Succede in Emilia-Romagna, in un piccolo borgo di appena mille abitanti. Giovedì 10 luglio 2025, Simone (nome di fantasia) un ragazzo di 15 anni, che si dichiara bisessuale, stava trascorrendo una serata tranquilla con due amici – un ragazzo gay e una ragazza eterosessuale – dopo aver mangiato una pizza in compagnia. La notte, però, si è trasformata in un incubo.
Poco dopo aver salutato gli altri amici, i tre si sono ritrovati nella piazza del paese. Lì hanno incrociato un gruppo di coetanei, che in passato avevano bullizzato i due ragazzi per via del loro orientamento affettivo. “Da due anni ci insultano — racconta Simone a Gay.it — ancora prima che sapessero ufficialmente chi siamo”. Anche quella sera le frasi sono quelle tristemente note: “Fr*ci”, “r*cch**ni”, “lo prendete nel c*lo”, “figli di p*tt*na”. I tre rispondono, esasperati: “Se non la smettete, vi denunciamo”.
La risposta dei ragazzi scatena la reazione. Il gruppo inizia a seguirli: prima di nascosto, poi apertamente, accelerando con monopattini, biciclette e anche a piedi. I tre fanno due giri completi dell’isolato. La ragazza suggerisce: “Qui vicino abita mia nonna, rifugiamoci lì”. Entrano nel giardino di casa, il cancello è aperto. Ma lì comincia il vero assedio.
“Erano una ventina, anche ragazze. Hanno circondato l’abitazione e ci hanno tenuti lì dentro per 45 minuti. Gridavano che dovevamo bruciare, che Hitler aveva ragione, che ci avrebbero mandato nei campi di concentramento.” Le minacce sono continue. Anche gli insulti, sempre quelli “r*cch*oni“, “fr*ci“, “finocchi” eccetera. A un certo punto, uno degli aggressori entra nel cortile. Solo la prontezza della ragazza, che lo riprende col cellulare, lo convince ad andarsene. “Stronza, non difenderli. Sono fr*ci”, le urla lui.
I tre chiamano i carabinieri. Quando la pattuglia arriva, il gruppo fugge. Ma uno degli aggressori si nasconde nei pressi, dietro un cespuglio, e riappare quando le forze dell’ordine si allontanano. I ragazzi temono che l’assalto riprenda, ma dopo qualche minuto decidono di tornare a casa.
Il peggio, però, non è finito. Sulla strada di ritorno – una via trafficata, piena di case e passanti – due ragazzi spuntano da un angolo: uno afferra per il collo Simone, l’altro spintona il suo amico. I due riescono a divincolarsi. Gli aggressori lanciano sassi, ma i ragazzi riescono a mettersi in salvo.
“Denunceremo tutto – dichiara Simone – Non solo per noi, ma per dare un segnale forte contro l’odio. È due anni che subiamo queste cose. Ora basta. Ogni gesto, anche il più piccolo, verrà denunciato.”
Per una volta, ai bulli omobitransfobici non è andata liscia. Hanno incontrato una persona solida, convinta della propria identità, decisa nel rivendicare i propri diritti. Simone è attivo nel volontariato e in politica. Come si evince dall’intervista video che pubblichiamo in pagina, il suo racconto e la sua ribellione sono sorretti dalla consapevolezza di essere dalla parte giusta della storia. Una consapevolezza che quasi sempre manca alle persone LGBTIAQ+, marginalizzate nel profondo della propria identità dal clima di asfissiante persecuzione da parte della società cis-etero-normata.
Simone ha già contattato le istituzioni scolastiche e civili, e intende organizzare iniziative assieme ad associazioni LGBTQIA+. Per questo ha scritto a Gay.it. “Spero di scrivere un libro – dice – non per fama, ma per raccontare e superare. Come ha detto Kamala Harris: ‘We fight, we win’. Combatteremo. E vinceremo”.
Intanto la denuncia. Anche i Carabinieri – che forse, a giudicare da quanto racconta la vittima, sono stati imprudenti a lasciare i minorenni senza custodia sul posto, considerando a posteriori che l’aggressione fisica è avvenuta dopo il loro intervento? – hanno raccomandato ai tre di esporre denuncia. “Faremo nomi e cognomi” ci spiega il ragazzo “ma alcuni non so neanche chi fossero” conclude Simone, con la voce sorretta da un coraggio pescato chissà dove, un lodevole senso civico e la certezza di non volersi arrendere.
Il suo racconto nell’intervista integrale qui di seguito.
Il documento video è una ricostruzione verbalizzata dallo stesso Simone a Gay.it, in un secondo momento, dietro nostra richiesta. La scelta di corredare la propria testimonianza con una bandiera LGBTIAQ+ sullo sfondo è stata liberamente attuata da Simone.
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Raccontaci cosa è successo all’inizio.
Era una serata in realtà molto tranquilla in compagnia, eravamo un mio amico gay, una mia amica eterosessuale e io, che sono bisessuale. Eravamo andati a mangiare una pizza in compagnia di altri amici. Quando gli altri sono andati via, noi abbiamo deciso di fare un giro. Siamo passati dalla piazza del mio paesino. Siamo 1000 persone, non una di più. Abbiamo incontrato degli altri ragazzi che ormai da 2 anni perseguitano me e il mio amico per il nostro orientamento sessuale, ancora prima che fosse dichiarato, che fosse di dominio pubblico.
Anche quella sera?
Sì, siamo passati davanti a loro e hanno iniziato a insultarci dicendoci “FR*CI” e “RICCH*ONI” e “LO PRENDETE NEL CU*LO”, “FIGLI DI P*TT*NA” e questo genere di cose.
E voi?
Io mi sono girato incavolato e ho detto “Cazzo, se non la smettete vi denunciamo”. Non se l’aspettavano e hanno reagito in malo modo iniziando a seguirci. Dapprima non ci eravamo accorti, ma poi girando un angolo con la coda dell’occhio mi sono reso conto e abbiamo iniziato a camminare più veloce. A quel punto loro hanno iniziato a correre con monopattini, bici e a piedi. Per inseguirci. Abbiamo fatto per due volte il giro di un isolato intero mentre loro ci seguivano.
E quindi vi siete rifugiati da qualche parte.
Sì, la mia amica ha pensato bene di infilarci nel giardino di sua nonna che non era in casa. E così abbiamo fatto, ma quando siamo entrati, erano in 20 ragazzi, comprese alcune ragazze, a circondare l’abitazione, non ci lasciavano via di scampo. Sono stati 45 minuti in cui ho avuto un sacco paura, ho sentito veramente un blocco allo stomaco, ho smesso per qualche secondo di respirare, mentre loro continuavano a insultarci “RICCH*ONI”, “FR*CI”, “FATE SCHIFO”, “LO PRENDE IN C*LO” e hanno detto anche “DOVETE BRUCIARE”, “DOVETE MORIRE”, “VI MANDIAMO AL ROGO”, “VI MANDIAMO NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO” e infine anche questa frase “HITLER FACEVA BENE”. Un tizio ha detto “IO SE DOVESSI NASCERE COME VOI MI UCCIDEREI”.
E come ne siete usciti?
Prima un ragazzo è entrato nel cancello del cortile, ma lei ha tirato fuori il telefono e ha detto “Ti sto filmando, stai attento a quello che fai” e lui fa “No, str*nza, non difenderli, sonoFR*CI cosa stai facendo?”. A quel punto abbiamo chiamato i carabinieri, ed è arrivata una pattuglia, ma loro erano già scappati.
Cosa vi hanno detto i Carabinieri?
Hanno preso i nostri nomi, scritto un verbale e hanno voluto sapere i nomi dei ragazzi che conoscevamo tra quelli che ci hanno inseguito e insultato. Poi sono andati via.
E non è finita qui.
Per niente! Dopo che sono andati via i Carabinieri, ho visto uno dei ragazzi uscire dalla siepe: era rimasto a verificare che noi dicessimo tutto ai Carabinieri. Dopo 5-10 minuti sembrava tutto finito, abbiamo deciso allora di tornare a casa. Eravamo rimasti io e il mio amico, andavamo a casa mia per aspettare che arrivassero i suoi genitori. Stavamo camminando in una strada trafficata, piena di macchine e abitazioni, non un luogo appartato. E sono spuntati fuori da un angolo due ragazzi, uno mi ha preso per il collo e l’altro ha iniziato a spintonare il mio amico. Siamo riusciti a scansarli, dopo un po’ hanno iniziato a tirare dei sassi, ma noi siamo andati via.
Denuncerete?
Faremo assolutamente denuncia contro gli aggressori. Penso che sia fondamentale che chi ha commesso un atto di questo tipo di violenza, di questo tipo di discriminazione ne risponda. Non solo per noi, ma per dare un segnale forte contro la violenza, contro l’odio, che devono essere respinti e non devono restare impuniti. Vogliamo che la giustizia faccia il suo corso affinché episodi come questo non si ripetano a nessuno e a nessuna. D’ora in poi denunceremo sempre. Ogni minimo gesto, ogni cosa che possa ferire, ci sarà una denuncia dopo l’altra, non si può più accettare questa cosa.
Dicevi che non conosci tutti i ragazzi del gruppo?
Alcuni di questi 20 ragazzi e ragazze neanche li conosciamo, non sappiamo minimamente chi siano.
Hai paura?
Ho molta paura. Sì, siamo spaventati, sarebbe ipocrita negarlo. L’aggressione ci ha scossi profondamente e insomma ci ha fatto toccare con mano la violenza che purtroppo ancora esiste. Ma questa paura non ci piegherà. Non ci farà restare fermi, non abbasseremo più la testa, anzi è proprio da questa aggressione, da questa esperienza dolorosa che purtroppo subiamo da 2 anni.
In che senso da 2 anni?
Da almeno 2 anni veniamo derisi e bullizzati da un certo gruppo di ragazzi del paese. Poi quella sera se n’erano aggiunti altri ed altre che non conosciamo. Ma ci tengo a sottolineare che è proprio da questo tipo di esperienze che troviamo la forza anche insieme ai nostri familiari, ai nostri amici, di lottare ancora di più per i nostri diritti e per un mondo più inclusivo che purtroppo oggi così inclusivo non è.
A scuola?
Fortunatamente le cose vanno molto bene. È un ambiente che ci accoglie e ci supporta. I nostri aggressori non fanno parte della nostra scuola, quindi in realtà lì non abbiamo problemi, questo ci permette di sentirci al sicuro all’interno delle mura scolastiche. Crediamo che però la scuola debba essere un luogo dove tutti si debbono sentire protetti, perché magari questo non succede a noi, ma succede ad altri e altre e deve essere un luogo contro ogni forma di discriminazione. È qui che si costruiscono le basi della società futura e non possiamo lasciarle in mano all’odio, alla violenza. Io sono molto attivo in politica e nel volontariato ormai da 2 anni e mezzo.
E cosa può fare la politica?
Certamente la politica ha un ruolo cruciale, ci rivolgeremo alle istituzioni territoriali, non solo scolastiche ma anche a quelle civili per chiedere che venga promossa una cultura dell’inclusione e non dell’esclusione a partire dai programmi educativi. Inoltre, assieme ad associazioni LGBTIAQ+, vogliamo organizzare manifestazioni di eventi di sensibilizzazione per accendere i riflettori su questi temi e vogliamo che la mia storia, quella di altri ragazze e ragazzi come noi, serva per far capire l’importanza di combattere l’omofobia e ogni forma di pregiudizio. Siamo stanchi.
Ci hai parlato di un libro
Sì, sento un forte desiderio di scrivere un libro, non come successo letterario, non come fama, ma come sfogo, come un lasciarmi andare e per raccontare la mia storia, le violenze che ho subito, ma soprattutto come le sto cercando di superare. Spero che appunto questo libro, se riuscirà a farlo, possa essere un messaggio di speranza, di incoraggiamento per chiunque si trovi ad affrontare situazioni simili.
C’è ancora speranza grazie a persone come te, ma non tutti sono così forti
Io sono molto colpito da una frase di una politica moderna che è stata vicepresidente degli Stati Uniti d’America per 4 anni, Kamala Harris, che nella sua campagna elettorale del 2024-2025 contro Donald Trump disse: “We fight, we win”. Se noi combattiamo, noi vinciamo. Ed ecco, noi combatteremo, noi vinceremo.
A chi ci governa oggi non vuoi dire nulla?
Il mio appello al governo è che vogliamo una legge contro l’omolesbobitransfobia. Ci sono persone, ragazzi, ragazze, bambini e bambine che soffrono, alcuni si tolgono la vita, altri vengono insultati, picchiati e persino violentati. E allora, senza fare i nomi, chiedo al nostro presidente, ai nostri ministri che una parte dei fondi istituzionali scolastici vengano usati per una cultura inclusiva, per creare una nuova società. Una nuova società diversa da loro.
