Un rifugiato LGBTQIA+ venezuelano è scomparso dopo essere stato trattenuto in una struttura dell’Immigration and Customs Enforcement, il braccio operativo dell’amministrazione Trump per la gestione dei flussi migratori.
Secondo il suo avvocato, l’uomo – un tatuatore arrivato negli Stati Uniti in cerca di asilo – sarebbe stato espulso in modo sommario, senza alcun regolare processo, grazie a un nuovo escamotage giuridico che la Casa Bianca ha recentemente riportato in auge: l’Alien Enemies Act, una legge del 1798 che consente la detenzione e la deportazione di stranieri sulla base di un presunto pericolo per la sicurezza nazionale, senza prove concrete né il diritto a una difesa.
L’uomo, il cui nome non è stato divulgato per motivi di sicurezza, era in attesa della sua udienza per l’asilo quando è stato etichettato come membro del Tren de Aragua, un’organizzazione criminale venezuelana – ufficialmente entrata nella lista dei “nemici di Stato” sotto l’amministrazione Trump. L’unico elemento a supporto dell’accusa? I suoi tatuaggi.
“Non c’è alcun legame con la criminalità organizzata” ha spiegato in un lungo thread su X l’avvocata Lindsay Toczylowski di Immigrant Defense, che stava seguendo il caso. “L’ICE ha presentato foto dei suoi tatuaggi come prova, nonostante fossero semplici disegni artistici, privi di qualunque simbolismo legato a una gang. Avevamo le prove per smontare queste accuse, ma non ne abbiamo avuto il tempo: il mio cliente è scomparso prima di poter mettere piede in tribunale”.
Returning to X to shine a light on what the Alien Enemies Act looks like IRL. Our @ImmDef client fled Venezuela last year & came to US to seek asylum. He has a strong claim. He was detained at entry because ICE alleged his tattoos are gang related. They are absolutely not. 🧵
— L-Toczylowski.bsky.social (@L_Toczylowski) March 16, 2025
Stando al racconto del team legale, l’ultima comunicazione con il migrante è avvenuta il giorno prima dell’udienza, quando l’uomo si trovava ancora in una struttura di detenzione in Texas. Il giorno dopo, non si è presentato in tribunale. Quando i suoi avvocati hanno chiesto spiegazioni, l’ICE non è stato in grado di fornire alcuna risposta. Poco dopo, il suo nome è scomparso dal sistema di tracciamento dell’agenzia federale.
Secondo Toczylowski, il suo cliente potrebbe essere stato trasferito forzatamente a El Salvador, paese che negli ultimi anni ha intensificato la repressione nei confronti dei migranti e che collabora attivamente con gli Stati Uniti nella lotta alle gang. Una sorte condivisa da almeno 200 altri venezuelani, in quella che si configura come una deportazione di massa mascherata da operazione di sicurezza. Perfino il presidente venezuelano Nicolás Maduro, noto per la sua politica autoritaria, ha criticato apertamente Trump e il presidente salvadoregno Nayib Bukele, paragonando la procedura ai metodi dei campi di sterminio nazisti.
“Siamo inorriditi al pensiero di cosa potrebbe accadergli ora” ha commentato l’avvocata, riferendosi alle violenze sistematiche che i detenuti subiscono nelle carceri salvadoregne.
L’Alien Enemies Act: la nuova arma di Trump per eliminare i rifugiati scomodi – anche quelli LGBTQIA+
Il caso di questo migrante venezuelano rappresenta uno dei primi test dell’uso dell’Alien Enemies Act da parte di Trump, un precedente che potrebbe aprire la strada a una strategia di deportazione di massa senza garanzie legali. Parliamo infatti di una legge marziale che risale alla fine del XVIII secolo e che, in passato, è stata usata per internare migliaia di cittadini giapponesi, italiani e tedeschi negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma a differenza di quei contesti storici, oggi gli Stati Uniti non sono formalmente in guerra con il Venezuela.
L’amministrazione Trump ha però dichiarato il Tren de Aragua un nemico dello Stato, un’entità da trattare alla stregua di un esercito straniero ostile. Con questa mossa, la Casa Bianca ha bypassato completamente il sistema giudiziario, trasformando le strutture ICE in centri di espulsione rapida, dove il diritto alla difesa viene completamente annullato.
Secondo Aaron Reichlin-Melnick dell’American Immigration Council, il problema non sarà solo per i rifugiati venezuelani, ma “dovrebbe spaventare chiunque creda nel giusto processo il fatto che un presidente possa far scomparire una persona sulla base di un tatuaggio“. Il rischio, spiegano gli esperti, è che questo metodo venga ora usato contro qualsiasi rifugiato scomodo per l’amministrazione – e che i migranti LGBTQIA+ siano tra le prime vittime di questa escalation autoritaria.
Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che l’Alien Enemies Act rappresenta un pericolo concreto per le persone LGBTQIA+ in fuga da paesi repressivi, perché le espone a una doppia persecuzione: da un lato, vengono criminalizzate dalle autorità statunitensi con accuse pretestuose; dall’altro, vengono rimandate nei paesi di origine, dove rischiano discriminazioni, violenze o perfino la morte.
LGBTQIA+ in Venezuela: un ritorno all’inferno
La questione centrale rimane: cosa accadrà a questo migrante, ora che è stato deportato? Se dopo la detenzione a El Salvador le autorità dovessero decidere di rimandarlo nel suo paese d’origine, le premesse sono tutt’altro che positive. Il Venezuela di Nicolás Maduro non offre del resto alcuna protezione specifica per le persone LGBTQIA+. Sebbene l’omosessualità non sia criminalizzata, il governo non riconosce le unioni tra persone dello stesso sesso, non concede diritti di adozione alle coppie LGBTQIA+ e non ha leggi che proteggano esplicitamente le persone queer dalla discriminazione.
Ma il rischio immediato per il tatuatore scomparso potrebbe non essere nemmeno il ritorno in Venezuela, bensì ciò che lo attende nei centri di detenzione salvadoregni, tra i più brutali al mondo. Il Centro di Confinamento del Terrorismo (CECOT), la prigione di massima sicurezza che il presidente Bukele ha trasformato in un simbolo della sua guerra alle gang, è un luogo dove la violenza è sistematica e i diritti umani sono un’astrazione. Le condizioni per le persone LGBTQIA+ detenute – già perseguitate anche al di fuori delle strutture penitenziarie – sono particolarmente dure: chi non viene isolato per “propria sicurezza” subisce violenze fisiche e sessuali da parte di detenuti e guardie, senza possibilità di denuncia. Organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch hanno documentato casi di torture, pestaggi e trattamenti inumani nei centri di detenzione salvadoregni, con almeno 261 morti in carcere dall’inizio della repressione delle gang. Amnesty International ha denunciato più volte l’estrema vulnerabilità delle persone queer in queste strutture, sottolineando che la sola percezione di omosessualità può trasformarsi in una condanna a morte.
Dall’inizio del suo mandato, Bukele ha reso la prigione un non-luogo, senza visite, senza assistenza medica adeguata, senza accesso alla luce del sole, un inferno per chiunque, ma una condanna quasi certa per chi appartiene alla comunità LGBTQIA+. La testimonianza di un ex detenuto raccolta da Together & Free è emblematica: “Se scoprono che sei gay, è finita. Ti portano via e non torni più“. In questo scenario, il migrante venezuelano – già bollato come “nemico dello Stato” dagli Stati Uniti – potrebbe essere destinato a sparire nel silenzio, senza che nessuno sappia mai cosa gli sia successo davvero.
Se anche riuscisse a sopravvivere alla detenzione a El Salvador, il ritorno in Venezuela non offrirebbe certo un destino più clemente. La violenza sistematica da parte delle forze dell’ordine è una realtà ben documentata. Nel 2023, la polizia venezuelana ha effettuato una retata in un locale gay di Valencia, arrestando 33 uomini con il pretesto di “disturbo della quiete pubblica”. Alcuni dei detenuti hanno denunciato violenze fisiche e verbali, e secondo Observatorio de Derechos LGBTIQ+, almeno 11 persone LGBTQIA+ sono state arrestate arbitrariamente nel biennio 2021-2022.
La situazione per le persone transgender è ancora più critica. In Venezuela non esiste alcuna procedura per il cambio di genere sui documenti, il che significa che molte persone trans sono costrette a vivere in un’identità che non le rappresenta, con conseguenze devastanti sulla loro sicurezza e sul loro accesso ai servizi essenziali.
Secondo Tamara Adrián, la prima parlamentare transgender del Venezuela, “le persone LGBTQIA+ non solo non hanno protezioni, ma sono attivamente perseguitate da uno Stato che ha deciso di allearsi con gruppi evangelici ultra-conservatori per rafforzare il proprio consenso politico.” Negli ultimi anni, infatti, il governo di Maduro ha stretto legami con movimenti religiosi reazionari, spingendo il paese in una direzione sempre più ostile ai diritti LGBTQIA+.
Va da sé che deportare un rifugiato LGBTQIA+ venezuelano equivalga dunque a condannarlo, consapevolmente, a una vita di pericoli. E nel caso specifico del tatuatore scomparso, il rischio è ancora più elevato: un individuo marchiato dagli Stati Uniti come membro di una gang avrà ancora meno possibilità di ottenere protezione, poiché nel sistema carcerario venezuelano i sospetti affiliati al Tren de Aragua sono sottoposti a trattamenti brutali sia dalle guardie che dagli altri detenuti.
L’avvocata Toczylowski lo riassume così: “Il nostro cliente è venuto qui per protezione e invece è stato rinchiuso, criminalizzato e infine espulso verso un destino incerto. Se questo è il futuro dell’immigrazione negli Stati Uniti, allora dobbiamo prepararci a un’ondata di violazioni dei diritti umani senza precedenti.”
