La Moldavia di Maia Sandu sfida la Russia: il 20 Ottobre il referendum per l’integrazione con l’Unione Europea

Qual è situazione per la comunità LGBTQIA+ nell'ex paese del blocco sovietico?

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Maia Sandu, attuale presidente filoeuropea della Moldavia
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Come molte altre nazioni del blocco ex sovietico, la Moldavia, piccolo paese situato tra Romania e Ucraina, si trova oggi tra incudine e martello. Da un lato, le pressioni della Russia e il timore di diventare la prossima Ucraina; dall’altro, la spinta verso l’integrazione europea. Al centro di questo delicato equilibrio c’è la prima donna a guida del paese, Maia Sandu, eletta agli albori della pandemia – due anni prima dello scoppio della guerra in Ucraina – e ben presto diventata figura chiave nel percorso di modernizzazione e avvicinamento all’Occidente insieme al primo ministro europeista Dorin Recean, del partito Partito di Azione e Solidarietà.

Le pressioni della Russia sul blocco ex sovietivo

Il percorso della Moldavia è iniziato però già con l’ingresso del paese nel programma NATO Partnership for Peace nel 1994, proseguito con riforme democratiche e culminato nell’aspirazione a una più stretta integrazione con l’Unione Europea. In quel periodo, le relazioni tra la Russia e l’Occidente erano relativamente cooperative, poiché entrambe le parti stavano cercando di ridefinire i rapporti dopo la fine della Guerra Fredda. La Russia stessa aveva aderito al PfP nello stesso anno, mostrando interesse per una collaborazione con la NATO su questioni di sicurezza.

Negli ultimi anni, tuttavia, le dinamiche geopolitiche che avevano consentito alla Moldavia di avvicinarsi sempre di più ai paesi del blocco occidentale sono notevolmente cambiate. La guerra in Ucraina ha esacerbato le tensioni nell’Europa dell’Est, mettendo in luce la vulnerabilità dei paesi post-sovietici alle ambizioni di Vladimir Putin. L’obiettivo di Mosca – in un mix tra soft power e pressioni economiche sui paesi più vulnerabili alla sua influenza – è quindi diventato quello di destabilizzare l’Unione Europea, e, di conseguenza, minare le democrazie occidentali.

La leva di Mosca sulle regioni russofone in Moldavia

Dal 2012 in poi, la Russia punta infatti sulla la retorica dei “valori tradizionali” per consolidare il proprio potere interno e giustificare la repressione di dissidenti e minoranze. Un approccio esteso oltre i confini nazionali attraverso campagne di disinformazione e il sostegno a movimenti politici filo-russi nei paesi dell’ex blocco sovietico. La repressione dei diritti umani diventa così uno strumento strategico.

In questo contesto, la Moldavia non è purtroppo rimasta immune alle provocazioni russe. Regioni come la Transnistria, a maggioranza russofona, e la Gagauzia, con forti legami culturali e politici con Mosca, rappresentano infatti ancora fonti di profonda instabilità interna.

La Transnistria, in particolare, è una regione separatista sostenuta dalla Russia sin dai primi anni ’90, con truppe russe ancora presenti nel territorio. Dal 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, le tensioni sono aumentate e si sono registrati numerosi atti di provocazione, tra cui il sorvolo di missili russi nello spazio aereo moldavo.

Moldavia e Ucraina, inquietanti similitudini

In parallelo, Mosca è accusata di aver orchestrato tentativi di destabilizzazione politica in Moldavia, come ipotizzato dalle dichiarazioni del presidente ucraino Zelensky e dalla stessa Sandu, che hanno denunciato piani russi per destabilizzare il governo moldavo attraverso proteste violente organizzate da partiti filo-russi come quello di Ilan Shor, oligarca in esilio e sanzionato dagli Stati Uniti.

Dopo l’ulteriore allarme lanciato a Bruxelles dalla ministra degli Interni moldava, Ana Revenco, sul fatto che “la Repubblica di Moldova si trova sulla strada di Mosca per rompere la stabilità e l’Unione in Europa”, sette persone legate al Cremlino sono state arrestate durante le proteste antigovernative, che tra l’altro intimavano le dimissioni della presidente Sandu.

Per arginare i rischi, dal 24 aprile 2023 è quindi stata lanciata la missione civile di partenariato dell’Unione Europea in Moldavia (EUPM Moldavia), con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza del paese contro crisi e minacce ibride, inclusa la protezione della sua integrità territoriale.

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Solo a inizio anno, le autorità dell’autoproclamata repubblica filorussa hanno richiesto a Mosca “protezione” dal governo moldavo. Un evento che ricorda in modo inquietante quanto accaduto nei giorni precedenti all’invasione dell’Ucraina scoccata ufficialmente il 24 febbraio 2022, quando la Russia riconobbe le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk nel Donbass ucraino.

Moldavia, il percorso lampo verso l’integrazione europea e i diritti LGBTQIA+

Eppure, se diversi paesi candidati o parte dell’UE soggetti alla sfera d’influenza russa hanno in questi mesi capitolato e si sono allineati a politiche più vicine a quelle del Cremlino, la Moldavia ha scelto di andare nella direzione opposta, candidandosi all’ingresso nell’Unione Europea nel 2022. E, fin da subito, dimostrando che non stava scherzando.

Con un programma basato sulla lotta alla corruzione e sul rafforzamento dello stato democratico, la presidente Maia Sandu ha lavorato senza sosta per consolidare lo stato di diritto e promuovere i valori europei nel paese. Un percorso relativamente lampo, specialmente in materia di diritti LGBTQIA+.

Del resto, la base da cui si è partiti era favorevole. Qui l’omosessualità è stata decriminalizzata già nel 1995 e, nel 2012, il governo liberale dell’epoca aveva adottato la legge – ancora in vigore – sulla “garanzia dell’uguaglianza”, una tutela contro i crimini d’odio che conteneva una modernissima clausola sull’orientamento sessuale. A cui, nel 2021, è stata anche aggiunta l’identità di genere. L’abrogazione della legge contro la “propaganda gay” nel 2013 fu una diretta conseguenza. La Moldavia è anche diventata uno dei principali corridoi umanitari per i rifugiati LGBTQIA+ dall’Ucraina invasa.

L’avvicinamento all’UE come spinta verso i diritti umani

Sebbene, come del resto anche in Italia, il paese si trovi a fare fronte a una società ancora influenzata dai retaggi conservatori il rapporto di ILGA Europe, in questo senso, è stato spietato – in soli tre anni l’opinione pubblica è passata dall’essere solo per il 33% tollerante nei confronti della comunità LGBTQIA+ a un eccezionale 55%. Del resto, l’Italia è 11 posti sotto la Moldavia nella classifica ILGA, e mentre noi ci chiediamo se da un giorno all’altro le manifestazioni Pride potrebbero essere vietate dal DDL sicurezza, in Moldavia da due anni le manifestazioni sono pacifiche e quasi completamente demilitarizzate.

Ciò non toglie che ci sia ancora molto da fare anche qui. Le coppie dello stesso sesso non hanno diritto al riconoscimento giuridico né all’adozione, e gli episodi di violenza e discriminazione continuano a essere all’ordine del giorno. In questo contesto, l’impegno di Maia Sandu per l’integrazione europea potrebbe però favorire un clima più aperto e tollerante, in linea con gli standard dell’Unione Europea.

L’avvicinamento all’Unione Europea rappresenta infatti non solo una naturale scelta geopolitica in vista dell’escalation di tensione tra Occidente e BRICS, ma anche un impegno verso i valori di democrazia, stato di diritto e rispetto dei diritti umani. Sandu è ben cosciente della posta in gioco, specialmente a poche settimane dal referendum per l’integrazione europea, previsto per il 20 ottobre, in concomitanza con le elezioni presidenziali.

Qual è il quesito referendario del 20 Ottobre?

Il 20 ottobre 2024, i cittadini moldavi voteranno in un referendum per decidere sull’adesione all’Unione Europea. Il quesito sarà: “Siete favorevoli all’adesione della Moldavia all’UE?“. Il referendum mira a inserire questo obiettivo nella Costituzione, rendendolo difficilmente revocabile dai futuri governi e rafforzando il percorso europeo del Paese sostenuto dalla presidente Maia Sandu. Entrambe le votazioni forniranno indicazioni chiare sulla volontà popolare di proseguire lungo il percorso verso l’Unione Europea. La Moldavia, dunque, si trova a un crocevia cruciale, e il risultato di questo referendum potrebbe definire il futuro del paese per i decenni a venire.

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