Ascoltando Nitrito, il suo album più recente, prodotto (ancora una volta) dal fido John Parish e registrato a Bristol, il magazine inglese Mojo ha scritto entusiasticamente che Nada è la «grande dama delle cantautrici italiane», degna di essere paragonata a Marianne Faithfull, a Françoise Hardy e, ovviamente, a PJ Harvey (anche lei prodotta da Parish, tra l’altro). L’Italia, come spesso accade, nel frattempo, è disattenta, distratta da canzoncine scritte a otto mani per beare il pubblico di TikTok e dei chiringuiti. Eppure, Nada è da sempre una fuoriclasse, anche al netto delle hit che l’hanno lanciata e consacrata (Il cuore è uno zingaro, Amore disperato, Ma che freddo fa, Ti stringerò), canzoni pop di grande caratura dalle quali non si è lasciata travolgere, ma che anzi riesce a portare addosso con grazia e rinnovata freschezza, decennio dopo decennio. Da qualche tempo, diciamo il tempo di una decina di album, Nada occupa un campo che è tutto suo e detta un tempo che è ugualmente tutto suo, lontano dal ticchettio e dai dettami dell’industria discografica. Sempre diversa da sé stessa, ma al tempo stesso ancorata a un centro infuocato e riconoscibilissimo che fa di lei un’artista coerente e intellettualmente onesta.
Quel nucleo è fatto di un certo senso etico-estetico, di un determinato modo di pensare alla creazione e di un certo immaginario sonoro: i suoni di Nada non sono mai del tutto accoglienti, ma anzi quasi evidenziano un pericolo, una stortura e la sua musica, testi compresi, non cerca adagi né accomodamenti, né placidi benestare né approvazioni. A tratti disturba, anzi, fa sentire scomodi e liberissimi.
Anche in Nitrito, il suo ultimo progetto, la musica di Nada è disillusa e sghemba, mai ruffiana e compiacente, mai retorica. Ironica, semmai, al limite del caustico. Colta, a suo modo, eppure immediata nel dire tutto quello che ha da dire. D’altronde, il suo linguaggio è da sempre quello del rock, che qui, però, si mescola al blues e al filastroccheggiare del primo Gino Paoli per poi incontrare i CSI e Freak Antoni.
Nitrito è un album incredibilmente bello, maturo e freschissimo, una boccata d’aria fresca contro quel cimitero che è la nostra produzione musicale più mainstream.
Abbiamo incontrato Nada e l’abbiamo intervistata in vista del concerto che si terrà il 2 settembre al Castello Sforzesco di Milano.
Perché Nitrito?
Sentito il disco finito ho pensato che il suono che si era creato in studio dava una luce un po’ diversa alle parole scritte che così cantate avevano preso un significato più ampio e profondo. Mi evocavano una richiesta di attenzione, un bisogno di libertà, l’avvertenza di un pericolo. Sono parole e suoni che arrivano dalle viscere all’anima, attraversano stagioni, amore, sentimenti, e con forza e speranza spaccano il tormento del vuoto con l’arte di vedere e l’arte di sentire, un nitrito.
Un nitrito è un suono libero. Tutti i suoni sono sbrigliati, le parole escono precise, fiere. Libertà è la prima parola a cui penso quando penso alla tua musica e al tuo percorso artistico. Cosa significa per te, oggi, essere libera come musicista, come donna e cittadina?
Non so cos’è la libertà che ha un significato troppo grande per essere descritta con una sola parola e nel contempo dovrebbe essere tanto semplice da essere per tutti. Purtroppo non è così per molti, e purtroppo a volte ci sembra ci sia ma non c’è. Libertà significa poter esprimere pienamente sé stessi. Nella musica così come nella vita la libertà va conquistata con la coerenza, l’onestà, con la partecipazione e con la passione che conduce alla voglia di migliorare ogni volta il già fatto. Un mio amico diceva una cosa importante, a questo proposito.
Cosa?
La libertà non è per gli stupidi.
Ti senti libera?
Mi sento libera, sì, anche se non so il perché. Faccio con passione tutto ciò che mi sembra giusto e onesto.

A proposito di donne, anche in questo album, come in molti dei precedenti e come in tutti i tuoi libri, racconti il femminile, soprattutto la posa di donne scomposte, disgregate, di madri e figlie imperfette. Cosa ti interessa raccontare delle donne?
Mi sono sempre piaciute le figure femminili con un fascino un po’ disordinato, in fondo anche io mi sento così. Disordinata, almeno. Sono cresciuta con una nonna, una madre e una sorella, e ho una figlia: racconto le donne perché credo di conoscerle piuttosto bene.
Il discorso intorno ai corpi delle donne, tra l’altro, è ancora urgentissimo.
Sì, sento dire cose stravaganti sul corpo femminile, e sul corpo in generale, troppo spesso esposto come un trofeo per aiutare la vendita di una macchina o di un profumo, oppure rivisitato da strane alchimie che tendono a non far vedere la natura che cambia, il tempo che passa. Ecco, a volte si potrebbe evitare di santificare l’apparenza.
Il brano Bella più bella, che apre l’album, è una dichiarazione d’amore ad alcune delle tue madri spirituali: da Maria Callas a Virginia Woolf, da Emily Dickinson ad Anna Magnani, ma anche Margherita Hack, Giovanna d’Arco, Marina Abramović, Simone Weil, Natalia Ginzburg ed Édith Piaf, Malala Yousafzai e Zuriel Oduwole, suore, contadine. Cosa di queste donne ti ispira?
Sono donne che hanno dato dignità a tutte le donne. Ci hanno insegnato a combattere per ottenere una vita migliore, ci hanno indicato come anche le donne possano avere diritti e partecipazione alla vita. Sono i modelli da seguire. Ogni sera prima di dormire leggo le lettere di Emily Dickinson e sono sicura che il giorno dopo sarò un po’ migliore, o almeno mi sentirò tale.
Ci sono donne dell’oggi alle quali guardi, che ti ispirano e che ti generano?
Quando ero bambina in Toscana purtroppo mia madre non stava benissimo e mia sorella per farmi crescere come dovevo si faceva aiutare dalle vecchie del mio paese che, oltre a lavorare dall’alba al tramonto nei campi dovevano accudire figli e mariti che lavoravano come muli, poi preparare la cena, lavare, stirare e fare i lavori di casa, con pochi lamenti. Ecco, quando penso ad ispirarmi a una donna penso ancora a loro, anche oggi.
In Primitiva, invece, canti: «Legami all’albero, non farmi scappare perché non so dove riparare da un santo che non mi sta più accanto».
Esprimo il tempo in cui una donna si sente trascurata e non più in sintonia, o diciamo per comodità non protetta, e quando viene protetta lo è come fosse una proprietà. Alla fine con un giro di parole voglio dire che manca l’amore. Quando scrivo una canzone quasi mai so cosa voglio dire, spesso lo scopro dopo, nel senso che a volte mi lascio trasportare dalle parole che si scrivono da sole e poi mi metto lì a capire che cosa voglio dire.
La tua musica, da decenni, si muove lungo una crepa di inquietudine. Sembra che tu scriva sempre da una posizione scomoda, che faccia di tutto per custodire una certa obliquità, questo turbamento. Quanto è utile l’inquietudine? A cosa serve?
Io scrivo e canto sempre di malesseri, di sofferenze, dello star male, ma voglio rassicurare tutti: Io sto bene! Credo che nel dolore possiamo conoscerci un po’ di più, è certo che io sono una persona felicemente triste.
È miracoloso come riesci, però, a trovare la grazia in questo stato di apprensione. Tuteli il senso di ansietà, ma cerchi una pacificazione. Succedeva in Senza un perché, per dirne una. In Nitrito avviene in Che giornata, dove scrivi: «Ah, che bella questa vita anche se il giornale dà notizie disastrose». Che rapporto hai con la speranza? Cosa ti dà speranza in un mondo che sembra aver perso la bussola?
Racconto sempre che dalla sedia del mio giardino vedo arrivare un uomo che viene dal passato ma anche dal futuro, questo uomo con incedere sempre più veloce mi si avvicina ed io incuriosita gli chiedo: Cosa posso fare per lei? Lui mi risponde: Niente, penso che ormai sia troppo tardi.
Una notte che arriva, Ghiaccio e Sempre migliore sono, invece, canzoni di resistenza e di lotta, inni cantati da una voce di donna che vuole rendersi migliore nonostante tutto e affondare i piedi per marciare avanti. Per cosa marcia, per cosa lotta, oggi, Nada?
Mi piacerebbe rispondere che lotto, ma non è vero. Lotto certamente con quello che faccio, scrivendo canzoni e libri, comportandomi in modo da rispettare chi lo fa più concretamente per me, per noi tutti.
Sono molto curioso di parlare di Primo, che forse è il mio brano preferito tra quelli di Nitrito. Un brano quasi distopico, che ricorda Povere creature e il Frankenstein di Mary Shelley, il ritratto di un uomo sventrato e trasformato in una marionetta delle masse. L’esatto opposto di quello che hai fatto tu, Nada. Com’è nato questo pezzo?
Forse è anche il mio preferito, sai? È una storia vecchia come l’uomo. La manipolazione degli individui e dei popoli è stata raccontata da tanti classici della letteratura e del cinema, mi ricordo di un vecchio film che si chiamava Privilege (Peter Watkins, 1967, ndr), è la storia di una rockstar usata dalla politica per condizionare, o meglio addormentare i ragazzi. Oggi si usano altri metodi ma la sostanza non cambia, chi ha il potere vuole tenerselo sottomettendo con la forza chi non ce l’ha. Ho parlato, anzi cantato di queste cose in un bellissimo disco del 1975 che feci con la Reale Accademia di Musica, si chiamava 1930. Il domatore delle scimmie ed è il racconto di quando nacque la Repubblica di Weimar fino all’ascesa del nazismo nel 1933. Naturalmente è un disco rock che in forma di favola racconta la tragedia hitleriana.
Cosa possiamo fare per resistere al facile richiamo dell’appiattimento?
È già successo!
Mancano pochi giorni al tuo concerto milanese. Cosa dobbiamo aspettarci?
Il 2 settembre sarò al Castello Sforzesco, è la terza volta ed ogni volta rimango stupita dalla bellezza del posto. Il concerto sarà come uno non se lo aspetta. L’ho diviso in due parti ma in un solo tempo, nel senso che una prima parte sarà unicamente dedicata a Nitrito per proseguire poi con le mie canzoni preferite di questi ultimi anni. Sarò accompagnata dai miei meravigliosi musicisti.
Arrivi in città in un momento particolarmente concitato. Con le recenti inchieste sull’urbanistica, la bolla speculativa immobiliare e lo smantellamento del Leoncavallo, noi milanesi siamo un po’ abbattuti e disillusi. Che rapporto hai con questa città?
Milano è una grande metropoli, c’è di tutto, nel bene e nel male. Quello che sta capitando ora tra scandali e corruzioni è sempre successo. Mi è dispiaciuto moltissimo per la chiusura forzata del Leoncavallo. Non voglio farne una questione politica che non ci si capisce bene, anzi che non si vuole capire, ma lì ho fatto dei concerti bellissimi, con migliaia di persone e tanti cani. C’era un’atmosfera per cui Milano diventava Europa. Peccato.


