Jean Pierre Rosero, sequestrato in Ecuador per “curarlo” dall’omosessualità: dalle cliniche di conversione a OnlyFans

La storia di Jean Pierre Rosero, sequestrato dalla famiglia in Ecuador e rinchiuso in una clinica di conversione. Oggi vive a Buenos Aires e lavora anche come creator su OnlyFans.

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La storia di Jean Pierre Rosero, dalle cliniche di conversione a OnlyFans.
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La vicenda di Jean Pierre Rosero, giovane ecuadoriano gay, è diventata uno dei casi più emblematici delle cosiddette cliniche di “deomosessualizzazione” in Ecuador, strutture illegali che promettono di “curare” l’orientamento sessuale attraverso pratiche coercitive e spesso violente. A 27 anni è stato sequestrato dalla sua stessa famiglia e rinchiuso in una clinica di conversione. È rimasto prigioniero per otto giorni tra minacce, violenze e “terapie” religiose. Oggi vive in Argentina dove lavora come creator su OnlyFans.

La sua storia è stata ricostruita dallo scrittore e giornalista Cristian Alarcón nel reportage “Nessuno sa cosa può un corpo”, pubblicato da Revista Anfibia con il supporto del Pulitzer Center e rilanciato in Italia anche da Siamomine.com.

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Le cliniche di conversione in Ecuador

In Ecuador le cliniche di conversione non sono un fenomeno marginale. Per anni attivisti e ONG hanno denunciato l’esistenza di strutture clandestine che promettevano di “curare l’omosessualità”. Fino al 2014 erano oltre 200, alcune delle quali sono state chiuse, altre hanno riaperto.

Molte di queste strutture operavano sotto la copertura di centri di riabilitazione per tossicodipendenti, spesso con una forte impronta religiosa. Un rapporto citato da organizzazioni locali per i diritti LGBTQIA+ e ripreso da diversi media internazionali ha documentato come queste cliniche praticassero internamenti forzati, violenze fisiche e abusi psicologici.

Un’inchiesta della Thomson Reuters Foundation ha raccolto testimonianze di persone LGBTQIA+ rinchiuse contro la loro volontà in centri di riabilitazione che promettevano di “curare” l’omosessualità. Alcuni sopravvissuti hanno raccontato di essere stati picchiati, isolati o sottoposti a violenze, mentre diverse donne lesbiche hanno denunciato anche casi di stupri correttivi all’interno delle strutture.

Il fenomeno è stato denunciato anche da organizzazioni locali come Taller de Comunicación Mujer, che nel 2014 parlava apertamente di un sistema illegale di internamento rivolto soprattutto a persone LGBTQIA+.

Nel 2012 il governo ecuadoriano ordinò la chiusura di alcune di queste strutture in cui venivano attuate pratiche di conversione. Tuttavia, secondo attivisti e giornalisti, molte cliniche hanno riaperto negli anni successivi, spesso senza controlli efficaci.

La storia di Jean Pierre Rosero: sequestro organizzato dalla famiglia

La storia di Jean Pierre Rosero inizia il 19 aprile 2023, quando aveva appena compiuto 27 anni. Viveva a Quito, lavorava come content manager in un’agenzia pubblicitaria e aveva deciso di trasferirsi in un appartamento insieme a un’amica per allontanarsi dalla famiglia, con cui i rapporti erano diventati sempre più tesi.

Pochi giorni dopo, quando tornò a casa dei genitori per recuperare alcuni effetti personali, scattò la trappola. Secondo il racconto ricostruito da Cristian Alarcón, il padre aprì la porta a quattro uomini che lo immobilizzarono e lo caricarono con la forza su un’auto.

Gli amici presenti tentarono di fermare il sequestro. Una di loro provò a opporsi fisicamente, mentre un altro riuscì a filmare la scena con il cellulare. Nel video si sentono le urla di Jean Pierre mentre viene immobilizzato e portato via.

L’obiettivo era rinchiuderlo in una clinica per “curarlo” dall’omosessualità.

 

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La prigionia nella clinica Santa Ana

La destinazione era la clinica Santa Ana di Cotacachi, nella regione montuosa di Imbabura, a circa tre ore e mezza da Quito. Qui Jean Pierre fu sottoposto a un regime di detenzione e “trattamenti” che combinavano disciplina militare, religione e il cosiddetto metodo dei dodici passi, spesso usato nei programmi di recupero dalle dipendenze.

Le giornate iniziavano all’alba con adunate e sermoni religiosi. Seguivano esercizi fisici, lavori manuali e sessioni di confessione pubblica. Il sorvegliante principale, racconta Rosero, brandiva un machete durante le riunioni. “Ogni cosa, là dentro, era repressione o religione”, ricorda.

Molti detenuti erano stati internati per dipendenza da droghe o alcol. Ma non era l’unico a trovarsi lì per la sua identità sessuale.

ECOSIEG: la violenza mascherata da terapia

Le pratiche subite da Jean Pierre rientrano in quello che gli esperti definiscono ECOSIEG, acronimo di Esfuerzos de Cambio de Orientación Sexual, Identidad de Género o Expresión de Género. Con questo termine si indicano tutti i tentativi di modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato l’omosessualità dalla lista delle malattie nel 1990. Tuttavia, queste pratiche continuano a esistere in diversi paesi del mondo.

In Ecuador l’omosessualità è stata depenalizzata solo nel 1997, dopo decenni in cui era punita con pene detentive.

Secondo attivisti e ricercatori, con la fine della criminalizzazione la repressione si è spostata dal sistema penale a quello sanitario.

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Le violenze dentro la clinica

Durante la prigionia Jean Pierre assistette a punizioni brutali contro altri detenuti. In un episodio raccontato nel reportage, un ragazzo che aveva tentato la fuga venne picchiato davanti a tutti con una tavola di legno e costretto a mangiare escrementi come punizione.

La struttura funzionava come una fattoria isolata tra le montagne, con stanze chiuse a chiave e sorveglianti armati. Molti detenuti temevano di tentare la fuga: chi provava a scappare rischiava di perdersi nelle gole della zona o di essere punito violentemente.

La liberazione grazie agli amici

Dopo la scomparsa di Jean Pierre, i suoi amici lanciarono una campagna sui social media. Una fotografia del giovane iniziò a circolare su Instagram e nelle reti di attivisti LGBTQIA+.

La denuncia arrivò alla procuratrice Verónica Murgueytio, che si occupava di casi di sparizione. Dopo aver visionato il video del sequestro, la procuratrice ordinò un intervento nella clinica Santa Ana.

Quando arrivò sul posto con la polizia, riconobbero immediatamente Jean Pierre tra i detenuti. “Per favore, non lasciarmi qui”, le disse appena la porta della stanza si chiuse. Fu liberato dopo otto giorni di prigionia.

La fuga dall’Ecuador e una nuova vita: dal trauma alla riappropriazione del corpo

Jean Pierre Rosero - Immagine di Alejandra López (pulitzercenter.org)
Jean Pierre Rosero – Immagine di Alejandra López (pulitzercenter.org)

Nonostante la liberazione, Jean Pierre continuò a vivere in una situazione di forte paura. Sul suo telefono arrivarono fotografie del portone del suo nuovo appartamento: un segnale inquietante che gli fece capire di essere ancora sotto controllo. 

Con l’aiuto dell’organizzazione internazionale Rainbow Railroad, che offre supporto e vie di fuga a persone LGBTQIA+ perseguitate nel mondo, Rosero riuscì a lasciare l’Ecuador nel 2023 e a trasferirsi in Argentina. La rete di attivisti e organizzazioni che lo ha aiutato a fuggire gli ha garantito un primo alloggio, assistenza sanitaria e un percorso psicologico per affrontare il trauma.

Oggi Jean Pierre vive a Buenos Aires, città che negli ultimi anni è diventata un punto di riferimento per molti rifugiati LGBTQIA+ dell’America Latina. Qui ha iniziato a ricostruire lentamente la propria vita dopo la prigionia nella clinica di conversione.

Tra le scelte più discusse c’è quella di lavorare come creator di contenuti per adulti su piattaforme online come OnlyFans, oltre che sui suoi canali social su X e Telegram. Nel reportage di Cristian Alarcón, Rosero racconta questa decisione non come una provocazione o una semplice opportunità economica, ma come una forma di trasformazione personale.

“Uso il mio capitale erotico”, spiega. “Grazie a questo sono sopravvissuto e ho capito che non potevo restare nel ruolo della vittima”.

Nel racconto, la presenza su OnlyFans diventa anche un modo per ribaltare la logica della violenza subita. Se nella clinica il suo corpo era stato trattato come qualcosa da correggere, controllare o punire, oggi Rosero rivendica il diritto di mostrarlo e di usarlo secondo le proprie regole.

Il lavoro come creator, racconta, non è solo produzione di contenuti erotici. Fa parte di un percorso più ampio di elaborazione della propria identità e della propria storia. Nel reportage immagina anche un futuro diverso: non necessariamente legato per sempre al porno online, ma a progetti creativi e artistici che possano giocare con l’immaginario della sessualità e dell’identità queer.

“Questo percorso mi riconcilia con ciò che sono”, dice. In questo senso la sua attività su OnlyFans diventa, per Rosero, una forma di sopravvivenza ma anche di affermazione personale. Dopo essere stato rinchiuso per essere “corretto”, il suo corpo torna a essere uno spazio di autonomia e autodeterminazione.

Un sistema ancora impunito

Nonostante le denunce e alcune chiusure di cliniche negli anni passati, il sistema delle pratiche di conversione in Ecuador resta in gran parte impunito. Organizzazioni per i diritti umani sostengono che non ci sia stata alcuna condanna significativa per sequestri o trattamenti disumani legati a queste strutture.

La clinica Santa Ana, dopo un’ispezione statale, ha pagato solo una multa e in seguito ha ripreso le attività.

Per molti attivisti il caso di Jean Pierre Rosero dimostra che il problema non è solo l’esistenza delle cliniche, ma anche la connivenza tra strutture pseudo-sanitarie, criminalità organizzata e indifferenza istituzionale. Una realtà che continua a mettere in pericolo la vita e la libertà di molte persone LGBTQIA+ nel paese.

© Riproduzione riservata.

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