Nella preistoria eravamo già queer: i nostri antenati LGBTI+

Non siamo state sempre oppresse. Noi persone queer, intendo. Dai petroglifi di Kangjiashimenji in Cina agli Hadza della Tanzania di oggi, perché è importante osservare la sessualità nella preistoria.

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Preistoria Queer: è necessario guardare con più curiosità e immaginazione alle relazioni tra i nostri antenati.
Preistoria Queer: è necessario guardare con più curiosità e immaginazione alle relazioni tra i nostri antenati.
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Non siamo state sempre oppresse. Noi persone queer, intendo. E non lo saremo per sempre. Questa verità, forse delirante, persino impavida, mi accompagna in ogni riflessione sulle ipotesi di una queerness preistorica, e vorrei che sia chiara fin dall’inizio. Il dibattito che riguarda la sessualità nella preistoria, le relazioni queer tra i nostri antenati, quelle antiche creature che abitavano la terra con la stessa intensità e necessità di connessione che conosciamo oggi, è uno degli argomenti più eccitanti e necessari che emergono dall’archeologia e dall’antropologia contemporanee. Sì, la mancanza di documenti scritti getta una coltre di silenzio e di scaltre manipolazioni, su quelle vite, quei corpi, quei cuori, ma non dobbiamo ingannarci: il silenzio non è mai assenza.

Gli studiosi ci invitano a vedere, a immaginare, a esplorare la possibilità che la fluidità sessuale e le relazioni tra individui dello stesso sesso fossero non solo presenti, ma vibranti, una parte essenziale della tessitura sociale delle prime comunità umane. Ci sono così poche testimonianze dirette, ma ciò che abbiamo — queste incisioni misteriose, queste immagini scolpite nella roccia, frammenti di modelli comportamentali simili osservati nei primati, i nostri cugini lontani — ci offrono una finestra, una possibilità radiosa. Non possiamo chiudere gli occhi su queste tracce. C’è qui qualcosa di potente, tenero, una delicatezza e una forza insieme che ci costringe a interrogarci, a discutere. La storia non è mai stata solo una narrazione di dominio e oppressione; esistono anche voci mai taciute, che hanno sempre sfidato il buio e reclamato il proprio posto sotto le luci e le ombre della storia.

 

Le evidenze archeologiche: i petroglifi di Kangjiashimenji

Preistoria Queer LGBTI petroglifi di Kangjiashimenji Cina
Preistoria Queer, prime persone “LGBTI” nei petroglifi di Kangjiashimenji in Cina

Uno dei casi più incantevoli di possibili rappresentazioni di relazioni queer e la sessualità nella preistoria – nel caso specifico nell’età della pietra – emerge dai petroglifi di Kangjiashimenji, incisi su rocce antiche che ancora oggi si ergono mute nello Xinjiang, in Cina. Un sito archeologico che presenta con cruda immediatezza certe verità disturbanti per le nostre società moraliste di oggi. Questi segni — no, non solo segni, ma tracce lasciate da mani umane, mani che sapevano e volevano raccontare qualcosa di profondamente umano — risalgono a circa 7000 anni fa.

petroglifi di Kangjiashimenji Gay.it
Ricostruzione grafica dei petroglifi di Kangjiashimenji – Gay.it

Oltre cento figure di esseri umani, corpi contorti, carni intrecciate e avviluppate tra loro in un caos di atti sessuali. Alcuni maschi, scolpiti con eccitante ed esplicita accuratezza di falli in evidenza, si uniscono tanto a corpi femminili, quanto a corpi maschili. L’archeologo David Keightley, che ha dedicato tempo e silenziosa contemplazione a queste figure enigmatiche, ipotizza che potrebbero rappresentare una fluidità sessuale, un’assenza di rigide barriere tra generi e ruoli. Non ci sono confini netti, nessun “lui” o “lei” definiti. Solo corpi, desideri, impulsi forse parlavano di libertà, sebbene racchiusa nella pietra.

 

Comportamenti omosessuali tra primati: un parallelo evolutivo

Preistoria Queer - Bonobo omosessuali
Preistoria Queer – I Bonobo sfidano le convenzioni degli umani contemporanei e con il loro sesso sfrenatamente omosessuale vogliono dirci qualcosa?

C’è un argomento intrigante, sconcertante persino, che viene spesso utilizzato per penetrare i misteri della sessualità nella preistoria. Gli occhi attenti degli scienziati si sono rivolti ai nostri cugini più prossimi, quei primati che ancora vivono nelle foreste — i bonobo, gli scimpanzé. A quanto pare condividiamo con loro un patrimonio genetico che si annida nel profondo, un’eredità comune. I bonobo, in particolare, sembrano sfidare le nostre convenzioni: il loro comportamento sessuale è un teatro di flessibilità, in cui nulla è precluso, tutto è fluido. Maschi e femmine si intrecciano in interazioni omosessuali frequenti, senza esitazione, senza freni. Questi atti non sono privi di scopo; no, c’è una logica invisibile che scorre tra loro. Rafforzano legami, dissolvono tensioni, costruiscono una fragile pace tra i membri del gruppo. Frans de Waal e altri studiosi osservano, prendono nota, e suggeriscono — in silenzio, quasi timorosi — che forse, solo forse, anche i nostri antenati lontani vivevano in questa stessa rete di comportamenti, una rete in cui il desiderio non conosceva confini. Ma le prove, ahimè, restano sfuggenti, come ombre che si dissolvono prima di poter essere afferrate, presto spazzate via – forse – dalla ferocia della tecnica e del dominio dell’impetuoso (insopportabile) maschio cisgender eterosessuale aderente a un modello predefinito e normato e impositivo, scolpito dal tempo per scavare una lunga era di dominio e sopraffazione giunta fino ai giorni nostri.

 

Arte rupestre e rappresentazioni della sessualità: oltre il binarismo di genere

Preistoria Queer -Lascaux
Preistoria Queer -La magnifica grotta di Lascaux: alcuni studiosi vedono possibili simboli di rituali sessuali, altri raccomandano prudenza nel guardare a questi reperti con occhio troppo contemporaneo

Le raffigurazioni artistiche della preistoria, come frammenti di un sogno remoto e irraggiungibile, aprono spiragli su pratiche sociali e sessuali di comunità antiche, comunità che vivevano nell’ombra di epoche di cui sappiamo poco. I petroglifi di Kangjiashimenji sono solo uno degli esempi; altri sono sparsi qua e là, segni scolpiti nella roccia, lasciati da mani ignote. Nella grotta di Lascaux, in Francia, tra i dipinti che adornano quelle pareti oscure e intrise di umidità, alcune figure umane, danzanti, statiche, sono state interpretate — da occhi moderni e curiosi — come possibili simboli di rituali sessuali, o forse come trasformazioni enigmatiche legate al genere. Ma qui l’interpretazione vacilla, come sempre. C’è il pericolo, ci ammoniscono studiosi come Paul Bahn, di cadere nella trappola del presente, di proiettare le nostre ansie e comprensioni sulla sessualità e sul genere in tempi così lontani. Quei tempi, quelle menti, vivevano in un mondo talmente diverso dal nostro che cercare di decifrarli rischia di diventare un esercizio di vanità intellettuale. Eppure, il mistero rimane, silenzioso, eterno, seducente per noi poveri umani del contemporaneo sempre a caccia di risposte. Eppure certe domande restano scolpito nelle pareti della storia in angoli remoti di un universo che non possiamo pensare di comprendere tutto: oppure sì?

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Rituali e pratiche sessuali nelle società di cacciatori-raccoglitori

Preistoria Queer - Hadza della Tanzania
Preistoria Queer – Hadza della Tanzania (foto Wikipedia) sembrano includere le relazioni omosessuali come componente essenziale dell’organizzazione sociale

Le prime comunità umane, fragili e resilienti, disperse tra terre selvagge, in mezzo a una natura feroce (Leopardi!), si organizzavano in gruppi di cacciatori-raccoglitori: l’alba annunciava ogni giorno una vita di necessità e adattamento. Forse, proprio in questa durezza, si trovava una fluidità sconosciuta alle nostre società moderne, sistemi di relazioni sessuali più flessibili, meno vincolati da rigidi schemi di genere o di desiderio. Gli antropologi, osservando con sguardi curiosi e attenti le popolazioni contemporanee di cacciatori-raccoglitori, come i San del Kalahari o gli Hadza della Tanzania, e registrano una verità sorprendente: una tolleranza più ampia verso le relazioni omosessuali, una scioltezza nelle norme di genere:

come se il mondo non fosse così intrappolato nei dualismi binari che conosciamo ora.

È un pensiero inquietante, eppure liberatorio: che i nostri antenati preistorici possano aver vissuto senza il peso di quelle convenzioni sociali che oggi ci ingabbiano in meccanismi di sopraffazione. In questi antichi gruppi, non era la conformità a dettare le regole, ma la cooperazione; non il rigore della norma, ma la necessità di sopravvivere. L’antropologa Sarah Blaffer Hrdy ci ricorda che l’evoluzione delle relazioni sociali tra i primi esseri umani non era solo questione di riproduzione, ma di alleanze, di legami che rafforzavano la coesione del gruppo. C’era, forse, una saggezza primordiale in questo: legarsi non solo per procreare, ma per sostenersi, per restare insieme, per sopravvivere.

 

Evoluzione della sessualità umana: il ruolo delle relazioni queer

Preistoria Queer Edward Hagen
Edward Hagen, antropologo bioculturale, parla delle relazioni omosessuali come strategia sociale

C’è un’idea, un filone di pensiero evoluzionistico, che suggerisce qualcosa di rivoluzionario: che le relazioni queer, spesso relegate ai margini della storia, potrebbero aver giocato un ruolo cruciale nell’evoluzione stessa della nostra specie. Edward Hagen, antropologo bioculturale (Università di Vancouver), parla di un vantaggio invisibile ma potente che tali relazioni avrebbero potuto offrire. Non si tratta solo di desiderio o affetto, ma di una strategia sociale, sottilmente intessuta nei fili della sopravvivenza. Le relazioni omosessuali — così come osservate in alcune specie animali — potrebbero aver rafforzato i legami tra individui dello stesso sesso, creando un tessuto sociale più robusto, capace di resistere alle tensioni interne.

E in tempi di crisi, quando il mondo sembra franare, questi legami avrebbero favorito la cooperazione, un’alleanza silenziosa tra chi non condivideva solo il sangue o il sesso, ma qualcosa di più profondo.

Alcuni animali, ci dicono gli etologi, formano legami omosessuali per proteggere la prole, per garantire che il gruppo sopravviva, che nessuno venga lasciato indietro. E così, forse, anche nelle prime comunità umane, la vita queer non era solo tollerata, ma necessaria, una forza invisibile che teneva insieme la fragile esistenza degli antenati.

 

Un approccio inclusivo alla sessualità preistorica per l’orgoglio queer di oggi

Preistoria Queer - approccio inclusivo
Un approccio inclusivo alle relazioni umane nella preistoria potrebbe rinsaldare l’orgoglio queer di oggi: ne abbiamo bisogno.

Insomma, sebbene le prove dirette di relazioni queer tra i nostri antenati preistorici siano velate, come tracce di sogni lontani, luminescenze tremule nell’universo del nostro sapere, le testimonianze archeologiche e i comportamenti osservati nei nostri cugini primati, così vicini a noi, insieme agli studi antropologici su società di cacciatori-raccoglitori moderne, disegnano un quadro meravigliosamente complesso e intricato della sessualità umana. Una realtà che si rivela essere, e forse lo è sempre stata, straordinariamente fluida, ricca di sfumature e di possibilità infinite.

Ridurre la sessualità preistorica al semplice dualismo etero-omo, una gabbia di rigidità imposta con gli occhi del presente, sarebbe un atto di riduzione brutale, una forzatura che oscura la fulgente diversità delle esperienze umane.

Al contrario, è dolce immaginare che i primi esseri umani abbiano vissuto una vasta gamma di esperienze sessuali — esperienze ricche, carnali, spirituali, tanto vitali quanto lo erano per la loro sopravvivenza — molte delle quali sarebbero considerate queer secondo i nostri attuali standard. Una sessualità sfaccettata, libera, un mosaico in continua scomposizione e ricomposizione, plasmato non solo dalla necessità biologica, ma da quel desiderio immortale di connessione, di legame, di tenerezza. Comprendere queste dinamiche ci invita a ripensare la nostra stessa visione della sessualità: non come qualcosa di rigido e limitato, ma come un flusso delicato, in costante movimento, una corrente profonda che attraversa il cuore della storia evolutiva dell’umanità. Non siamo state sempre oppresse: e non lo saremo per sempre. Lo giuro.

 

Fonti

Keightley, D. N. The Origins of Chinese Civilization. University of California Press, 1983.
De Waal, F. Bonobo: The Forgotten Ape. University of California Press, 1997.
Hrdy, S. B. Mothers and Others: The Evolutionary Origins of Mutual Understanding. Harvard University Press, 2009.
Hagen, E. H., & Symons, D. The evolution of homosexual behavior in humans. Journal of Theoretical Biology, 2005.
Bahn, P. G. Prehistoric Rock Art: Polemics and Progress. Cambridge University Press, 1998.

Per eseguire le ricerche ed editare questo articolo è stato utilizzato un potenziatore di calcolo.

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