In Tunisia, dopo il colpo di Stato di Kaïs Saïed nel 2021, la repressione contro la comunità LGBTQIA+ ha assunto un volto sistemico e politico. Dopo gli 84 arresti tra settembre 2024 e gennaio 2025, nelle ultime settimane si contano almeno altre 16 persone fermate tra Tunisi e Djerba. I numeri sono forniti da Damj Tunisian Association for Justice and Equality la principale organizzazione LGBTQIA+ del Paese, che denuncia perquisizioni illegali, confische di telefoni e test anali forzati. Sei delle persone arrestate hanno già ricevuto condanne fino a due anni di carcere sulla base dell’articolo 230 del codice penale, che criminalizza le relazioni omosessuali.
In questa intervista a Gay.it, Saif Ayadi, responsabile dei programmi dell’associazione Damj, denuncia come la criminalizzazione dell’esistenza queer sia oggi parte integrante del progetto politico autoritario del presidente Saïed.
Ayadi parla di repressione sistematica, uso strumentale dell’articolo 230 e di altri dispositivi penali, perquisizioni arbitrarie, esami anali forzati e sorveglianza digitale. Analizza l’impatto psicologico del terrore quotidiano, ma anche l’isolamento forzato, la cancellazione della visibilità e la distruzione di ogni spazio comunitario. Non manca una riflessione sulle responsabilità internazionali: dal pinkwashing israeliano, che alimenta l’omofobia nel mondo arabo, fino alla mistificazione delle leggi coloniali come “valori africani”. Nell’intervista, Ayadi ci parla anche del ruolo cruciale in questo momento dell’associazione Damj, attiva con quattro sedi e una rete capillare di supporto in tutto il Paese, in un contesto dove “sopravvivere è già resistere”.
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Intervista a Saif Ayadi di Damj, ong LGBTIAQ+ in Tunisia
16 persone interpellate negli ultimi giorni e più di 80 durante l’inverno scorso: queste persone avevano espresso la loro appartenenza alla comunità LGBTIQ+ e sono state arrestate per questa ragione?
Sì, la maggioranza di questi arresti era direttamente legata all’affermazione dell’identità di genere delle persone interessate e alle loro espressioni di genere non conformi alle norme sociali imposte dallo Stato. Queste interpellanze si inseriscono in una logica di repressione mirata, fondata su una visione normativa e conservatrice dei ruoli sociali.
Inoltre, i fondamenti giuridici invocati per giustificare questi arresti si basano regolarmente su articoli del codice penale che criminalizzano le espressioni di genere e le identità LGBTIQ+, sotto il pretesto dei “buoni costumi” o “dell’ordine pubblico”. Ciò dimostra un’appropriazione strumentale della legge per stigmatizzare e sanzionare le persone in ragione della loro semplice esistenza.
Cosa sta accadendo esattamente? Si tratta di una strategia politica deliberata o di un uso arbitrario del potere giudiziario e di polizia?
Entrambe le cose. Queste ondate di arresti arbitrari e aleatori si sono trasformate in una strategia politica assunta dallo Stato tunisino a partire dal colpo di stato del luglio 2021. In diversi casi, costituiscono una forma di ritorsione contro il lavoro del movimento queer in Tunisia, in particolare quando quest’ultimo organizza conferenze stampa o presenta denunce ai meccanismi internazionali e regionali in merito alle violazioni subite dalle persone LGBTIQ+.
Esse riflettono anche una visione politica più ampia dello Stato rispetto allo spazio pubblico e ai diritti delle minoranze in Tunisia. Il potere giudiziario e le forze di polizia sono mobilitati in maniera abusiva per applicare queste politiche repressive.
Oltre all’articolo 230 del Codice penale, in che modo la polizia e il sistema giudiziario utilizzano altri strumenti – come le leggi sulla moralità pubblica – per prendere di mira la comunità queer?
Oltre all’articolo 230 che criminalizza l’omosessualità, la polizia utilizza le leggi sulla moralità pubblica per perseguire le persone LGBTQI+. Queste leggi, spesso vaghe e soggettive, permettono accuse per “oltraggio al pudore” (articolo 226 del Codice penale tunisino) o “attentato alle buone costumi o alla morale pubblica mediante gesti o parole” (articolo 226bis del Codice penale tunisino), oppure “oltraggio a pubblico ufficiale” (articolo 125 del Codice penale tunisino), o ancora per “prostituzione e sfruttamento della prostituzione” (articoli 231 e 232 del Codice penale tunisino).
Ciò include la repressione di comportamenti non conformi all’eteronormatività come l’apparire in pubblico per le persone transgender, o i comportamenti affettuosi tra persone dello stesso sesso (anche se sono fratelli o sorelle). Queste leggi sono spesso utilizzate per giustificare arresti arbitrari, perquisizioni corporali ed esami anali forzati sulle persone sospettate.
Quale impatto hanno questi arresti e il clima di paura sulla vita quotidiana delle persone LGBTQIA+? Esistono ancora spazi sicuri o forme di comunità?
Gli arresti e l’atmosfera di paura hanno un impatto profondo sulla vita quotidiana delle persone LGBTQI+, limitando la loro libertà di espressione e la capacità di vivere apertamente la propria identità. Molti si nascondono per evitare di essere identificati, riducendo così la visibilità e gli spazi di solidarietà.
Gli spazi sicuri sono diventati sempre più rari, ma esistono ancora reti informali, principalmente tramite piattaforme digitali private dove le persone possono supportarsi a vicenda.
Detto ciò, questo clima di paura pesa gravemente sulla salute mentale e sulla qualità della vita delle persone LGBTIQ+. Erode profondamente il senso di sicurezza e persino la possibilità di immaginare l’esistenza di spazi sicuri. Questa insicurezza è aggravata dal fatto che le forze di polizia possono accedere a questi spazi – inclusi quelli digitali – in qualsiasi momento, in particolare facendo leva sul decreto-legge n. 2022-54 del 2022 relativo alla “lotta” contro i reati legati ai sistemi di informazione e comunicazione, instaurato dal potere di Kaïs Saïed, che consente una sorveglianza e una repressione accresciute.

Dopo il colpo di stato istituzionale di Kaïs Saïed nel 2021, la Tunisia sembra essere entrata in una fase di involuzione autoritaria. In che misura questa deriva influisce direttamente sulla repressione del genere e dell’orientamento sessuale?
Dal colpo di stato istituzionale di Kaïs Saïed nel luglio 2021, la Tunisia conosce una deriva autoritaria caratterizzata da una concentrazione eccessiva del potere esecutivo e da un’appropriazione crescente delle istituzioni giudiziarie e di sicurezza. Questa involuzione autoritaria ha conseguenze preoccupanti per le minoranze, in particolare per le persone LGBTQIA+ e per quelle percepite come deviate dalle norme di genere.
In un clima politico in cui le libertà fondamentali sono sempre più ristrette, le popolazioni già marginalizzate diventano bersagli privilegiati della repressione. I discorsi stigmatizzanti nei confronti delle persone LGBTQIA+, ma anche dei/delle militanti per i diritti umani, si sono banalizzati nei media e nei discorsi ufficiali, con il pretesto di difendere i “costumi” o i “valori” della società. In questo contesto, lo Stato sembra tollerare, se non incoraggiare, una forma di violenza simbolica, istituzionale e talvolta fisica nei confronti di coloro che incarnano identità o rivendicazioni percepite come sovversive.
Le forze dell’ordine hanno intensificato l’uso arbitrario delle leggi che penalizzano le relazioni omosessuali (come l’articolo 230), ma anche di altre disposizioni vaghe del Codice penale, come l’oltraggio al pudore o l’oltraggio a pubblico ufficiale, per molestare, umiliare o incarcerare persone a causa del loro aspetto, del loro comportamento o del loro impegno militante.
Casi documentati mostrano che gli arresti sono spesso accompagnati da trattamenti inumani e degradanti, inclusi esami anali forzati, nonostante la loro condanna da parte delle istanze internazionali.
In un simile clima, le persone LGBTQIA+ non sono soltanto più esposte alla repressione: sono intenzionalmente usate come capri espiatori per distogliere l’attenzione dalla crisi sociale, economica e politica profonda che attraversa il paese. La repressione del genere e dell’orientamento sessuale diventa così un’arma politica al servizio di un potere in cerca di legittimità.
Quale impatto ha questa situazione sulla popolazione non LGBTQIA+? L’odio anti-queer si sta diffondendo nella società?
La crescita del discorso anti-queer all’interno delle istituzioni e dei media ufficiali, nel contesto politico attuale, non rimane confinata ai circoli di potere: ha un effetto profondo e dannoso sull’intera società tunisina, inclusa la popolazione non LGBTQIA+.
In primo luogo, legittimando discorsi d’odio e tollerando, se non incoraggiando, atti di discriminazione o violenza contro le minoranze sessuali e di genere, lo Stato contribuisce a normalizzare l’intolleranza e a disinibire le espressioni di odio nello spazio pubblico. Questo fenomeno crea un clima generale di paura e sospetto, in cui ogni forma di differenza può diventare sospetta. Persino le persone non LGBTQIA+ possono essere prese di mira per via di un aspetto, di un comportamento giudicato “atipico” o di una presunta vicinanza agli ambienti queer.
Inoltre, l’uso strumentale dell’odio anti-queer indebolisce il tessuto sociale, esasperando le divisioni e distogliendo l’attenzione dalle vere questioni economiche, sociali e politiche. Concentrando la rabbia popolare contro le persone LGBTQIA+, queste diventano i bersagli privilegiati di una collera sociale deviata. Questo meccanismo incoraggia una cultura del rifiuto piuttosto che della solidarietà, con conseguenze negative anche per altri gruppi emarginati o per i movimenti di contestazione sociale.
Infine, la banalizzazione della violenza e della stigmatizzazione mina i principi fondamentali dei diritti umani e indebolisce le basi di una società democratica. L’impatto di questa deriva, quindi, non riguarda solo le persone LGBTQIA+: minaccia più in generale le libertà individuali di tutte e tutti.
Il fatto che Israele commetta un massacro in Palestina vantandosi al contempo di difendere i diritti delle persone LGBTIQ non rafforza anche l’omofobia e la transfobia?
Effettivamente, il fatto che lo Stato sionista commetta massacri in Palestina mettendosi al contempo in scena come difensore dei diritti delle persone LGBTIQ rientra in una strategia di pinkwashing. Questa strumentalizzazione opportunistica delle lotte queer mira a ripulire l’immagine di un regime coloniale e oppressivo, distogliendo l’attenzione dai crimini che esso commette contro il popolo palestinese.
Una tale postura non contribuisce in alcun modo alla difesa reale dei diritti delle persone LGBTQIA+; al contrario, le espone a una maggiore ostilità. Associando le rivendicazioni queer a un potere coloniale e violento, questa strategia alimenta i discorsi reazionari che percepiscono i diritti LGBTIQ come una forma di aggressione culturale o uno strumento di dominazione occidentale. In numerosi contesti, ciò rafforza la stigmatizzazione, l’omofobia e la transfobia, marginalizzando ancor più i/le militanti e le comunità queer locali.
Il pinkwashing praticato dallo Stato sionista non rappresenta in alcun modo un atto di solidarietà verso le persone LGBTQIA+; al contrario, rafforza l’omofobia, la transfobia e indebolisce le lotte delle comunità interessate. Presentandosi come un “rifugio di tolleranza” per le persone queer mentre perpetua crimini contro il popolo palestinese, questo discorso strumentalizza i diritti LGBTQIA+ a fini politici e coloniali.
Questa operazione alimenta i discorsi conservatori e reazionari che associano le lotte queer ad agende imperialiste, contribuendo così al loro rifiuto in altri contesti. Delegittima le battaglie LGBTQIA+ locali, divide i movimenti per la giustizia sociale e oscura i legami fondamentali tra anticolonialismo, antirazzismo e lotta contro le oppressioni di genere e sessuali.

In molti Paesi africani, inclusa la Tunisia, le leggi che criminalizzano l’omosessualità sono un’eredità coloniale. Eppure oggi vengono difese come “valori africani” contro l’Occidente. Come spiega questa contraddizione?
Prima della colonizzazione, molte società africane conoscevano pratiche omosessuali o identità di genere variate, spesso riconosciute e tollerate nelle loro culture tradizionali. È sotto la dominazione europea che sono apparse le leggi repressive. La Tunisia ne è un chiaro esempio: sotto il colonialismo francese (1913), fu introdotto l’articolo 230 del Codice penale per criminalizzare la sodomia. Prima di allora, i testi giuridici tunisini non sanzionavano esplicitamente l’omosessualità. In realtà, la stessa Francia non disponeva più di leggi contro la sodomia sin dalla Rivoluzione del 1791, quando colonizzò la Tunisia.
Allo stesso modo, le potenze coloniali britanniche, portoghesi, ecc., imposero nei loro territori africani “leggi contro natura” ispirate ai loro codici penali, accusando l’omosessualità di corrompere la morale. Queste leggi importate non erano dunque ereditarie delle società africane, ma concepite dai colonizzatori per modificare le norme locali. Le autorità coloniali giustificavano queste leggi con pregiudizi e volontà di controllo sociale. L’introduzione dei codici penali coloniali era motivata da “morali religiose importate” e soprattutto dal desiderio di controllare i corpi e i comportamenti delle persone colonizzate.
In breve, il colonialismo ha imposto una visione binaria e repressiva della sessualità, etichettando spesso le pratiche queer come “non africane” e contrarie ai “valori tradizionali”, mentre in realtà tali pratiche esistevano storicamente sul continente. Dopo le indipendenze, queste leggi che penalizzano l’omosessualità sono rimaste in vigore nella maggior parte degli ex Paesi colonizzati. Su 54 Stati africani, una trentina criminalizza ancora oggi le relazioni omosessuali consensuali. In alcuni casi, i regimi locali le hanno addirittura inasprite, spesso sotto l’influenza di consigli religiosi conservatori.
La persecuzione attuale delle persone LGBT in Africa è quindi il prolungamento di un’eredità coloniale e di una visione importata della sessualità. Solo una presa di coscienza di questa storia può spiegare – e forse superare – il paradosso di vedere oggi africani difendere come “tradizione” leggi che furono in realtà imposte dall’esterno.
Questa contraddizione nasce dal fatto che gli Stati postcoloniali si sono riappropriati di queste leggi importate per consolidare la propria legittimità politica e culturale. Presentandosi come difensori dei “valori africani”, sfruttano un discorso nazionalista e anti-occidentale per mascherare l’origine coloniale di questi testi e ottenere il sostegno di gruppi conservatori. Questo processo di strumentalizzazione trasforma uno strumento di dominazione straniera in un simbolo identitario, contribuendo a perpetuare la stigmatizzazione delle persone LGBTQIA+.
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I cortei del Pride sono autorizzati in Tunisia? Quali sono le regioni del Paese più a rischio?
In Tunisia, i cortei del Pride così come sono organizzati in altri Paesi non sono autorizzati. Il contesto giuridico, sociale e politico rimane fortemente ostile all’espressione pubblica delle identità LGBTQIA+.
Ad oggi, nessun evento del tipo “marcia dell’orgoglio” ha potuto essere organizzato nello spazio pubblico, a causa soprattutto degli elevati rischi per la sicurezza delle persone coinvolte, dell’assenza di protezione giuridica e delle restrizioni imposte dalle autorità.
Alcune regioni del Paese presentano livelli di rischio particolarmente elevati. Al di fuori della capitale e di alcune grandi città, dove possono esistere spazi associativi più o meno sicuri, le regioni interne, in particolare le aree rurali o più conservatrici, sono spesso caratterizzate da una maggiore stigmatizzazione, una sorveglianza sociale più intensa e talvolta da atti di violenza contro le persone percepite come LGBTQIA+.
In generale, l’intero territorio tunisino rappresenta un ambiente sfavorevole alla visibilità queer, e i contesti locali possono aggravare i rischi affrontati dai/dalle militanti e dalle persone LGBTQIA+.
Che tipo di attività svolge Damj? Come aiutate le persone LGBTIQ tunisine, quali servizi offrite?
DAMJ si impegna nella difesa dei diritti delle persone LGBTIQ+ in Tunisia attraverso una serie di attività e servizi adattati ai bisogni della comunità. Offriamo principalmente assistenza legale, compresa consulenza giuridica individuale, nonché interventi e accompagnamenti d’urgenza in caso di arresto o procedimenti giudiziari.
Forniamo anche assistenza psicologica e, quando necessario, supporto medico, compreso l’acquisto di medicinali essenziali per le persone in situazioni di precarietà. Parallelamente, DAMJ conduce attività di rafforzamento delle competenze su tematiche legate ai diritti umani, all’identità di genere e all’orientamento sessuale, al fine di favorire l’autonomia delle persone interessate e sostenere la loro partecipazione attiva alla vita sociale e militante.
In quali regioni del Paese riuscite ad avere una presenza fisica?
DAMJ dispone di una presenza fisica attraverso quattro uffici regionali: a Tunisi, che copre il Grande Tunisi così come le regioni di Biserta e Nabeul; a Le Kef, che interviene nel Nord-Ovest (Le Kef, Jendouba, Béja, Siliana), nonché a Kairouan, Kasserine e Sidi Bouzid; a Sousse, attivo in tutta la regione del Sahel (in particolare Monastir e Mahdia); e a Sfax, che copre le regioni del Sud, tra cui Gabès, Gafsa, Médenine, Tataouine, Tozeur e Djerba.
Questi centri comunitari sono coordinati da quattro referenti regionali, e la loro azione è rafforzata da una rete di punti focali distribuiti in diverse altre regioni, permettendo a DAMJ di mantenere una presenza comunitaria estesa e reattiva rispetto ai bisogni locali.
16 personnes interpellées ces derniers jours et plus de 80 interpellées l’hiver dernier : ces personnes avaient-elles mis en avant leur appartenance à la communauté LGBTIQ+ et ont-elles été arrêtées pour cette raison ?
Oui, la majorité de ces arrestations étaient directement liées à l’affirmation de l’identité de genre des personnes concernées et à leurs expressions de genre non conformes aux normes sociales imposées par l’État. Ces interpellations s’inscrivent dans une logique de répression ciblée fondée sur une vision normative et conservatrice des rôles sociaux.
Par ailleurs, les fondements juridiques invoqués pour justifier ces arrestations s’appuient régulièrement sur des articles du code pénal criminalisant les expressions de genre et les identités LGBTIQ+, sous couvert de « bonnes mœurs » ou d’« ordre public ». Cela démontre une instrumentalisation de la loi pour stigmatiser et sanctionner des personnes en raison de leur simple existence.
Que se passe-t-il exactement ? S’agit-il d’une stratégie politique délibérée ou d’un usage arbitraire du pouvoir judiciaire et policier ?
Les deux à la fois. Ces vagues d’arrestations arbitraires et aléatoires se sont transformées en une stratégie politique assumée par l’État tunisien depuis le coup de force de juillet 2021. Dans plusieurs cas, elles constituent une forme de représailles contre le travail du mouvement queer en Tunisie, notamment lorsque celui-ci organise des conférences de presse, ou soumet des plaintes aux mécanismes internationaux et régionaux concernant les violations subies par les personnes LGBTIQ+.
Elles reflètent également une vision politique plus large de l’État sur l’espace public et sur les droits des minorités en Tunisie. Le pouvoir judiciaire et les forces de police sont mobilisés de manière abusive pour mettre en œuvre ces politiques répressives.
Au-delà de l’article 230 du Code pénal, comment la police et le système judiciaire utilisent-ils d’autres outils – comme les lois sur la moralité publique – pour cibler la communauté queer ?
En plus de l’article 230 qui criminalise l’homosexualité la police utilise les lois sur la moralité publique pour poursuivre les personnes LGBTQI+. Ces lois souvent vagues et subjectives permettent des accusations pour “outrage à la pudeur <L’article 226 du Code pénal tunisien>” ou “atteinte aux bonnes mœurs ou à la morale publique par le geste ou la parole <L’article 226bis du Code pénal tunisien>” ou “traite de l’outrage envers les fonctionnaires publics <L’article 125 du code pénal tunisien>” ou “la prostitution et du proxénétisme <Les articles 231 et 232 du code pénal tunisien>
Cela inclut la répression de comportements non conformes à l’hétéronormativité comme l’affichage au public pour les personnes transgenres, les comportements affectueux entre personnes du même sexe (même s’ils/elles sont des frères ou des sœurs).
Ces lois sont souvent utilisées pour justifier des arrestations arbitraires, des fouilles corporelles, et des examens anaux forcés sur les personnes suspectées.
Version française – Entretien avec Saif Ayadi de Damj, ONG LGBTIAQ+ en Tunisie
Quel impact ces arrestations et le climat de peur ont-ils sur la vie quotidienne des personnes LGBTQIA+ ? Existe-t-il encore des espaces sûrs ou des formes de communauté ?
Les arrestations et l’atmosphère de peur ont un impact profond sur la vie quotidienne des personnes LGBTQI+ limitant leur liberté d’expression et leur capacité à vivre ouvertement leur identité. Beaucoup se cachent pour éviter d’être repérés, réduisant ainsi la visibilité et les espaces de solidarité.
Les espaces sûrs sont devenus de plus en plus rares mais des réseaux informels existent toujours principalement via des plateformes digital privées où les personnes peuvent se soutenir.
Cela dit, ce climat de peur pèse lourdement sur la santé mentale et la qualité de vie des personnes LGBTIQ+. Il érode profondément le sentiment de sécurité et la possibilité même d’imaginer l’existence d’espaces sûrs. Cette insécurité est exacerbée par le fait que les forces de police peuvent accéder à ces espaces – y compris numériques – à tout moment, notamment en s’appuyant sur le décret-loi n° 2022-54 du 2022 relatif à la ” lutte ” contre les infractions se rapportant aux systèmes d’information et de communication instaurée par le pouvoir de Kaïs Saïed, qui permet une surveillance et une répression accrues.
Après le coup d’État institutionnel de Kais Saied en 2021, la Tunisie semble être entrée dans une phase d’involution autoritaire. Dans quelle mesure cette dérive influence-t-elle directement la répression du genre et de l’orientation sexuelle ?
Depuis le coup d’état institutionnel de Kaïs Saïed en juillet 2021, la Tunisie connaît une dérive autoritaire marquée par une concentration excessive du pouvoir exécutif, et une instrumentalisation croissante des institutions judiciaires et sécuritaires. Cette involution autoritaire a des conséquences préoccupantes pour les minorités, notamment les personnes LGBTQIA+ et les personnes perçues comme déviant des normes de genre.
Dans un climat politique où les libertés fondamentales sont de plus en plus restreintes, les populations déjà marginalisées deviennent des cibles privilégiées de la répression. Les discours stigmatisants à l’encontre des personnes LGBTQIA+, mais aussi des militant·e·s des droits humains, se sont banalisés dans les médias comme dans les discours officiels, sous prétexte de défendre les « mœurs » ou les « valeurs » de la société. Dans ce contexte, l’État semble tolérer, voire encourager, une forme de violence symbolique, institutionnelle et parfois physique à l’encontre de celles et ceux qui incarnent des identités ou revendications perçues comme subversives.
Les forces de l’ordre ont intensifié leur usage arbitraire des lois pénalisant les relations homosexuelles (comme l’article 230), mais aussi d’autres dispositions floues du Code pénal, telles que l’atteinte à la pudeur ou l’outrage à agent, pour harceler, humilier ou incarcérer des personnes en raison de leur apparence, de leur comportement ou de leur engagement militant. Des cas documentés montrent que les arrestations sont souvent accompagnées de traitements inhumains et dégradants, y compris des examens anaux forcés, malgré leur condamnation par les instances internationales.
Dans un tel climat, les personnes LGBTQIA+ ne sont pas seulement plus exposées à la répression : elles sont intentionnellement utilisées comme boucs émissaires pour détourner l’attention de la crise sociale, économique et politique profonde que traverse le pays. La répression du genre et de l’orientation sexuelle devient ainsi une arme politique au service d’un pouvoir en quête de légitimité.
Quel impact cette nouvelle chez elle sur la population non-LGBTQ ? La haine anti-queer se répand-elle dans la société ?
La montée en puissance du discours anti-queer au sein des institutions et des médias officiels, dans le contexte politique actuel, ne reste pas confinée aux cercles de pouvoir : elle a un effet profond et délétère sur l’ensemble de la société tunisienne, y compris sur la population non-LGBTQIA+.
Tout d’abord, en légitimant des discours de haine et en tolérant, voire en encourageant, des actes de discrimination ou de violence à l’encontre des minorités sexuelles et de genre, l’État contribue à normaliser l’intolérance et à désinhiber les expressions de haine dans l’espace public. Ce phénomène crée un climat général de peur et de suspicion, où toute forme de différence peut devenir suspecte. Même les personnes non-LGBTQIA+ peuvent être prises pour cibles en raison d’une apparence, d’un comportement jugé « atypique » ou d’une supposée proximité avec les cercles queer.
De plus, l’instrumentalisation de la haine anti-queer fragilise le tissu social, en exacerbant les divisions et en détournant l’attention des véritables enjeux économiques, sociaux et politiques. En focalisant la colère populaire sur les personnes LGBTQIA+, celles-ci deviennent les cibles privilégiées d’une colère sociale détournée. Ce mécanisme encourage une culture du rejet plutôt que de la solidarité, ce qui peut entraîner des répercussions négatives sur d’autres groupes marginalisés ou sur les mouvements de contestation sociale. Enfin, la banalisation de la violence et de la stigmatisation met à mal les principes fondamentaux des droits humains et fragilise les fondements d’une société démocratique. L’impact de cette dérive ne concerne donc pas uniquement les personnes LGBTQIA+ : il menace, plus largement, les libertés individuelles de tou·te·s.
Le fait qu’Israël commette un massacre en Palestine tout en se vantant de défendre les droits des LGBTIQ ne renforce-t-il pas également la haine homophobe et transphobe ?
Effectivement, le fait que l’État sioniste commette des massacres en Palestine tout en se mettant en scène comme un défenseur des droits des personnes LGBTIQ relève d’une stratégie de pinkwashing. Cette instrumentalisation opportuniste des luttes queer vise à redorer l’image d’un régime colonial et oppressif, tout en détournant l’attention des crimes qu’il perpétue contre le peuple palestinien.
Une telle posture ne contribue pas à la défense réelle des droits des personnes LGBTQIA+ ; au contraire, elle les expose à une hostilité accrue. En associant les revendications queer à un pouvoir colonisateur et violent, cette stratégie alimente les discours réactionnaires qui perçoivent les droits LGBTIQ comme une forme d’agression culturelle ou comme un outil de domination occidentale. Cela renforce, dans de nombreux contextes, la stigmatisation, l’homophobie et la transphobie, en marginalisant davantage encore les militant·e·s et communautés queer locales.
Le pinkwashing pratiqué par l’État sioniste ne constitue en rien un acte de solidarité envers les personnes LGBTQIA+ ; au contraire, il renforce l’homophobie, la transphobie et affaiblit les luttes des communautés concernées. En se présentant comme un « havre de tolérance » pour les personnes queer tout en perpétuant des crimes contre le peuple palestinien, ce discours instrumentalise les droits LGBTQIA+ à des fins politiques et coloniales.
Ce procédé alimente les discours conservateurs et réactionnaires qui associent les luttes queer à des agendas impérialistes, contribuant ainsi à leur rejet dans d’autres contextes. Il délégitime les combats LGBTQIA+ locaux, divise les mouvements pour la justice sociale, et occulte les liens essentiels entre anticolonialisme, antiracisme et lutte contre les oppressions de genre et de sexualité.
Dans de nombreux pays africains, dont la Tunisie, les lois criminalisant l’homosexualité sont un héritage colonial. Pourtant, aujourd’hui, elles sont défendues comme des « valeurs africaines » contre l’Occident. Comment expliquez-vous cette contradiction ?
Avant la colonisation, de nombreuses sociétés africaines connaissaient des pratiques homosexuelles ou des identités de genre variées, souvent reconnues et tolérées dans leurs cultures traditionnelles. C’est sous la domination européenne que des lois répressives sont apparues. La Tunisie l’illustre bien : sous Le colonialisme français (1913), l’article 230 du Code pénal a été créé pour criminaliser la sodomie, avant cela, les textes tunisiens ne sanctionnaient pas explicitement l’homosexualité. En réalité, la France elle-même n’avait plus de lois antérieures sur la sodomie depuis la Révolution (1791) lorsqu’elle colonisa la Tunisie. De même, les puissances coloniales britanniques, portugaises, etc., imposèrent dans leurs colonies africaines des « lois contre nature » inspirées de leurs codes pénaux, accusant l’homosexualité de dévoyer les mœurs. Ainsi ces législations importées n’étaient pas héritées des sociétés africaines, mais conçues par les colonisateurs pour modifier les normes locales. Les autorités coloniales justifiaient ces lois par des préjugés et une volonté de contrôle social. L’introduction des codes pénaux coloniaux était motivée par des « morales religieuses importées » et surtout par le désir de contrôler les corps et les comportements des colonisé·e·s.
En somme, le colonialisme a imposé une vision binaire et répressive de la sexualité, souvent étiquetant les pratiques homosexuelles comme « non-africaines » et contrevenant aux « valeurs traditionnelles » alors même que des pratiques queer existaient historiquement sur le continent. Après les indépendances, ces lois pénalisant l’homosexualité sont restées en vigueur dans la plupart des anciens pays coloniaux. Sur 54 États africains, une trentaine criminalisent encore les relations homosexuelles consensuelles. Dans plusieurs cas, les régimes locaux les ont même durcies ou étendues, souvent sous l’influence de conseils religieux conservateurs.
En réalité la persécution actuelle des personnes LGBT en Afrique est le prolongement d’un héritage colonial et d’une vision importée de la sexualité. Seule une prise de conscience de cette histoire peut expliquer et éventuellement lever le paradoxe de voir aujourd’hui des Africains défendre comme « tradition » des lois qui furent d’abord étrangères à leur continent.
Cette contradiction naît du fait que les États postcoloniaux ont réapproprié ces lois importées pour asseoir leur légitimité politique et culturelle. En se présentant comme défenseurs des « valeurs africaines », ils exploitent un discours nationaliste et anti-occidental afin de masquer l’origine coloniale de ces textes et de s’attirer le soutien de groupes conservateurs. Ce processus d’instrumentalisation transforme un instrument de domination étrangère en marqueur identitaire, contribuant à perpétuer la stigmatisation des personnes LGBTQIA+.
Les défilés de la fierté sont-ils autorisés dans tout le pays ? Quelles sont les régions du pays les plus à risque ?
En Tunisie, les défilés de la fierté tels qu’ils sont organisés dans d’autres pays ne sont pas autorisés. Le contexte juridique, social et politique demeure fortement hostile à l’expression publique des identités LGBTQIA+. À ce jour, aucun événement de type « marche des fiertés » n’a pu être organisé dans l’espace public, en raison notamment des risques élevés pour la sécurité des personnes concernées, de l’absence de protection juridique, ainsi que des restrictions imposées par les autorités.
Certaines régions du pays présentent des niveaux de risque particulièrement élevés. En dehors de la capitale et de quelques grandes villes, où des espaces associatifs plus ou moins sécurisés peuvent exister, les régions intérieures, notamment les zones rurales ou plus conservatrices, sont souvent marquées par une plus grande stigmatisation, une surveillance sociale accrue, et parfois des violences envers les personnes perçues comme LGBTQIA+. De manière générale, l’ensemble du territoire tunisien représente un environnement défavorable à la visibilité queer, et les contextes locaux peuvent aggraver les risques encourus par les militant·e·s et les personnes LGBTQIA+.Quelles sont les activités de Damj, comment aidez-vous les personnes LGBTIQ tunisiennes et quels services proposent-vous ?
DAMJ s’engage pour la défense des droits des personnes LGBTIQ+ en Tunisie à travers une diversité d’activités et de services adaptés aux besoins de la communauté. Nous proposons principalement une aide juridique, incluant des consultations juridiques individuelles, ainsi que des interventions et accompagnements d’urgence en cas d’arrestation ou de poursuites judiciaires. Nous offrons également une assistance psychologique et, lorsque nécessaire, un accompagnement médical, incluant l’achat de médicaments essentiels pour les personnes en situation de précarité. En parallèle, DAMJ mène des actions de renforcement de capacités autour des thématiques de droits humains, d’identité de genre et d’orientation sexuelle, afin de favoriser l’autonomisation des personnes concernées et de soutenir leur participation active à la vie sociale et militante.
Dans quelles régions du pays êtes-vous en mesure d’avoir une présence physique ?
DAMJ dispose d’une présence physique à travers quatre bureaux régionaux : à Tunis, qui couvre le Grand Tunis ainsi que les régions de Bizerte et Nabeul ; au Kef, qui intervient dans le Nord-Ouest (Kef, Jendouba, Béja, Siliana) ainsi qu’à Kairouan, Kasserine et Sidi Bouzid ; à Sousse, actif dans toute la région du Sahel (notamment Monastir et Mahdia) ; et à Sfax, qui couvre les régions du Sud, incluant Gabès, Gafsa, Médenine, Tataouine, Tozeur et Djerba. Ces centres communautaires sont coordonnés par quatre coordinateur·ice·s régionaux·ales, et leur action est renforcée par un réseau de points focaux répartis dans plusieurs autres régions, permettant à DAMJ de maintenir une présence communautaire étendue et réactive aux besoins locaux.