da gestire, che però Kai seppe trasformare in un potente strumento di attivismo. A coronamento delle prima tappe della sua breve, ma impattante carriera che mescola musica e impegno per i diritti umani e civili, ha ricevuto in questi giorni a Venezia il Joint Annual Engaged Artivist Award on Atrocity Prevention and Human Rights dal Global Campus of Human Rights.

Abbiamo avuto il piacere di conversare con Kai dopo la premiazione, per conoscere meglio il suo percorso artistico e la sua visione per il futuro, in un momento in cui la comunità LGBTQIA+ indonesiana necessita più che mai di una voce.

 

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La tua dichiarazione pubblica sulla tua identità queer ha ricevuto molta attenzione, sia positiva che negativa. Come hai gestito questa improvvisa visibilità e che impatto ha avuto sulla tua vita personale e artistica?

Dichiararmi pubblicamente queer è stato un momento di grande trasformazione, e l’attenzione che ne è seguita—sia positiva che negativa—è stata a tratti travolgente.

Da un lato, sono stata accolta da una comunità globale di persone LGBTQ+ e alleati, molti dei quali hanno condiviso le loro storie e trovato forza nella mia. Dall’altro, ho affrontato reazioni di odio, da minacce di morte a cyberbullismo che criticavano il mio aspetto, le mie origini e il mio valore come donna. Gestire questa improvvisa visibilità è stato un atto di equilibrio, ma anche un’opportunità profonda per crescere.

A livello personale, questa esperienza mi ha costretta a confrontarmi con paure e insicurezze che non avevo previsto. C’è una certa vulnerabilità nel vedere la propria identità discussa così pubblicamente, e questo mi ha resa più resiliente ma anche più cauta. Questa visibilità mi ha radicata nel mio scopo: creare spazi di amore e accettazione, non solo per me stessa, ma per tutte le persone che si sentono invisibili o non accettate.

Artisticamente, l’impatto è stato notevole. La mia musica è sempre stata personale, ma questa esperienza ha aggiunto nuovi strati di significato e urgenza al mio lavoro. Ora sono più consapevole nel creare canzoni che parlano delle sfumature dell’identità, dell’amore e del senso di appartenenza. Non racconto più solo la mia storia, ma rifletto anche quelle di altre persone queer che potrebbero non avere la stessa visibilità. Questo mi ha spinto a riflettere su come la mia arte possa diventare uno strumento di liberazione attraverso la celebrazione.

Il Family Resilience Bill (RUU Ketahanan Keluarga) ha avuto un ruolo chiave nella tua decisione di fare coming out. Pensi che ci sia ancora spazio per un cambiamento legislativo sui diritti LGBTQIA+ in Indonesia? E che ruolo può giocare l’arte in questo contesto?

Al momento, stiamo andando in una direzione pericolosa. Se approvate, le modifiche alla legge indonesiana sulla radiodiffusione potrebbero vietare e persino criminalizzare qualsiasi contenuto che vada contro le “norme morali”, inclusa la rappresentazione o la promozione dell’identità LGBTQIA+.

Questa limitazione della libertà di stampa distorce il processo artistico, ma al contempo stimola la creatività nel trovare modi per aggirare la censura. Metafore, doppi sensi e altri strumenti di codifica utilizzati da comunità emarginate in tutto il mondo possono essere impiegati per continuare a comunicare, anche se non sempre in modo evidente al pubblico.

Con o senza il supporto legislativo, troveremo comunque modi per connetterci, unirci e prosperare. L’arte crea empatia, e può portare a un cambiamento nella percezione pubblica. Quando le persone vedono la nostra gioia, il nostro dolore e il nostro amore riflessi nella musica, nel cinema e in altre forme espressive, si sfidano gli stereotipi e si abbattono barriere. L’arte è sempre stata una forma di resistenza e, in Indonesia, può continuare a essere uno strumento sia di sopravvivenza che di cambiamento.

Hai citato il sostegno della tua famiglia come uno dei fattori che ti ha dato la forza di dichiararti apertamente queer. Che consiglio daresti ai giovani indonesiani LGBTQ+ che magari non hanno la stessa fortuna?

La nostra cultura è profondamente radicata nelle strutture familiari. So di avere un grande privilegio con dei genitori che mi accettano—anche se l’amore incondizionato di un genitore dovrebbe essere la norma.

Ma dove ho trovato davvero ispirazione e sostegno è nelle comunità locali di Jakarta, Jogja e Bali, dove ci incontriamo, chiacchieriamo e viviamo le nostre vite quotidiane. Raccogliamo fondi per i nostri amici queer in difficoltà, organizziamo serate di karaoke e celebriamo varie festività religiose con abbondanti cene.

Ci sono molte più persone queer in Indonesia di quanto pensiamo. Ci sono alleati. Ci sono persone che, con il tempo e il dialogo, possono diventare accettanti. Essere LGBTI in Indonesia oggi significa costruire la propria rete di supporto. Può sembrare scoraggiante sapere da dove iniziare, ma una volta che lo si fa, si apre un intero mondo vibrante, anche se non è visibile agli occhi del pubblico.

Quanto è importante l’educazione ai diritti umani per formare una società più inclusiva e tollerante? E come pensi che si colleghi al tuo lavoro e attivismo?

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Molte delle discriminazioni che esistono derivano dall’ignoranza. Alcune sono intenzionali, ma molte non lo sono. Quando iniziamo a dialogare e a promuovere la comprensione, ho scoperto che molte persone sono disposte a essere parte della soluzione.

La musica è il mio punto d’ingresso per invitare le persone—che magari non avrebbero mai considerato i temi sociali trattati nei miei testi—a partecipare, ascoltare e prendere parte a queste conversazioni. È anche il mio punto di partenza con i giovani LGBTI in Indonesia, una popolazione che raramente ha la possibilità di vedere che esistono felicità, amore e accettazione.

La tua musica è strettamente legata alla tua identità e al tuo attivismo. Come bilanci la creazione artistica con la responsabilità di essere una figura pubblica per la comunità queer? E quali sono i tuoi progetti futuri in questo ambito?

Sento una forte responsabilità nel rappresentare autenticamente la comunità queer e nel amplificare le nostre voci in spazi dove spesso siamo silenziati. D’altro canto, devo restare fedele a me stessa come artista, il che significa creare da un luogo di vulnerabilità e non solo reagire alle pressioni o aspettative esterne.

A volte è come camminare su una fune: c’è la pressione di essere sempre un’attivista, di fare in modo che ogni canzone o performance sia una dichiarazione. Ma ho capito che, semplicemente esistendo e facendo musica che riflette la mia verità come persona queer, sto già contribuendo al movimento.

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Kai Mata vince il secondo premio Engaged Artivist Award sulla Prevenzione delle Atrocità e dei Diritti Umani del Global Campus of Human Rights

Il mio attivismo non deve sempre essere rumoroso; a volte si tratta di mostrare gioia, amore o anche i momenti più tranquilli della vita. Anche questi sono radicali, soprattutto in un mondo che spesso tenta di ridurre le nostre identità a traumi o lotte.

Il mio prossimo album Nasib (Destino) inizierà a uscire a ottobre. Riflessione sul passato, presente e sul mio futuro immaginato della comunità queer in Indonesia, mescola frammenti di musica tradizionale indonesiana con produzioni contemporanee per rivendicare l’identità queer come pietra miliare culturale del mio paese, piuttosto che il mito comune che sia un’importazione moderna e occidentale. Il mio obiettivo è ampliare il discorso e la consapevolezza pubblica su come potrebbe apparire la queerness in Indonesia. Non è solo vergogna, sofferenza e isolamento; può essere gioia, comunità e realizzazione, come meritiamo di vivere insieme a tutti gli altri.

Puoi descrivere il tuo processo creativo quando scrivi musica? Da dove trai ispirazione dalle tue esperienze personali, e come queste influenzano i temi che esplori nelle tue canzoni?

Scrivere canzoni era il mio rifugio quando ero un’adolescente solitaria e spaventata, mi ha aiutato a esorcizzare la paura di essere queer, delle conseguenze sulla mia famiglia e su di me. Sentendomi isolata e incapace di rivolgermi a qualcuno, esploravo i miei paesaggi emotivi attraverso melodie, ritmi e testi. Le mie paure e i miei dibattiti interiori vivevano solo nei miei quaderni, l’unico luogo di cui potevo fidarmi all’epoca. Scrivere canzoni mi ha dato lo spazio per scoprire chi ero in un momento cruciale della mia vita.

Ora che le mie canzoni sono ascoltate pubblicamente, e da un numero considerevole di persone, il mio obiettivo resta quello di raccontare una storia. Nei miei sei anni come musicista professionista, mi sono fatta una reputazione per trasformare le difficoltà in trionfi, il veleno in vitalità e le minacce di morte in note d’amore. Non c’è modo migliore di ribellarsi che attraverso una celebrazione sfrenata, a mio avviso.

Congratulazioni per aver vinto il secondo premio Engaged Artivist Award sulla Prevenzione delle Atrocità e dei Diritti Umani del Global Campus of Human Rights. Che impatto ha questo riconoscimento sul tuo percorso come artivista, e quale messaggio speri di trasmettere attraverso questo premio sia alla comunità indonesiana che a quella globale?

Ricevere questo premio è per me una grande conferma, soprattutto all’inizio della mia carriera, a soli ventisette anni. Il lavoro che faccio a livello di base è stato prevalentemente auto-finanziato. È possibile fare la differenza senza alcun sostegno economico, ma è decisamente più facile con il supporto istituzionale, che mi permette di concentrarmi sul lavoro che crea il percorso più efficace.

Mi sono concentrata su come rendere questo percorso, come artista e attivista, sostenibile a lungo termine e creare il massimo impatto possibile. Questo premio convalida a livello globale il cambiamento reale che l’artivismo può portare nell’avanzare la giustizia, superando i limiti, avviando conversazioni difficili e innescando il cambiamento.

Inoltre, aiuta a inserire l’Indonesia nel dibattito globale sui diritti umani con una prospettiva locale, quotidiana. Questo premio dimostra il potere che abbiamo come individui di essere agenti di cambiamento nelle nostre comunità. Ognuno di noi ha l’influenza per aprire le menti e i cuori attraverso il racconto delle nostre storie e l’ascolto di quelle degli altri. Possiamo combattere contro la violenza basata sull’identità e le atrocità in modi che risuonano a livello globale. Con la celebrazione, rifiutiamo la vergogna che ci viene imposta dai sistemi di oppressione. Con la gioia, affermiamo il nostro diritto di esistere e prosperare. Con l’orgoglio, dichiariamo che le nostre voci non saranno soffocate nel tribunale dell’opinione pubblica.

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