Svolta nel caso dell’uccisione di Alessandro Coatti, il biologo italiano assassinato e fatto a pezzi a Santa Marta, in Colombia. A distanza di poco più di venti giorni dalla drammatica scoperta – con il successivo ritrovamento dei resti del corpo -, emerge con maggiore chiarezza la dinamica del brutale omicidio, che ad oggi ha tenuto in piedi diverse piste, tra cui quella omofoba. Coatti sarebbe stato attirato in una trappola tramite Grindr, nota app di incontri, poi drogato, derubato, ed infine ucciso e smembrato. La brutale ricostruzione è stata resa nota dal capo della polizia nazionale colombiana, Carlos Triana, ripresa dal quotidiano locale El Tiempo, che cita anche altre fonti anonime.

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Alessandro Coatti adescato su un’app di incontri? La nuova pista
Si fa più chiara, dunque, la dinamica del brutale omicidio di Alessandro Coatti, vittima di una banda specializzata nell’adescare tramite un’app di incontri utilizzata nella comunità LGBTQIA+ i turisti stranieri. Anche il ricercatore ravennate sarebbe caduto nella trappola, accettando un appuntamento, per poi essere derubato degli effetti personali e dei soldi presenti sul conto corrente bancario. Nel suo caso, però, qualcosa è sfuggito di mano e la situazione sarebbe rapidamente degenerata in un’escalation di violenza brutale, culminata in un epilogo drammatico.
E’ questa la nuova pista al vaglio degli inquirenti colombiani, che dal 6 aprile scorso, giorno del ritrovamento dei primi resti di Alessandro Coatti, stanno indagando senza sosta sulla sua morte.
Appuntamento su Grindr e l’incontro finito male: la ricostruzione
Secondo la ricostruzione de El Tiempo e di un altro quotidiano colombiano, Hoy-Diario del Magdalena – che cita fonti di polizia giudiziaria -, l’uccisione cruenta di Alessandro Coatti sarebbe riconducibile ad una gang specializzata nel colpire turisti stranieri, in particolare appartenenti alla comunità LGBTQIA+ – come lo era lo stesso biologo 38enne -, contattandoli online su Grindr e fissando un appuntamento. Una trappola macabra, studiata al fine di far cadere le vittime nella loro rete e derubarle.
Alessandro Coatti sarebbe giunto a Santa Marta lo scorso 3 aprile, dove soggiornava in un albergo nel centro della cittadina colombiana. L’analisi dei suoi spostamenti sarebbe stata fondamentale per la ricostruzione dei suoi ultimi giorni di vita. Il ricercatore avrebbe fissato un appuntamento con una persona conosciuta su Grindr, app alla quale ero iscritto. Quindi sarebbe uscito dall’albergo credendo di incontrare un ragazzo, ma all’incontro lo avrebbero atteso i malviventi.
A quel punto Coatti sarebbe stato drogato, reso incapace di reagire e poi sequestrato e derubato. Ma qualcosa è andato storto, e la situazione è degenerata in una spirale di violenza estrema: i rapinatori non solo hanno ucciso Coatti, ma ne hanno anche fatto a pezzi il corpo, nel tentativo di ostacolare le indagini della polizia.
Il luogo del delitto
Le autorità colombiane, sulla base della nuova pista, avrebbero già identificato almeno quattro persone – tra cui una donna – coinvolte nella brutale aggressione, attualmente a piede libero e tutte ricercate. Individuato anche il presunto luogo del delitto di Alessandro Coatti, un edificio abbandonato, nel quartiere San José del Pando.
L’attenzione, ora, si concentra sulle tracce di sangue rinvenute sul posto, insieme ad alcuni presunti oggetti personali del ricercatore italiano. La zona è stata posta sotto sequestro e gli inquirenti sono impegnati nella raccolta di tracce biologiche, impronte digitali e tutto ciò che potrebbe portare all’individuazione dei responsabili. Durante le indagini e le perquisizioni in diverse abitazioni, inoltre, sarebbero stati sequestrati tre telefoni che potrebbero essere direttamente collegati all’omicidio di Alessandro Coatti.

Le piste battute
Fin dalle prime fasi dell’indagine, gli inquirenti avevano preso in considerazione l’ipotesi di una rapina finita in tragedia. Tuttavia, le condizioni raccapriccianti in cui è stato ritrovato il corpo avevano spinto ad esplorare anche altre piste, come il possibile coinvolgimento di gruppi paramilitari di destra attivi nelle montagne attorno a Santa Marta, o di bande di narcotrafficanti che usano la città come snodo per il traffico di droga.
Anche la famiglia di Alessandro Coatti aveva notato segnali preoccupanti la sera della sua scomparsa. Come raccontato dallo zio, Gianni Coatti, in un’intervista a La Stampa, la madre di Alessandro e un caro amico avevano osservato movimenti anomali nella geolocalizzazione del suo cellulare, che il giovane biologo utilizzava come strumento di sicurezza.
In Colombia, come spiegato dall’ambasciatore italiano a Bogotá Giancarlo Maria Curcio, operano da tempo le cosiddette “bande della scopolamina”, gruppi criminali noti per l’uso di questa pericolosa droga, capace di manipolare le vittime inducendole a consegnare denaro e oggetti di valore senza lasciare tracce nella memoria delle vittime. Nel caso di Alessandro Coatti, però, il piano criminale sarebbe degenerato: il giovane, probabilmente nel tentativo di opporsi, è stato ucciso.
Il commento di Arcigay
“Voglio esprimere il profondo sconcerto di tutta Arcigay per quanto emerge dalle notizie di stampa riguardanti l’omicidio di Alessandro Coatti, biologo originario del Ferrarese, brutalmente ucciso a Santa Marta, in Colombia, dopo essere caduto in una trappola tessuta attraverso una piattaforma di incontri”: lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay. Che prosegue: “La vicenda ci turba profondamente: purtroppo, ciò che è accaduto in Colombia non è un episodio isolato né relegato a contesti lontani. Il fenomeno dell’adescamento a scopo di rapina, estorsione o violenza attraverso app di incontri o in luoghi di socialità della comunità LGBTQIA+ è una realtà che denunciamo da anni anche in Italia. Nei report annuali sull’omotransfobia diffusi da Arcigay ogni 17 maggio, abbiamo più volte segnalato casi di violenze e omicidi legati a questa modalità operativa: in Italia, diversi aggressori sono stati identificati, arrestati e condannati per aver adescato vittime con l’inganno, per poi derubarle, aggredirle o, in casi estremi, ucciderle”, prosegue Piazzoni. “Pensiamo all’omicidio di Alessandro Gozzoli, nel Bolognese, due anni fa: due giovani lo adescarono in un locale, lo rapinarono e lo assassinarono. La dinamica è la stessa che ritroviamo in altre parti del mondo, quasi si trattasse di una strategia organizzata, o che comunque si rafforza su scala globale, come fosse una challenge di quelle che circolano su TikTok, a cui gli omofobi di tutto il mondo possono partecipare. Il problema non risiede nelle app o nei luoghi di incontro, ma nella violenza premeditata di chi li utilizza come strumenti per colpire le persone LGBTQIA+. C’è un pensiero tossico che alimenta questi crimini: l’idea che quelle persone siano bersagli facili, che la loro vulnerabilità sociale le renda vittime perfette. È una mentalità che va combattuta con ogni mezzo, a partire da una maggiore educazione alle differenze, proprio quella che in questo momento chi ci governa vuole smantellare”, conclude Piazzoni.

