Il declino demografico in Russia è ormai un dato di fatto. Nei primi sei mesi del 2024, la popolazione è diminuita a un ritmo quasi doppio rispetto all’anno precedente, mentre le nascite hanno segnato un calo del 2,7% rispetto al 2023. A peggiorare il quadro, un tasso di mortalità in continua crescita, alimentato anche dalle pesanti perdite umane nel conflitto ucraino.
Di fronte a una crisi sempre più allarmante, con un tasso di natalità sceso ai livelli più bassi degli ultimi venticinque anni, Vladimir Putin – preoccupato sopratutto della lenta scomparsa della componente slava – risponde con le uniche misure che sembrano rientrare nel suo vocabolario politico: restrizioni, divieti, repressione culturale e controllo sociale.
“Devono semplicemente dare alla luce quanti più bambini possibile e crescerli come meglio possono. Il resto possono gestirlo da sole“. Così Vadim Shumkov, governatore dell’Oblast di Kurgan, ha liquidato il ruolo delle donne in un sistema che, più che promuovere la maternità, sembra pronto a imporla.
Russia, la legge contro la “propaganda childfree”
Oltre al sequestro e la deportazione di migliaia di bambini ucraini durante il conflitto in corso, tra le risposte istituzionali più recenti al calo demografico arriva infatti il divieto della cosiddetta “propaganda childfree”, approvato dalla Duma nell’ottobre 2024, che vieta qualsiasi messaggio favorevole alla scelta di non avere figli, considerato l’ennesima minaccia alla “sicurezza nazionale”.
Per Elvira Aitkulova, promotrice della legge, la scelta di essere childfree favorirebbe lo spopolamento e minaccerebbe i valori tradizionali della famiglia. Valori tradizionali che il numero uno del Cremlino promuove a spada tratta – nonostante i due figli avuti con l’amante, l’ex ginnasta Alina Kabaeva – arrivando persino a vietare l’adozione di bambini russi in paesi che consentono l’affermazione di genere.
La nuova normativa si propone quindi di eliminare dai media qualsiasi contenuto che mostri uno stile di vita lontano dalla genitorialità, con sanzioni da circa 3.900 euro per i privati a 49mila euro per le aziende.
Si tratta però di un tentativo di contrastare una “minaccia” poco reale: secondo il Rosstat, solo il 2,4% delle donne e il 3,5% degli uomini in Russia si dichiara contrario all’idea di avere figli.
Il problema principale sembra essere invece di natura economica: molti russi non possono permettersi di mantenere una famiglia, in un Paese dove la povertà colpisce il 45% delle famiglie con figli e dove le misure di sostegno alla famiglia sono alla meglio deboli, alla peggio inesistenti.
Non servirebbero divieti, dunque, ma un sostegno economico concreto, ma le iniziative in questo senso restano scarse: il cosiddetto “capitale di maternità” introdotto nel 2007, un pagamento una tantum per la nascita di un figlio, si rivela insufficiente. Per il 2025 sono stati stanziati appena 536 miliardi di rubli, pari allo 0,27% del PIL, una cifra irrisoria rispetto alle reali necessità delle famiglie.
Anche il programma di mutui agevolati, rivisto nel luglio 2024, è stato ristretto: ora è accessibile solo alle famiglie con almeno un figlio sotto i sei anni, il che limita notevolmente il numero di chi può beneficiarne. Più che incentivare la natalità, quindi, il sistema sembra premiare solo chi ha già una certa stabilità economica – deja-vù?
Russia, la repressione come unica soluzione ai problemi
Parallelamente, il governo ha intensificato le restrizioni sui diritti riproduttivi: dalla metà del 2023, alcune regioni hanno imposto il divieto di aborto nelle cliniche private, mentre è in discussione una proposta per ridurre il limite massimo per l’interruzione volontaria di gravidanza da 12 a 9 settimane.
Alcuni esponenti politici hanno persino suggerito di reintrodurre una “tassa sulla sterilità” ispirata all’epoca sovietica. Di fronte a una crisi demografica complessa, il Cremlino preferisce dunque soluzioni ideologiche e di basso impatto economico, che non risolvono le vere problematiche, ma rafforzano una visione tradizionalista obsoleta e potenzialmente pericolosa.
La tendenza a giustificare tali misure in nome della “sicurezza nazionale” è del resto ormai una costante della politica russa, ben prima della recente classificazione del “movimento internazionale LGBTQIA+” come terrorista.
In questo modo, il Cremlino tenta disperatamente di distogliere l’attenzione dai problemi profondi del Paese: salari insufficienti, mancanza di prospettive e un crescente isolamento culturale e sociale. Tra le nuove misure, l’introduzione nelle scuole di corsi sui valori familiari e sulla procreazione, un tentativo di inculcare nei giovani una morale conservatrice che idealizza il ruolo di genitori, riducendo la sfera personale a una scelta di convenienza patriottica.
Ma la crisi demografica russa non è solo una questione numerica: è anche e soprattutto una crisi di senso. Durante il Forum Economico Orientale di settembre, Vladimir Putin ha espresso nostalgia per l’epoca in cui le famiglie russe contavano sette, nove o dieci figli.
Secondo il demografo Alexei Raksha, rilanciare il tasso di natalità richiederebbe però un investimento annuale di sei trilioni di rubli per combattere la povertà, una somma enorme per un governo che sceglie costantemente scorciatoie e soluzioni superficiali e inefficaci sul lungo termine.
Russia, il calo demografico imputabile anche alla guerra in Ucraina
L’ipocrisia della propaganda natalista diventa ancora più palese se confrontata con il costo umano della guerra in Ucraina. I giovani, che la Russia finge di considerare la sua risorsa più preziosa, sono diventati ben presto carne da cannone in un conflitto straziante.
Le stime, seppur incerte, parlano di oltre 74.000 soldati russi uccisi entro ottobre 2024, mentre la NATO stima che il totale di morti e feriti potrebbe arrivare a 600.000. Di fatto, la politica di incentivazione demografica appare come un piano per assicurare al futuro nuove generazioni da sacrificare: una prospettiva inquietante, ma perfettamente allineata a una visione dello Stato che considera i cittadini non come individui, ma come “risorse” a disposizione.
È questa la realtà di una nazione che esige un tributo di sangue dai suoi stessi cittadini, senza offrire nulla in cambio. Come ha espresso Mikhail Minenkov, sindaco di Nevinnomyssk, il patriottismo in Russia è un impegno a senso unico: “Hai un debito con la tua patria, ma la patria non ti deve nulla”. Generare figli per servire lo Stato, senza alcuna pretesa di tutele o benefici, in nome di un confine: il futuro dei giovani si riduce a un bene di scambio.
Per un governo che fa della “protezione del popolo” il fulcro della sua propaganda, il risultato è dunque tragicamente paradossale: la Russia non sta solo morendo a causa della guerra, ma per una politica che sacrifica il proprio futuro in nome di un passato imperialista nostalgico solo per pochi.

L’articolo che avete scritto è polarizzato e adotta una prospettiva critica nei confonti della Russia, enfatizzando problemi reali ma con toni che talvolta trasmettono un senso di superiorità. Tuttavia, è importante riconoscere che le difficoltà affrontate dalla Russia in termini di politiche demografiche e sociali non sono uniche e trovano paralleli in altri Stati europei e mondiali. Confronto con Paesi Europei citando le fonti 1. Italia: L'Italia, come la Russia, affronta un calo demografico significativo, con un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa (1,24 figli per donna nel 2023). Le politiche per la famiglia, come l'assegno unico universale, sono un tentativo di risolvere il problema, ma molti ritengono che siano insufficienti. L'approccio italiano è più orientato al supporto economico, senza restrizioni sui diritti individuali, ma la povertà delle famiglie e la precarietà lavorativa restano questioni cruciali. 2. Ungheria: L’Ungheria, sotto Viktor Orbán, ha adottato un approccio simile alla Russia per incentivare la natalità, con politiche focalizzate su valori tradizionali. Ha introdotto sgravi fiscali per le famiglie numerose e prestiti agevolati per giovani coppie, ma queste misure spesso escludono categorie più vulnerabili. Come in Russia, si osserva una narrazione ideologica che lega la natalità alla "sicurezza nazionale" e alla preservazione culturale. 3. Polonia: La Polonia ha adottato politiche restrittive sull'aborto, simili alle recenti proposte russe. Questo ha provocato un acceso dibattito sui diritti riproduttivi e ha mostrato come questioni demografiche possano diventare terreno di battaglia ideologica. Differenze principali: Mentre in Russia le politiche demografiche sembrano spesso accompagnate da restrizioni culturali e diritti repressivi, molti Stati europei adottano un approccio meno coercitivo e più inclusivo, almeno in linea di principio. La Russia enfatizza una narrativa patriottica che lega la natalità alla sopravvivenza dello Stato, un elemento meno pronunciato in Europa occidentale. Contesto più ampio: Guardare la Russia con un "occhio di superiorità" rischia di trascurare che molti problemi demografici, economici e sociali sono globali. Stati diversi li affrontano con approcci che riflettono priorità culturali, ideologiche ed economiche, e la Russia non è l’unico Paese a usare la demografia come strumento politico. Ad esempio: In Cina, il governo ha invertito la politica del figlio unico, introducendo incentivi per avere più figli, ma affronta ancora le conseguenze di decenni di restrizioni. Negli USA, il dibattito sui diritti riproduttivi (ad esempio, la restrizione dell'aborto in alcuni Stati) mostra come anche le democrazie occidentali possano affrontare tensioni simili, benché in contesti diversi. L'articolo, pur offrendo spunti validi, potrebbe trarre beneficio da un’analisi più comparativa e meno focalizzata su un singolo caso nazionale. la Russia negli ultimi anni viene rappresentata come il "cattivo", spesso in modo unilaterale. Questa narrazione è influenzata da fattori geopolitici, storici e mediatici. Tuttavia, è importante sottolineare che nessun Paese è intrinsecamente "buono" o "cattivo", e le politiche di qualsiasi governo andrebbero analizzate in modo obiettivo, tenendo conto di contesti e sfide specifiche.
L’articolo che avete scritto è polarizzato e adotta una prospettiva critica nei confonti della Russia, enfatizzando problemi reali ma con toni che talvolta trasmettono un senso di superiorità. Tuttavia, è importante riconoscere che le difficoltà affrontate dalla Russia in termini di politiche demografiche e sociali non sono uniche e trovano paralleli in altri Stati europei e mondiali. Confronto con Paesi Europei citando le fonti 1. Italia: L'Italia, come la Russia, affronta un calo demografico significativo, con un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa (1,24 figli per donna nel 2023). Le politiche per la famiglia, come l'assegno unico universale, sono un tentativo di risolvere il problema, ma molti ritengono che siano insufficienti. L'approccio italiano è più orientato al supporto economico, senza restrizioni sui diritti individuali, ma la povertà delle famiglie e la precarietà lavorativa restano questioni cruciali. 2. Ungheria: L’Ungheria, sotto Viktor Orbán, ha adottato un approccio simile alla Russia per incentivare la natalità, con politiche focalizzate su valori tradizionali. Ha introdotto sgravi fiscali per le famiglie numerose e prestiti agevolati per giovani coppie, ma queste misure spesso escludono categorie più vulnerabili. Come in Russia, si osserva una narrazione ideologica che lega la natalità alla "sicurezza nazionale" e alla preservazione culturale. 3. Polonia: La Polonia ha adottato politiche restrittive sull'aborto, simili alle recenti proposte russe. Questo ha provocato un acceso dibattito sui diritti riproduttivi e ha mostrato come questioni demografiche possano diventare terreno di battaglia ideologica. Differenze principali: Mentre in Russia le politiche demografiche sembrano spesso accompagnate da restrizioni culturali e diritti repressivi, molti Stati europei adottano un approccio meno coercitivo e più inclusivo, almeno in linea di principio. La Russia enfatizza una narrativa patriottica che lega la natalità alla sopravvivenza dello Stato, un elemento meno pronunciato in Europa occidentale. Contesto più ampio: Guardare la Russia con un "occhio di superiorità" rischia di trascurare che molti problemi demografici, economici e sociali sono globali. Stati diversi li affrontano con approcci che riflettono priorità culturali, ideologiche ed economiche, e la Russia non è l’unico Paese a usare la demografia come strumento politico. Ad esempio: In Cina, il governo ha invertito la politica del figlio unico, introducendo incentivi per avere più figli, ma affronta ancora le conseguenze di decenni di restrizioni. Negli USA, il dibattito sui diritti riproduttivi (ad esempio, la restrizione dell'aborto in alcuni Stati) mostra come anche le democrazie occidentali possano affrontare tensioni simili, benché in contesti diversi. L'articolo, pur offrendo spunti validi, potrebbe trarre beneficio da un’analisi più comparativa e meno focalizzata su un singolo caso nazionale. la Russia negli ultimi anni viene rappresentata come il "cattivo", spesso in modo unilaterale. Questa narrazione è influenzata da fattori geopolitici, storici e mediatici. Tuttavia, è importante sottolineare che nessun Paese è intrinsecamente "buono" o "cattivo", e le politiche di qualsiasi governo andrebbero analizzate in modo obiettivo, tenendo conto di contesti e sfide specifiche.