Succede ad Asti, città apparentemente tranquilla del Nord Italia, ma che per la seconda volta in pochi mesi finisce sotto i riflettori per un episodio di intolleranza a sfondo omolesbobitransfobico. Dopo il caso della tiktoker Cara Villain, bersaglio di insulti su un autobus da parte di un gruppetto di adolescenti, è ora la volta di Patrizio Onori – già presidente di Asti Pride – e di suo marito.
Sabato sera, mentre passeggiavano per via Scotti, i due uomini sono stati apostrofati con il termine “fr*cetti” da quattro ragazzi, tutti tra i 14 e i 16 anni. L’insulto, gridato in strada senza remore, ha colpito per la sua violenza gratuita, ma soprattutto per chi lo ha pronunciato: minorenni. Scrive Onori sulle proprie storie social:
FROC*TTI. Questo è quello che ci siamo sentiti dire da un gruppetto di quattro ragazzetti tra i 14 ed i 16 anni mentre con mio marito passeggiavo tranquillamente in via Scotti ad Asti. Lo stesso gruppetto di ragazzi che passa la maggior parte del tempo al parchetto di Via Sodano, facendo cosa non si sa (o forse si, basterebbe solo controllare). Ma torniamo al punto.
Cosa spinge quattro individui adolescenti a dare dei “frocetti” a due persone dichiaratamente omosessuali di 51 e 38 anni che passeggiano cercando un po’ di refrigerio in un’estate infuocata? Che soddisfazione possono provare? Quale l’intento?
La risposta è semplice quanto inquietante. È tutto frutto del clima di odio, di violenza e di caccia alle streghe che si sta respirando ormai da qualche anno nel nostro Paese. Un clima fomentato e legittimato dalla classe politica ora al Governo. E non è certo rassicurante pensare che ciò stia avvenendo anche in altre latitudini nel mondo. La cosa che invece temo è che questo terribile rigurgito di odio, che rimanda inevitabilmente a pagine scure della nostra storia, diventi inarrestabile ed incontenibile. A farne le spese, proprio come allora, non saranno solo i due “fr*cetti” ma l’umanità intera.
La riflessione va oltre il singolo gesto. In un tempo in cui le parole d’odio trovano legittimità pubblica, anche i giovanissimi sembrano apprendere presto il linguaggio della discriminazione. Non si tratta solo di bullismo adolescenziale, ma di un riflesso diretto di ciò che la società – e la politica in particolare – trasmette come accettabile. L’insulto non è nato nel vuoto: è il frutto di un contesto. Solo qualche giorno fa a Cuneo, in un episodio analogo finito in tribunale, un pm non ha ritenuto che l’offesa “fr*ci* di m*rd*” avesse un intento di odio omofobico. In un paesino della Romagna la scorsa settimana circa 20 ragazzi giovanissimi hanno circondati tre quindicenni ripetendo insulti omobitransfobici di comprovata violenza e infine aggredendoli. La settimana precedente un episodio di aggressione anti-LGBTIQ si era verificato a Torino. Due giorni prima a Roma calci e pugni a un ragazzo gay al grido “Fr*cio de merda devi morì stanotte”
“Cosa fa l’amministrazione della città per prevenire le discriminazioni e per educare al rispetto? Nulla. Il niente più assoluto”, denuncia Onori, che rivendica con orgoglio i suoi 34 anni di attivismo. A quei ragazzi risponde senza paura, ma il messaggio è rivolto anche alle istituzioni: il silenzio educativo è un’autorizzazione. E in assenza di un’azione decisa, saranno sempre più i giovani a pensare che insultare sia un diritto.
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