La Moldavia vuole l’UE e conferma Maia Sandu, ma ora cresce la furia della Russia

Mentre l'Unione Europea festeggia la vittoria in Moldavia della presidente filoeuropeista, crescono le preoccupazioni per una possibile reazione del Cremlino.

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Dopo i sospetti e le ombre proiettate dalla Russia sul referendum per l’integrazione UE, dopo le presunte 138.000 persone corrotte per alterare il voto, e a seguito del serrato ballottaggio presidenziale tra Maia Sandu, il volto filoeuropeista, e Alexandr Stoianoglo, rappresentante di una Moldavia che guarda a Mosca, il responso appare chiaro: la Moldavia si è espressa e punta verso l’Unione Europea.

Sandu, confermata ieri, 3 novembre, con un 55% dei voti su un’affluenza del 54%, ha superato Stoianoglo, fermo al 45%. Un trionfo che consegna alla presidente il suo secondo mandato, ed insieme ad esso, un maggiore spazio di manovra per implementare le impellenti riforme chieste dall’UE anche in ambito di comunità LGBTQIA+.

Moldavia, hai vinto!” – ha esultato Sandu in conferenza stampa poco dopo il termine dello spoglio – “Oggi, cari moldavi, avete dato una lezione di democrazia, degna di essere scritta nei libri di storia… Libertà, verità e giustizia hanno prevalso”. Una celebrazione che arriva come un soffio d’aria dopo mesi di tensioni, di accuse, di ingerenze, ancora non del tutto sopite.

Se ancora una volta, la diaspora e il voto occidentale della capitale, Chisinau, hanno orientato la Moldavia verso il sogno europeo, le prime accuse di brogli non hanno infatti tardato ad arrivare: dalla sponda filorussa si punta il dito contro un presunto ostracismo verso la diaspora in Russia, un’accusa che finora non trova sostegno in fonti autorevoli. Ma intanto, la presenza di Mosca nelle istituzioni non è del tutto scampata, ma trova rifugio in un’opposizione che darà filo da torcere al governo progressista nei prossimi, delicatissimi step che la Moldavia si prepara a intraprendere.

Il Cremlino, del resto, non pare disposto a incassare una sconfitta in silenzio. Investimenti, propaganda, tentativi d’influenza: la Russia ha puntato molto, e perdere significa – di nuovo – guardare una delle sue ex repubbliche volgersi a Occidente.

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Perché, dunque, nonostante le speranze riposte dalle frange progressiste europee e dalle organizzazioni per i diritti umani nella vittoria di Sandu, permangono ancora profonde preoccupazioni? Per comprenderne le ragioni, è necessario fare un passo indietro ed esaminare le intricate dinamiche geopolitiche che attraversano la Moldavia e l’intero blocco ex-sovietico.

Scalzando il presidente filorusso Igor Dodon, Maia Sandu ha guadagnato il primo mandato nel 2020 come la prima donna alla guida della Moldavia, in uno dei momenti più incerti e difficili della storia recente del paese.

La sua presidenza, fin dai primi mesi, è stata costretta a navigare tra le turbolenze di una pandemia mondiale e le tensioni crescenti della guerra tra Russia e Ucraina – due nazioni da cui la Moldavia, fragile e incastrata in una geografia complessa, è da sempre economicamente dipendente. Ma nonostante le sfide incombenti, Sandu non ha mai deviato la rotta, spingendo costantemente la Moldavia verso un’adesione all’Unione Europea e consolidando il suo ruolo come una delle voci più intransigenti del blocco ex-sovietico nei confronti del Cremlino.

Al cuore della sua visione politica, la questione irrisolta della Transnistria, enclave separatista situata al confine con l’Ucraina ed amministrata da un governo autoproclamato sostenuto dalla presenza di circa 1.500 soldati russi.

Presenza giustificata da Mosca come “peacekeeping”, ma percepita dal governo moldavo come una mano tesa del Cremlino su un territorio che sfugge alla sua sovranità. La strategia di Sandu è chiara: ottenere il ritiro delle truppe russe dal deposito di Cobasna, un’eredità del periodo sovietico che rappresenta una costante minaccia alla sicurezza nazionale, e sostituire le attuali forze di peacekeeping, formate da contingenti moldavi, transnistriani e russi, con una missione civile sotto l’egida dell’OSCE.

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Con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il piano europeista della presidente Sandu ha però trovato una nuova e drammatica urgenza. La richiesta di adesione all’Unione Europea, firmata il 3 marzo 2022 con il sostegno di Igor Grosu, presidente del parlamento, e del Primo Ministro Natalia Gavrilița, fu il suggello inequivocabile di una Moldavia pronta a uscire dall’ambiguità della “zona grigia” per dichiararsi apertamente e risolutamente a favore dell’integrazione europea. E, proprio per questo motivo, il pericolo di una reazione russa a breve è concreto.

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La transizione della Moldavia verso l’UE è dunque delicata, non solo per le pesanti tensioni geopolitiche sull’intero territorio del blocco ex sovietico, ma anche per il profondo divario tra una cornice legislativa che faticosamente e lentamente si allinea agli standard comunitari e una società ancora fortemente radicata in valori conservatori, spesso ostile alle minoranze.

Del resto, come ci raccontava l’attivista e portavoce di GENDERDOC-M, Leo Zbanca, la questione LGBTQIA+ raramente arriva nelle aule istituzionali, specialmente in un periodo di forte polarizzazione sul tema, seppure alcuni passi avanti siano stati compiuti.

Un episodio emblematico fu l’approvazione della legge contro la discriminazione nel 2012: un traguardo accolto positivamente dalle istituzioni europee, ma percepito in Moldavia più come un obbligo che come una conquista civile.

Nonostante la legge risponda infatti ai requisiti minimi imposti dall’Unione, la sua applicazione rimane fragile e i casi di discriminazione continuano ad affollare i report di Amnesty International e Human Rights Watch. Le autorità non sembrano intenzionate a trattare con serietà le denunce di omofobia o transfobia, e la mancanza di un meccanismo legale efficace lascia le vittime in una zona grigia, prive di reale tutela.

La resistenza sociale si nutre anche del forte peso della Chiesa Ortodossa, pilastro spirituale e culturale di una Moldavia in cui la famiglia tradizionale è elevata a modello imprescindibile. Non sorprende, quindi, che un sondaggio del 2022 mostri come oltre il 70% dei moldavi abbia una visione negativa delle persone LGBTQIA+.

In questo contesto ostile, eventi come il Pride di Chișinău rappresentano per molti un atto di resistenza simbolica, sebbene fortemente circoscritto. L’edizione 2024, svolta sotto la stretta sorveglianza della polizia per evitare scontri, ha portato in piazza centinaia di attivisti. Ma questa breve parentesi di visibilità non può nascondere l’invisibilità e l’isolamento che la comunità LGBTQIA+ è costretta a vivere quotidianamente, una realtà parallela e giudicata poco importante a cui le istituzioni e la società non intendono prestare attenzione.

Per un vero avvicinamento ai parametri europei in materia di diritti umani, la Moldavia dovrà dunque affrontare riforme strutturali che vadano ben oltre la teoria. L’Unione Europea, su questo, è tranchant: il primo passo dovrà essere l’introduzione di una legge per il riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, una misura che non solo darebbe dignità alle coppie LGBTQIA+, ma sancirebbe anche l’accesso a diritti basilari, come l’assistenza sanitaria e la successione ereditaria.

In parallelo, l’UE chiede anche una riforma del sistema educativo moldavo, che promuova la tolleranza e il rispetto delle differenze fin dalla scuola, l’unico modo per spezzare i pregiudizi radicati, sensibilizzando le nuove generazioni a un concetto più ampio di diversità.

Ma l’ambito che forse richiede l’intervento più urgente è quello che riguarda la comunità transgender, attualmente vincolata a percorsi legali e medici onerosi e invasivi. Come sancì l’UE in uno dei suoi comunicati più duri verso la Moldavia, senza una legge chiara che permetta il cambio di genere sui documenti senza requisiti medici estremi, il paese continua a violare uno dei diritti fondamentali dell’individuo: quello all’identità.

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