Il Natale è alle porte, e anche quest’anno sappiamo cosa aspettarci: All I Want for Christmas is You in filodiffusione, sentenze tra pandoro verso panettone più importanti dello scontro Krusciov contro Kennedy, e certamente i parenti: cosa rispondere alle domande indiscrete, come rovinare il pranzo di Natale a tutti, come sopravvivere. Ogni Dicembre porta con sé un kit di autodifesa capace di farci arrivare alla sera della vigilia manco fossimo Kevin McCallister e i nostri parenti i ladri Harry e Marv. Ma quest’anno L. – 28 anni, persona non binaria, editor – non ha voglia di applicare trappole per tutta casa: questo Natale lo passerà con la sua famiglia scelta.
‘È il primo anno che non torno a casa dei miei genitori per le feste. Ho dovuto tenere una conversazione molto accesa con mia madre. In un primo momento stava per farmi sentire in colpa, ma ho tenuto il punto fermo fino alla fine; sembra aver capito!’. L. mi racconta che da quando ha fatto coming out, sua madre si mette più in discussione, allena l’ascolto, e pur con i suoi limiti, preferisce chiedere prima di sentenziare. Il problema rimane il resto dei parenti: quest’anno non ha voglia né di sentirsi chiamare al maschile (quando ‘maschio’ non ci si sente più da un pezzo) né ritrovarsi a rispondere a domande indiscrete, né tantomeno fornire ulteriori spiegazioni sulla propria identità. ‘In particolare, non ho voglia di sentirmi solə’ mi spiega ‘Sono l’unica persona queer dentro una famiglia che ancora arranca a capire la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale; non è cattiveria, sono solo molto stancə e non credo di riuscire a sostenere quel tipo di pressione’.
Quest’anno L. lo passerà con altrə quattro amicə, a casa di G. – 30, ragazzo trans*, e barista – che ha smesso di frequentare la famiglia di sangue da ormai otto anni. Non è solo una questione di commenti indesiderati; il suo coming out nel 2017 è stato un punto di rottura: cresciuto in una paesino della provincia romana, i suoi genitori hanno proposto di pagargli le visite da un ‘bravissimo psicologo di famiglia di cui hanno grande stima’ (‘solo perché non sapevano che esistesse il termine terapie riparativa, altrimenti l’avrebbero chiamato così’) o, in seconda opzione, andarsene di casa; G. ha scelto la seconda. Oggi con la sua famiglia queer condivide pranzi a base di piatti vegani, coccole sul divano, compongono berretti di lana all’uncinetto, si esibiscono in performance al karaoke, e nessunə parla sopra nessunə: ‘O almeno ci si prova. Non è che la famiglia queer sia l’esempio impeccabile di comportamento’ mi spiega G. ’Ognunə ha i suoi spigoli, possono scattare le discussioni a tavola, a volte anche accese come in ogni nucleo famigliare: ma c’è anche un senso di sicurezza che non viene mai messo in dubbio o contestato. Da quel punto di vista, tiri un respiro di sollievo’.

Per L. e il resto del gruppo, è un’occasione per sospendere il disagio e risparmiarsi quel senso di dissociazione che intercorre quando rimani sedutə ore infinite intorno una tavola dove nessun argomento ti interessa veramente e nessunə sembra riconoscerti davvero. Allo stesso tempo, la scelta non è priva di contraddizioni: ‘C’è sempre una parte di me che si sente in colpa perché so che mia madre non mi vede quasi mai e vorrebbe passare almeno le feste con me’ spiega L “Ma so che quest’anno devo ascoltarmi e comprendere che il mio disagio è legittimo e va ascoltato: devo prendermi cura della mia salute mentale e non metterla continuamente a dura prova’.
Accogliere il cambiamento e prendersi cura di sé, significa anche mettere da parte un lato di sé che se ne sta andando: una volta L. era unə bambinə che non vedeva l’ora di passare il Natale presso la casa dei nonni paterni, aspettare che allo scoccare della mezzanotte, Babbo Natale suonasse al citofono, facendo sussultare ləi e cuginetti. In qualche parte della propria mente lo sapeva già: Babbo Natale non suona al citofono ma scende dal camino, e sotto quella barba finta c’era quasi sicuramente uno zio a caso.
Oggi L. non vuole più raccontarsi bugie, con un reminder: ‘La nostalgia è un trucchetto della mente’ mi dice ’Ti porta a romanticizzare solo una parte del passato, dimenticando tutto il resto: dimentico che oltre a questo, c’era spesso anche tanto disagio, incomprensione, e un senso di smarrimento verso me stessə a cui ho imparato a dare forma e parola solo molti anni dopo. Quelle tradizioni non mi fanno più bene, ma non significa che non ne senta la mancanza’.
Anche per questo S.– 26 anni, studentessa presso l’Università La Sapienza di Roma – ha preferito un compromesso: 24 e 25 con la famiglia di sangue, da Santo Stefano in poi con quella scelta. Buona parte delle sue amicizie queer faranno lo stesso e anche volendo, non avrebbe l’alternativa di passare il Natale diversamente. Ma S. con i suoi parenti non sta poi così male: ‘Forse è un privilegio da entrambe le parti’ riflette. ‘Sia avere la possibilità di passare le feste con la famiglia che ti scegli, che stare tutto sommato bene con la famiglia di origine’. Da quando a detto di essere lesbica, a casa sono sparite pure le domande sui fidanzatini. Non perché abbiano trovato all’improvviso considerazioni più interessanti da sottoporle, ma perché nessuno dei suoi parenti sa davvero come gestire quell’informazione. Piuttosto che addentrarsi in un terreno scivoloso, la famiglia di S. svia l’argomento; occhio non vede, cuore non duole. Ma quest’anno non sarà l’unica persona queer a tavola: la scorsa primavera suo cugino le ha confidato di essersi innamorato di un ragazzo.
‘Siamo praticamente cresciutə insieme’ mi racconta ‘C’è una parte di me che immaginava potesse essere queer, ma non volevo forzare una conversazione che mi è sempre sembrata improbabile tra di noi. Quando me l’ha confidato ero piacevolmente scioccata’. Una condivisione che per adesso lui preferisce riservare solo alla ‘cugina lesbica’ e nessun altro membro della famiglia; anche perché non saprebbe neanche lui cosa ci sarebbe da dichiarare di preciso. Ma se non c’è bisogno di definirsi a tutti i costi, c’è sicuramente bisogno di supporto reciproco: ‘Siamo sempre andatə d’accordo, ma questa condivisione ha sbloccato un livello in più nella nostra comunicazione: ci apriamo molto di più l’uno con l’altrə, ci raccontiamo cose che non condivideremmo con nessun altro parente o cugino, e questa estate siamo anche andatə insieme al Pride, qualcosa che non avrei mai immaginato di fare con lui. Soprattutto ci diamo man forte in famiglia’. Perché pur con tutto l’amore del mondo, nemmeno la sua famiglia si risparmia uscite infelici e prese di posizioni discutibili. Per buona parte della sua vita adulta S. aveva due vie: strozzarsi col panettone o passare per ‘la rompicoglioni’, quest’ultima una pratica che ha sempre dovuto sorbirsi da sola. ‘È anche per questo che tante persone queer se ne tirano fuori’ mi dice di nuovo L. ‘Chiudersi in una bolla non favorisce il confronto e ci porta a parlare solo con chi la pensa come noi, è vero. Ma quel confronto è spesso uno scontro dove la parte lesa rimane sempre quella marginalizzata, e a livello mentale può essere veramente sfiancante’.
Questo Natale sia L. che S. hanno un sostegno che non avrebbero creduto possibile fino un anno fa: si trova dall’altra parte della città o del tavolo da pranzo. È un Natale molto diverso da quello del passato, ma che lascia sempre più spazio ad un cambiamento fa sempre meno paura ad entrambe: ‘Più che abbandonare le tradizioni, stiamo provando a scriverne di nuove’.
