Con Milei “diritti LGBTIQ+ a rischio in tutta l’America Latina”, intervista a Maria Rachid della ‘Federaciòn Argentina de lesbianas, gays, bisexuales y trans’

Parola a María Rachid della Federación Argentina de Lesbianas, Gays, Bisexuales y Trans per tracciare un bilancio dei primi 15 mesi di governo reazionario. Il quadro che emerge è allarmante.

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L’Argentina è stata per anni un faro di progresso per la comunità queer nel continente latino, esempio tangibile di come l’attivismo LGBTQIA+ coeso e intersezionale possa tradursi, con impegno e dedizione, in politiche pubbliche avanzate e in un cambiamento sociale tangibile: prima nazione della regione a legalizzare il matrimonio egualitario nel 2010, tra le prime al mondo a riconoscere l’identità di genere senza patologizzazione, un riferimento per la tutela delle minoranze sessuali. Oggi, però, questo percorso subisce una battuta d’arresto senza precedenti, con un governo in carica che ha fatto dello smantellamento delle politiche di diversità e dell’attacco alle libertà civili uno dei suoi tratti distintivi.

L’ascesa al potere di Javier Milei ha segnato una svolta brutale. In meno di un anno, l’amministrazione ultraconservatrice ha chiuso il Ministero delle Donne, Genere e Diversità, smantellato l’INADI (l’istituto nazionale contro la discriminazione), eliminato il cupo laboral trans, cancellato i finanziamenti ai programmi di educazione sessuale e, più recentemente, vietato per decreto le terapie di affermazione di genere per i minori trans, interrompendo percorsi già avviati e negando ai più giovani la possibilità di autodeterminarsi. Lo Stato non si limita più a disimpegnarsi dal garantire i diritti delle minoranze: si schiera attivamente contro di esse.

E a questa offensiva istituzionale si accompagna un clima sociale sempre più ostile, alimentato da una retorica politica e mediatica aggressiva che normalizza odio e discriminazione. Gli effetti sono già evidenti: licenziamenti ingiustificati, restrizioni nell’accesso ai servizi sanitari, un aumento delle violenze verbali e fisiche.

Eppure, se il governo Milei ha impresso un’accelerazione repentina verso una deriva reazionaria, la società argentina non è rimasta a guardare. L’opposizione è ampia e trasversale: mobilitazioni, azioni legali, alleanze internazionali stanno cercando di arginare il danno, a dimostrazione di quanto i diritti conquistati siano ormai – fortunatamente – parte integrante del tessuto sociale del Paese.

Ma il modello repressione/resistenza che si sta delineando in Argentina non è isolato. Allargando la visuale, l’ondata di destra radicale che ha investito il Paese si inserisce infatti in una strategia globale: leader come Donald Trump, Viktor Orbán, Giorgia Meloni, il partito spagnolo Vox, ed ancora i movimenti reazionari filorussi nell’Europa dell’est, condividono tutti la stessa agenda anti-LGBTQIA+, basata sulla narrazione secondo cui i diritti delle minoranze sarebbero una minaccia per i “valori tradizionali” e per la “vera libertà” – una distrazione dai problemi reali e ben più complessi. Con il suo ultraliberismo economico e il suo conservatorismo morale, Milei è dunque solo l’ultimo tassello di questo puzzle internazionale. Un esperimento politico che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’intera regione.

A poco più di un anno dall’insediamento del nuovo esecutivo, abbiamo quindi parlato nuovamente con Maria Rachid di FALGBT per analizzare l’impatto di questo cambiamento: dalle paure iniziali alle conseguenze reali per le persone LGBTQIA+, dalle strategie di resistenza alla prospettiva futura per i diritti in Argentina. C’è ancora spazio per un’inversione di rotta o il Paese si avvia verso la normalizzazione della discriminazione? La battaglia per i diritti non è mai stata così fragile, eppure la storia dell’Argentina insegna che le conquiste sociali non si cancellano senza conseguenze. La resistenza, oggi più che mai, è una questione di sopravvivenza.

 

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INTERVISTA A MARIA RACHID DELLA FEDERACIÓN ARGENTINA DE LESBIANAS, GAYS, BISEXUALES Y TRANS

L’Argentina ha storicamente ricoperto un ruolo d’avanguardia nel riconoscimento dei diritti LGBTQIA+ a livello internazionale. Con l’ascesa di Javier Milei, il Paese sta vivendo una battuta d’arresto o esiste una resistenza strutturata da parte delle istituzioni e della società civile?

Durante la campagna elettorale, le promesse di Milei sembravano talmente radicali da apparire irrealizzabili persino a una parte del suo stesso elettorato, compresi alcuni votanti LGBTQIA+. E invece, come prevedibile, il panorama attuale ci parla di un significativo arretramento a tutti i livelli. Il governo Milei ha smantellato l’Istituto Nazionale contro la Discriminazione, organo cruciale per la tutela delle persone LGBTQIA+ e per l’intervento statale in caso di episodi discriminatori. Sono stati eliminati tutti gli spazi istituzionali dedicati alla diversità, così come i ministeri incaricati di politiche di inclusione.

Di fatto, il governo ha interrotto qualsiasi iniziativa di sensibilizzazione sulla diversità. Tuttavia, la società civile inizia a reagire con iniziative concrete, segnale che una resistenza, seppur frammentata, sta prendendo forma: i sondaggi confermano che la maggioranza continua a sostenere le istanze LGBTQIA+ e i diritti delle donne. Il governo, per ora, non è dunque riuscito a imporre un’inversione di rotta a livello sociale, ma il rischio è che, con il tempo e il potere sufficiente, possa riuscire a erodere progressivamente il consenso su questi temi.

 

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Il recente decreto che vieta le terapie affermative per i minori trans segna una svolta drammatica per i diritti delle persone trans in Argentina. Quali strategie stanno mettendo in campo le organizzazioni queer per contrastarlo? E quali sono le conseguenze più immediate per le comunità colpite?

La misura è un attacco diretto alla legge sull’identità di genere e un duro colpo per bambini e adolescenti trans, privati di un percorso di autodeterminazione già fragile. La reazione non si è fatta attendere: la comunità LGBTQIA+ ha trovato un’ampia sponda nella società civile, dando vita a manifestazioni capillari e iniziative di resistenza. Il governo, tuttavia, ha risposto con repressione e chiusura al dialogo. Sul piano legale, le associazioni stanno impugnando il decreto, puntando sulla solidità della legge esistente, che non può essere scardinata da un atto unilaterale dell’esecutivo.

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Nel frattempo, però. le ricadute per i minori trans sono immediate e devastanti. Chi aveva già iniziato un percorso ormonale è costretto a interromperlo, con gravi conseguenze sulla sua salute fisica e mentale. Chi invece avrebbe voluto accedervi, si trova davanti a una porta sbarrata.

Milei si definisce un anarco-capitalista, ma le sue politiche ricalcano in gran parte l’agenda dell’estrema destra globale, da Trump a Bolsonaro. C’è una reale contraddizione in questo, o si tratta di un disegno coerente? E quale ruolo giocano le lobby ultraconservatrici nel suo governo?

In realtà, l’apparente ossimoro tra anarco-capitalismo ed estrema destra si dissolve osservando il substrato ideologico che li accomuna: un darwinismo sociale che premia chi detiene potere economico e lascia indietro chi non ne ha. L’anarco-capitalismo, almeno nella sua versione più estrema, propone uno smantellamento dello Stato in ambito economico, ma non necessariamente un’erosione del controllo sociale, che infatti viene esercitato con rigore sui corpi e sui diritti civili. In questo senso, il modello Milei si inserisce perfettamente nel solco delle destre globali contemporanee, che coniugano ultraliberismo economico e repressione delle minoranze.

Ciò che distingue l’Argentina è il fatto che fino a pochi anni fa esisteva una destra liberale favorevole ai diritti LGBTQIA+, una realtà che Milei ha ribaltato con un governo che predica libertà solo quando si tratta di mercato, ma che si fa ferreo custode del conservatorismo morale. Il suo concetto di libertà si traduce nella libertà di opprimere, di discriminare, di trasformare il denaro in un’arma di esclusione sociale. Un progetto che trova sponda nelle lobby ultraconservatrici, le quali vedono in Milei un alleato per abbattere ogni tutela statale, sia in campo economico che nei diritti delle persone più vulnerabili.

L’Argentina è da tempo un punto di riferimento per i diritti umani in America Latina, in particolare per la comunità LGBTQIA+. Le sue leggi, tra le più avanzate al mondo, hanno spesso fatto da traino per l’intera regione. Ma cosa accadrebbe se l’attuale governo riuscisse nel suo intento di smantellare questi diritti?

Le ripercussioni sarebbero profonde, sia a livello regionale che internazionale. In America Latina, ogni conquista in materia di diritti umani ha generato un effetto domino: la legalizzazione del matrimonio egualitario in Spagna ha ispirato l’Argentina, che a sua volta ha contribuito a spingere altri Paesi della regione verso legislazioni più inclusive. Se l’Argentina dovesse arretrare, il segnale sarebbe altrettanto forte, ma nella direzione opposta. Movimenti reazionari in altri Stati potrebbero sentirsi legittimati a rilanciare le loro battaglie contro le tutele per le persone LGBTQIA+, mentre i governi più progressisti si troverebbero a dover difendere conquiste che sembravano ormai consolidate.

Il rischio più grande non è solo la perdita di diritti in Argentina, ma l’onda lunga che potrebbe innescare: un rafforzamento dell’ultradestra latinoamericana e un rallentamento, se non un’inversione, dei progressi ottenuti in tutta la regione.

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Migliaia di persone scendono in piazza per protestare contro le dichiarazioni di Javier Milei al WEF di Davos

Negli ultimi anni, l’avanzata dell’estrema destra ha assunto una dimensione globale, con un livello di coesione senza precedenti. Da Trump negli Stati Uniti a Le Pen in Francia, da Vox in Spagna a Orbán in Ungheria, fino a Milei in Argentina, questi movimenti, pur radicati in contesti nazionali diversi, sembrano convergere su un’agenda comune. Tra le loro priorità, l’attacco sistematico ai diritti umani, con la comunità LGBTQIA+ tra i bersagli privilegiati. Ma quali sono i fattori che rendono questa offensiva così coordinata? E in che modo la comunità queer internazionale può organizzarsi per resistere?

La strategia adottata è quella collaudata della politica del capro espiatorio. Se in passato il bersaglio principale erano i migranti, oggi l’estrema destra ha trovato nella comunità LGBTQIA+ un nuovo nemico interno da additare come responsabile del declino morale ed economico della società. Il meccanismo è sempre lo stesso: presentare i diritti delle minoranze come privilegi indebiti, insinuare che i fondi destinati alle politiche di inclusione abbiano sottratto risorse alle fasce più povere della popolazione, far credere che l’uguaglianza sia un lusso incompatibile con la crescita economica. È la stessa falsa narrazione che dipinge i migranti come la causa della disoccupazione o della crisi della sanità pubblica, quando in realtà il vero obiettivo è distogliere l’attenzione dalle responsabilità di chi governa.

L’Argentina ne è un esempio lampante: pur avendo ancora una delle legislazioni più avanzate in materia di diritti LGBTQIA+, si trova oggi a rischio di un’involuzione senza precedenti. I discorsi d’odio promossi dall’attuale governo non si sono limitati alla retorica, ma hanno già prodotto un’impennata delle violenze e delle discriminazioni. È in questo scenario che la comunità queer internazionale deve rispondere con una resistenza altrettanto organizzata e globale.

Mobilitazione, alleanze trasversali con altri settori della società civile, pressione politica e strategie di advocacy coordinate su scala internazionale sono gli strumenti più efficaci per contrastare questa offensiva. La sfida è evitare che l’isolamento e la frammentazione delle lotte facilitino l’avanzata reazionaria, costruendo una rete di solidarietà capace di resistere agli attacchi e di riaffermare, con ancora più forza, il diritto all’esistenza e all’autodeterminazione.

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