Il divieto di Pride in Ungheria non è più soltanto una misura politica temporanea: è diventato norma costituzionale. Con 140 voti favorevoli e appena 21 contrari, il Parlamento ungherese – sotto il controllo granitico di Viktor Orbán – ha approvato il 15 aprile un emendamento alla legge fondamentale del Paese che rende definitivo ciò che a marzo era stato introdotto in via ordinaria, con un iter tanto rapido quanto opaco: il divieto di ogni manifestazione dell’orgoglio LGBTQIA+.
Ma stavolta il messaggio è ancora più chiaro e violento. Non si tratta più di una legge che può essere impugnata, sospesa, delegittimata da Strasburgo o dai tribunali interni: è il testo costituzionale, il fondamento stesso dell’ordinamento giuridico magiaro, a diventare veicolo dell’esclusione. Con questa mossa, Orbán compie un passo ulteriore nella costruzione della sua democrazia illiberale: un sistema in cui la forma resta, ma la sostanza – quella dei diritti, delle libertà, del pluralismo – viene progressivamente svuotata.
Ungheria, Orban riscrive la costituzione in chiave repressiva
Non è la prima volta che il governo ungherese utilizza la protezione dei minori come cavallo di Troia per legittimare la discriminazione. La legge anti-Pride di marzo, già aspramente criticata da organismi europei e ONG internazionali, vietava eventi pubblici che “promuovono o mostrano deviazioni rispetto al sesso alla nascita, il cambiamento di sesso e l’omosessualità”. Un impianto normativo basato sulla legge del 2021 sulla “protezione dell’infanzia“, nella quale era già stato vietato ai minori l’accesso a contenuti “che promuovano l’omosessualità o la transizione di genere”. Con il provvedimento di marzo, tale retorica aveva trovato forma penale: multe salate, fino a 200.000 fiorini, e la minaccia di reclusione per gli organizzatori. Ma con l’emendamento approvato ora, il dispositivo repressivo si eleva a principio costituzionale, rendendo ogni contestazione futura — politica, giudiziaria o internazionale — molto più complessa.
L’emendamento introduce infatti un nuovo principio secondo cui il diritto dei bambini “a uno sviluppo morale, fisico e spirituale” viene posto gerarchicamente sopra tutti gli altri diritti fondamentali, ad eccezione del diritto alla vita. È sulla base di questa gerarchizzazione che la repressione delle soggettività LGBTQIA+ viene giustificata: un Pride è, secondo Orbán, incompatibile con il benessere dei bambini.
La Costituzione riconosce inoltre ora esplicitamente solo due sessi: maschile e femminile. Un’affermazione che, a prima vista, potrebbe sembrare un dato biologico scontato, ma che in realtà elimina il concetto di genere e produce effetti giuridici profondi: viene così annullata ogni possibilità di riconoscimento legale per le persone transgender e intersessuali, già osteggiate da normative precedenti, come il divieto per le coppie dello stesso sesso di adottare.
In più, l’emendamento rende reato costituzionalmente sanzionabile l’organizzazione o la partecipazione a eventi LGBTQIA+, codificando il divieto del Budapest Pride e di ogni altro tipo di manifestazione pubblica della comunità queer. A rendere ancora più inquietante il quadro normativo è l’introduzione dell’uso del riconoscimento facciale come strumento di identificazione e repressione. Le forze dell’ordine potranno ora monitorare i volti dei manifestanti tramite videocamere pubbliche per poi emettere sanzioni: una pratica che cozza apertamente con le normative europee sulla privacy, ma che trova ora una legittimità interna inappellabile.
A completare il quadro, un ulteriore dispositivo dal sapore autoritario e volutamente vago: il governo potrà sospendere temporaneamente la cittadinanza ungherese ai cittadini con doppia cittadinanza provenienti da paesi esterni allo Spazio Economico Europeo se ritenuti una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Il termine “temporaneo” è tutto fuorché rassicurante: la sospensione potrà durare fino a dieci anni. Infine, l’emendamento disciplina anche i poteri di emergenza, stabilendo che l’esecutivo potrà sospendere determinate leggi solo previa autorizzazione di una maggioranza qualificata in Parlamento. Un’apparente concessione democratica che, in un contesto dove il quasi partito-nazione di Orbán Fidesz detiene ancora una maggioranza schiacciante, ha più l’aria di una formalità.
Questo è il 15º emendamento alla Costituzione ungherese riscritta nel 2011 sotto l’egida di Orbán, che oggi celebra la riforma come un atto di tutela dei minori contro “la propaganda omosessuale” e un’affermazione di sovranità nazionale contro le “interferenze straniere”. E sebbene i fondi europei restino parzialmente bloccati, Bruxelles ha finora mostrato più timidezza che determinazione. Dietro le dichiarazioni di principio sulla violazione dei trattati, la reale volontà politica di colpire Orban sul piano economico e diplomatico sembra ancora vacillare. Nel frattempo, a meno di un anno dalle elezioni parlamentari del 2026, il premier ungherese prova a rianimare la propria base elettorale più conservatrice, tallonato nei sondaggi dal movimento TISZA guidato da Péter Magyar, l’ex alleato diventato principale oppositore.
Proteste e resistenza: il Budapest Pride si farà
Nonostante la repressione, Budapest non tace. Le proteste si susseguono da settimane e hanno raggiunto il culmine proprio alla vigilia del voto parlamentare. Deputati dell’opposizione e attivisti si sono incatenati tra loro per bloccare fisicamente l’accesso al parcheggio del Parlamento. La polizia li ha allontanati con la forza. Amnesty International, il Comitato Helsinki ungherese e numerose ONG hanno definito la riforma “un attacco senza precedenti allo Stato di diritto e ai diritti fondamentali”.
Ventitrè ambasciate europee – ma non quella italiana – hanno espresso “profonda preoccupazione” per il provvedimento, ma senza minacciare misure concrete. E se la Commissione Europea ha avviato l’ennesima verifica sulla compatibilità della norma con i trattati UE, il rischio è che anche questa volta l’iter si perda nei meandri giuridici di Bruxelles.
Nel frattempo, però, la società civile ungherese non cede. Gli organizzatori del Budapest Pride hanno annunciato che la marcia si farà comunque, nonostante il divieto. “Siamo di fronte a un atto di fascismo — hanno dichiarato —. Rinunciare significherebbe legittimare la repressione”. Anche il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, si è espresso apertamente contro l’emendamento, garantendo che farà il possibile affinché il Pride si svolga. “Quest’anno potrebbe essere il Pride più grande che Budapest abbia mai visto” ha dichiarato. Ed effettivamente, le delegazioni europee che hanno dichiarato di voler partecipare alla marcia di Budapest a giugno sono diverse, tra cui quella del Torino Pride, che proprio ieri ha incontrato il console ungherese.
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