In Italia, molte coppie gay affrontano quotidianamente il dolore e la frustrazione di un desiderio di genitorialità ancora negato dalla legge. Nonostante l’amore e la volontà di costruire e crescere una famiglia, le barriere normative impediscono loro di diventare ufficialmente genitori: la gestazione per altri (GPA) è considerata un reato universale, mentre l’adozione resta loro preclusa anche dopo la recente sentenza che ha aperto questa possibilità alle persone single. Tale situazione crea una profonda ingiustizia sociale, soprattutto in un contesto in cui la Consulta ha invece riconosciuto i diritti delle coppie lesbiche.
In una toccante lettera aperta al Presidente della Repubblica, Antonio De Padova, uomo 46enne unito civilmente con il suo compagno, esprime il suo dolore e la sua speranza. Antonio sottolinea come la legge italiana continui a negargli il diritto di essere padre, discriminando ancora le coppie omoaffettive maschili e le persone single appartenenti alla comunità LGBTQIA+. Questa lettera giunge in un momento cruciale, segnato dalle recenti sentenze della Corte Costituzionale che hanno parzialmente aperto le porte dell’adozione per le persone single e le coppie di donne lesbiche. Tuttavia, per le coppie gay come la sua, il cammino verso la genitorialità rimane ostacolato da leggi obsolete e discriminanti.
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Sentenze storiche, ma le coppie gay restano escluse dalla genitorialità
“Qualcosa, finalmente, si sta muovendo”, scrive Antonio nella sua lettera aperta indirizzata al Presidente Mattarella. Il riferimento è alle due recenti sentenze storiche emesse dalla Corte Costituzionale e che segnano un passo avanti nei diritti di genitorialità per le persone LGBTQ+.
La sentenza n. 33 del 21 marzo 2025 ha riconosciuto il diritto delle persone single ad accedere alla procedura ordinaria di adozione, aprendo così nuove opportunità a chi, pur non essendo in coppia, desidera diventare genitore e offrire amore e cure a un bambino. Questo pronunciamento ha segnato una svolta nel panorama giuridico italiano, superando vecchi pregiudizi legati allo stato civile del richiedente.
Successivamente, il 22 maggio 2025, la sentenza n. 68 ha dichiarato incostituzionale il divieto che impediva alle coppie di donne lesbiche di essere entrambe riconosciute come madri del figlio nato in Italia attraverso procreazione medicalmente assistita effettuata all’estero. Questa decisione ha finalmente riconosciuto la legittimità delle famiglie omogenitoriali e il diritto di entrambe le madri al riconoscimento giuridico del proprio ruolo genitoriale, garantendo così maggiore sicurezza e tutela ai bambini e alle loro famiglie.
Entrambi i pronunciamenti rappresentano segnali importanti di progresso verso il riconoscimento pieno della genitorialità nelle famiglie arcobaleno, anche se resta ancora molto da fare per garantire parità a tutte le forme familiari. Pur rappresentando segnali forti di progresso e inclusione, le due sentenze evidenziano però anche i limiti della legislazione italiana, che continua a lasciare ancora scoperti molti aspetti legati alla genitorialità delle coppie gay e di altre forme familiari. La strada verso una piena parità dei diritti è ancora lunga, ma i primi passi verso una base solida su cui costruire un futuro più giusto e inclusivo per tutte le famiglie arcobaleno sono stati finalmente compiuti.
Antonio De Padova chiede al Presidente diritti di genitorialità per le coppie gay
La lettera aperta al Presidente della Repubblica scritta da Antonio De Padova è un toccante appello che racconta la dolorosa realtà di molti uomini gay in Italia a cui è negata la possibilità di diventare padri. Antonio, che vive in un’unione civile con il suo compagno, esprime con forza il desiderio profondo di costruire una famiglia, di accogliere e amare un figlio, ma si scontra con una legge obsoleta – la n. 184 del 1983 – che esclude le coppie omosessuali e le persone single dall’adozione, considerandole “non adatte”.
Nel suo messaggio, Antonio invita il Presidente a mettersi nei suoi panni e a riflettere sulle centinaia di bambini in attesa di una famiglia e sulle altrettante persone pronte a offrire amore e cure, ma bloccate da una normativa che non riconosce la validità della loro genitorialità. Ricorda che in altri Paesi europei i diritti genitoriali sono già estesi anche alle famiglie arcobaleno, mentre l’Italia resta ferma a una visione esclusiva e discriminatoria.
La lettera denuncia anche l’assurdo paradosso per cui lo Stato italiano accetterebbe un’adozione solo in casi particolari, come quello di un bambino con disabilità, quasi a legittimare solo una genitorialità “di serie B”. Antonio sottolinea invece che ciò che conta per la crescita sana di un bambino non è la composizione della famiglia, ma la qualità dell’amore e della cura che riceve.
Pur riconoscendo i passi avanti segnati dalle recenti sentenze della Corte Costituzionale, Antonio evidenzia come per le coppie di uomini gay la situazione rimanga ancora più difficile, con la gestazione per altri considerata un reato e l’adozione loro praticamente preclusa.
Con il sostegno dell’associazione Apple Pie Arcigay Avellino, Antonio ha lanciato la campagna “Rivoluzione Familiare”, chiedendo una riforma legislativa che superi ogni discriminazione e riconosca il diritto di tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dallo stato civile, di poter essere genitori. La lettera si chiude con un appello commovente: perché “l’unica famiglia che conta è quella felice” e perché il diritto all’amore e alla genitorialità deve essere garantito a tutti, senza esclusioni.
La lettera integrale

LA PATERNITÀ NEGATA – Lettera aperta al Presidente della Repubblica
Egregio Presidente,
sono Antonio De Padova, fra qualche giorno avrò 46 anni, e sono un uomo unito civilmente con il mio compagno. Le scrivo con il cuore colmo d’amore, ma anche con la consapevolezza dolorosa che, nel mio Paese, mi è negata la possibilità di essere padre.
Le chiedo, per un istante, di chiudere gli occhi e mettersi nei miei panni. Immagini quei bambini soli, senza famiglia, senza abbracci, senza una voce dolce che sussurri loro: “Andrà tutto bene”. E ora immagini noi uomini e donne della comunità LGBTQ+, persone single, coppie omoaffettive che abbiamo il desiderio profondo di una famiglia. Abbiamo braccia aperte, un cuore pieno, e un sogno grande: accogliere un figlio, amarlo, crescerlo, proteggerlo. Ma quel sogno ci resta negato.
Mi faccio portavoce di tanti uomini e donne della comunità che, come me, non chiedono privilegi, ma solo giustizia. Solo la possibilità di dare amore a chi ne ha bisogno.
Il mio desiderio non è irrealizzabile per mancanza d’amore, di responsabilità, o di stabilità. Lo è per una legge la n. 184 del 1983 che disciplina le adozioni in Italia e che continua a escluderci. Esclude me, il mio compagno, le persone single, tutte le coppie dello stesso sesso. Per lo Stato, non siamo considerati “adatti”.
Eppure, Presidente, io mi sento già padre. Ogni volta che accompagno i miei nipoti Simone, Gioia e Aurora, ogni volta che li ascolto, che li tengo per mano nei momenti difficili, sento quella voce limpida e profonda dentro di me: è la voce della paternità. Ma la società, le leggi, non mi riconoscono come tale.
Mi dite che ho ragione ma… ma io non voglio aver ragione, voglio solo realizzare i miei sogni. Voglio concretizzare questo desiderio d’amore e di vita.
E allora Le chiedo, con dolore ma anche con fiducia: perché?
Perché il mio amore, la mia dedizione, la mia capacità di accudire valgono meno di quelle di un altro cittadino eterosessuale? Cosa rende meno valida la mia famiglia?
Nei Paesi che ci circondano Francia, Spagna, Germania, Svizzera, Regno Unito i diritti genitoriali sono già estesi anche alle coppie omosessuali e alle persone single. Perché l’Italia continua a restare indietro, inchiodata a una visione della famiglia che esclude e ferisce?
C’è un paradosso che brucia: se chiedessi di adottare un bambino con gravi disabilità, lo Stato mi considererebbe un genitore adatto. Come se solo un “bambino di serie B” potesse essere affidato a un “genitore di serie B”. Ma noi non siamo cittadini di serie B. E quei bambini non sono vite di serie B. Siamo tutti ugualmente degni, tutti portatori dello stesso diritto all’amore.
La psicologia, la pedagogia, la scienza sono concordi: ciò che fa crescere un bambino in modo sano non è la “forma” della famiglia, ma la qualità dell’amore, della cura, della sicurezza affettiva. L’essere umano ha bisogno di essere amato. Punto.
La nostra Costituzione tutela il superiore interesse del minore. E questo interesse deve prevalere su ogni pregiudizio. Oggi in Italia ci sono centinaia di bambini che aspettano una famiglia. E ci sono centinaia di persone, come me, pronte a offrirla. Non lasciamo che l’amore resti bloccato da una legge vecchia di oltre quarant’anni, rimasta sorda ai cambiamenti sociali e al cammino, seppur lento, dei diritti.
Qualcosa, finalmente, si sta muovendo. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 33 del 21 marzo 2025, ha riconosciuto il diritto delle persone single ad accedere alla procedura ordinaria di adozione. E il 22 maggio scorso, con la sentenza n. 68, ha dichiarato incostituzionale il divieto per le coppie di donne omosessuali di essere entrambe riconosciute come madri del figlio nato in Italia da procreazione medicalmente assistita effettuata all’estero.
Sono segnali forti. Sono sentenze che affermano un principio chiaro: la genitorialità non può essere discriminata in base all’orientamento sessuale o alla composizione della coppia. Ma non bastano. Serve un intervento legislativo deciso, strutturato, che apra davvero le porte dell’adozione anche alle famiglie arcobaleno.
Tuttavia, permane un vuoto profondo normativo e umano verso le coppie omoaffettive maschili. In Italia, noi uomini non possiamo diventare padri. La gestazione per altri, anche se effettuata all’estero, è considerata un reato universale, punibile nel nostro ordinamento a prescindere dal luogo in cui sia avvenuta. Questo significa che, per noi, anche l’ultima via possibile l’adozione resta chiusa.
È una discriminazione silenziosa, ma profondamente dolorosa.
Con l’associazione di cui faccio parte, Apple Pie Arcigay Avellino, abbiamo lanciato la campagna “Rivoluzione Familiare”, chiedendo che venga ampliata la platea delle persone legittimate ad adottare, indipendentemente dall’orientamento sessuale, dallo stato civile o dall’identità di genere. L’idoneità a crescere un figlio non si misura con questi criteri, ma con la capacità di amare, educare, accompagnare.
Presidente, accenda con noi una luce su questa realtà che troppi preferiscono ignorare.
Dia ascolto a chi sogna una famiglia non per sé, ma per un bambino che ancora non ce l’ha.
Perché l’unica famiglia che conta, è quella felice.
La ringrazio per il tempo che vorrà dedicare a queste parole. Spero possa custodirle come voce sincera di un cittadino che ama profondamente il proprio Paese. E che a questo Paese chiede solo ciò che è giusto: la possibilità di essere padre.
Io, intanto, non smetterò mai di lottare, perché il mio desiderio di genitorialità, inteso come l’amore profondo, la cura e il sostegno incondizionato per un altro essere umano, merita di diventare realtà.
Con profondo rispetto,
Antonio De Padova



