A dieci giorni dal ritrovamento dei primi resti, il caso dell’omicidio di Alessandro Coatti resta un giallo intricato. Il biologo molecolare originario di Alfonsine, in provincia di Ravenna, è stato fatto a pezzi a Santa Marta, in Colombia, dove si trovava per una breve vacanza. L’ultima parte del corpo – una gamba – è stata rinvenuta solo recentemente, segnando il quarto ritrovamento in punti diversi della città. Le autorità colombiane, supportate dalla Procura di Roma e dai carabinieri del Ros, indagano su quattro piste principali:
- l’azione dei paramilitari
- una vendetta dei narcos per uno scambio di persona,
- una rapina degenerata
- un crimine d’odio a sfondo omofobico
- una quinta ipotesi vedrebbe sovrapporsi alcune delle precedenti
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Smembramento come messaggio

Il corpo di Coatti è stato ritrovato in sacchi di plastica e valigie disseminati in aree marginali della città, tutte prossime a quartieri poveri. Secondo analisti locali e la consigliera per la pace Jennifer del Toro, “lo smembramento del corpo va letto come un messaggio e non come un fine”. Il gesto, estremamente violento e metodico, sembra compatibile con i codici punitivi utilizzati da gruppi armati come le Autodefensas Conquistadoras de la Sierra Nevada (ACSN), conosciute anche come “Los Pachencos“. Ma questi ultimi, in un video diffuso pubblicamente, hanno negato ogni coinvolgimento, un fatto inedito che alimenta ulteriori dubbi.
Paramilitari e narcos: piste che si intrecciano
L’ipotesi paramilitare, avanzata dallo zio di Alessandro, Gianni Coatti, tiene conto del fatto che Minca – dove Alessandro aveva cercato contatti per attività di volontariato – è un’area sotto il controllo delle ACSN. Coatti potrebbe aver inavvertitamente incrociato una dinamica locale più grande di lui, e il suo omicidio potrebbe essere stato un messaggio contro lo Stato colombiano o parte di un regolamento interno. Parallelamente, la pista narcos guadagna peso in seguito a un maxi sequestro di cocaina avvenuto il 6 aprile, proprio nelle ore in cui Alessandro spariva. Una fonte anonima riferisce che il carico – destinato all’Europa – era più grande di quanto dichiarato, e che Coatti potrebbe essere stato scambiato per un altro italiano coinvolto nel traffico.
La brutalità della rapina e l’ombra dell’omofobia
Un’ipotesi più semplice, ma non meno tragica, è quella di una rapina finita nel sangue. Coatti, alto e robusto, potrebbe aver reagito e messo in difficoltà i suoi aggressori, finendo poi nelle mani della criminalità organizzata per “risolvere” la situazione. Non si esclude nemmeno l’uso della scopolamina – una droga che annulla la volontà – usata per stordirlo. Ma la pista che più coinvolge la comunità LGBTQIA+ è quella del crimine d’odio. L’ambasciatore italiano in Colombia, Giancarlo Maria Curcio, ha confermato che si sta seguendo anche questa direzione: “Sì, quella di un crimine d’odio o di un incontro finito male”, ha dichiarato al Corriere.
Famiglia in attesa, Carabinieri in Colombia

La famiglia di Alessandro, assistita dalla Farnesina, resta in attesa di notizie certe. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo e i carabinieri del Ros sono attesi a Santa Marta nei prossimi giorni. Intanto, cresce la pressione pubblica perché si faccia luce su un omicidio che – al di là delle sue cause ancora ignote – resta uno dei più brutali inflitti a un cittadino italiano all’estero negli ultimi anni. Un omicidio che chiama in causa non solo la sicurezza dei turisti, ma anche la violenza strutturale che attraversa le vite delle persone LGBTQIA+ in aree dove il diritto si intreccia con l’impunità. In questi giorni la Colombia, che ha visto 25 omicidi di persone uccise in quanto persone LGBTIAQ+ dall’inizio dell’anno, è scossa dal brutale assassinio di Sara Millerey González Borja, donna trans barbaramente uccisa e poi umiliata via social.
