1000 persone trans cacciate subito dall’esercito USA. L’annuncio del Pentagono

A tutte le altre è stato dato un mese di tempo per 'dimettersi'. Chi non dovesse "volontariamente" andarsene rischierebbe di perdere la pensione, l'indennità e il congedo onorevole.

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1000 persone trans cacciate subito dall'esercito USA. L'annuncio del Pentagono
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Dopo il contestato via libera ottenuto dalla Corte Suprema, il Pentagono ha annunciato l’allontanamento di circa 1000 persone trans dall’esercito, concedendo un mese di tempo a tutti gli altri per dimettersi spontaneamente. La scorsa settimana la Corte a maggioranza conservatrice ha di fatto autorizzato l’ordine transfobico emesso da Donald Trump ad inizio 2025 contro le persone trans nell’esercito.

Via alla cacciata transfobica di massa

Passati pochi giorni il Pentagono ha dato via all’epurazione. Su poco più di 2 milioni di membri attivi nelle forze armate statunitensi, le persone dichiaratamente trans in servizio attivo nella Guardia Nazionale e nelle riserve sarebbero appena 4.240. O almeno questo dicono i dati diffusi dal Dipartimento della Difesa, seppur molte associazioni parlino di circa 15.000 persone trans all’interno dell’esercito a stelle e strisce. Sean Parnell, portavoce del Pentagono, ha parlato di “processo di separazione volontaria” da parte di tutti i dimissionari in arrivo, ma di volontario c’è poco o niente. Chi non dovesse “volontariamente” andarsene rischierebbe di perdere la pensione, l’indennità e il congedo onorevole. Siamo di fatto alle minacce. Se non te ne vai perdi tutto.

Nel contestato ordine esecutivo di gennaio Donald Trump aveva definito la presenza delle persone trans nell’esercito USA “in conflitto con l’impegno di un soldato a seguire uno stile di vita onorevole, veritiero e disciplinato, anche nella vita personale”. Già nel 2016 il tycoon aveva portato avanti simile battaglia, andando incontro ad un fiume di ricorsi e sentenze sfavorevoli, fino al salvataggio in corner della Corte Suprema. Joe Biden aveva immediatamente cestinato il diktat transfobico di Trump, che una volta tornato alla Casa Bianca ha deciso di riproporlo e inasprirlo ulteriormente, cacciando anche chi è nell’esercito da anni.

Un mese di tempo per “dimettersi volontariamente”

Il Dipartimento della Difesa ha annunciato che inizierà da subito ad esaminare le cartelle cliniche per identificare tutte quelle persone trans che non si sono ancora dichiarate. I funzionari del dipartimento hanno affermato che è difficile stabilire con esattezza quanti siano i militari transgender, ma le cartelle cliniche mostreranno coloro a cui è stata diagnosticata la disforia di genere, coloro che mostrano sintomi o sono in pieno trattamento. “Basta con le persone transgender al Dipartimento della Difesa“, ha scritto il segretario alla Difesa Pete Hegseth in un post su X. “Basta con i pronomi“, ha aggiunto nel corso di una conferenza delle forze speciali a Tampa. “Abbiamo chiuso con questa mer*a“. Ne dà notizia ApNews.

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Quando il Pentagono ha pubblicato la direttiva d’espulsione una volta firmato l’ordine esecutivo da Donald Trump aveva concesso ai militari 30 giorni di tempo per autoidentificarsi. Da allora circa 1.000 persone lo hanno fatto. Ebbene quei mille militari sono stati ora accompagnati alla porta. In base alle nuove linee guida, i soldati in servizio attivo avranno tempo fino al 6 giugno per identificarsi volontariamente presso il dipartimento, mentre i soldati della Guardia Nazionale e della Riserva avranno tempo fino al 7 luglio. Tra il 2015 e il 2024, il costo totale per psicoterapia, terapia ormonale di affermazione di genere, chirurgia di affermazione di genere e altro per i militari trans è stato pari a 52 milioni di dollari. Niente, rispetto ai miliardi di dollari spesi ogni anno dal Governo. Una goccia in un oceano.

La Corte Suprema non si è ancora espressa sulla costituzionalità dell’ordine trumpiano, limitandosi per ora a renderlo attivo dopo i primi stop imposti da altri tribunali. Le motivazioni non sono state rese note. Su nove giudici, tre dei quali eletti da Donald Trump nel suo primo mandato presidenziale, i sei conservatori hanno votato a favore, mentre i tre progressisti contro.

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