Immaginate un mondo dove la mascolinità non è solo forza, ma anche bellezza. Non un corpo da nascondere, ma da esibire. Dove il desiderio maschile non è un peccato, ma un rito. Questo mondo è esistito – nel cuore dell’Africa centrale, tra i fiumi e le foreste del Sud Sudan, della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica Centrafricana. Era il mondo degli Azande.
Secondo le testimonianze dell’antropologo E.E. Evans-Pritchard, che studiò a lungo la società azande all’inizio del XX secolo, le relazioni omosessuali tra uomini non erano solo tollerate. Erano celebrate. I guerrieri adulti prendevano come compagni giovani maschi, chiamati “mogli maschi”, tra i 12 e i 20 anni. Vivevano insieme, cucinavano, si prendevano cura l’uno dell’altro, facevano l’amore. E la società non solo non condannava: riconosceva queste unioni, le proteggeva, le integrava con una dote pagata ai genitori del ragazzo, esattamente come in un matrimonio (Britannica).
Il corpo maschile come sacro totem

Ciò che più colpisce, però, è il culto estetico e quasi spirituale del corpo maschile. In particolare, il pene. Un pene bello – grande, simmetrico, possente – era considerato segno di potere, saggezza, autorità, racconta il magazine Gayety. I giovani guerrieri ammiravano i loro mentori non solo per le armi che portavano, ma per i loro corpi. E il corpo, nella cultura azande, parlava più di mille parole. Raccontava storie di vittorie, di erotismo, di fertilità (fonte: geopolitica.info)
Non c’era vergogna nell’adorare il corpo di un altro uomo. Anzi, era un gesto educativo. Gli anziani insegnavano non solo a combattere, ma a desiderare. E quel desiderio era il cuore pulsante di un’educazione sentimentale, di una mascolinità libera, carnale, celebrata.
Spiega Valigia Blu che tra gli Azande del sud-est del Sudan era consuetudine che i guerrieri adulti prendessero in sposa giovani ragazzi. Per formalizzare queste unioni, gli uomini pagavano una dote ai genitori dei giovani, riconoscendone così il valore familiare e sociale. I genitori dei ragazzi venivano chiamati con termini affettuosi e rispettosi: gbiore per il suocero e negbore per la suocera. Anche i giovani ricevevano regali e, una volta formata la coppia, i partner si rivolgevano l’uno all’altro con il nome di badiare, che significa “mio amore” o “mio amante”.

Il giovane, all’interno della relazione, aveva il compito di occuparsi delle faccende domestiche all’interno dell’accampamento durante il giorno, mentre di notte offriva compagnia e soddisfazione sessuale al proprio compagno più anziano. Quando il ragazzo raggiungeva la maturità, a sua volta assumeva il ruolo di guerriero e prendeva un altro giovane come compagno, perpetuando così un sistema codificato di trasmissione affettiva, sessuale e sociale.
Questa pratica serviva anche a evitare la presenza di donne nei campi militari e a garantire ai soldati una continuità affettiva e sessuale. Non era vista come una deviazione o un comportamento anomalo: per gli Azande, era naturale che un uomo potesse avere rapporti con ragazzi, soprattutto in assenza di donne, senza che ciò implicasse una condanna morale.
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Le donne, l’amore e la poligamia
Evans-Pritchard documentò anche relazioni omosessuali tra donne, in particolare tra co-mogli nelle famiglie poligame. In quei contesti, si formavano legami affettivi e sessuali, a volte anche con l’uso di oggetti fallici ricavati da banane o altri strumenti simbolici. Tuttavia, rispetto alle relazioni tra uomini, quelle tra donne godevano di minore visibilità e, talvolta, incontravano resistenze culturali.
L’arrivo dell’Occidente: fine di un’era

Il colonialismo europeo ha spazzato via molte di queste pratiche. Missionari e amministratori coloniali hanno introdotto leggi, morali e codici penali che criminalizzavano l’omosessualità, riscrivendo la storia del desiderio secondo paradigmi importati e repressivi. Le relazioni omosessuali, prima socialmente integrate, divennero “devianze”. Le celebrazioni della bellezza maschile furono ridotte a silenzi imbarazzati. Eppure, gli studi antropologici conservano la memoria di quel mondo perduto – un mondo che ha molto da insegnare.
Un’eredità dimenticata

Gli Azande ci raccontano un’Africa che esisteva prima dell’omofobia colonialista, dove il corpo era rito e il desiderio educazione. Dove l’amore tra uomini era costruzione di forza e identità. Una storia che merita di essere riscoperta – non per nostalgia esotica, ma per affermare che il futuro dei corpi e dei desideri passa anche da ciò che è stato dimenticato.
