Abbiamo già incontrato Marta Del Grandi circa un anno fa. Stava per terminare, con una data all’Arci Bellezza di Milano, il tour con cui ha presentato Selva, il suo precedente album, al mondo. Selva era un progetto avvolgente, un album che era una piccola foresta, uno spazio selvatico eppure a suo modo rassicurante. L’abbiamo incontrata di nuovo, mesi dopo, nella stessa città, per parlare invece di Dream Life, il suo nuovo album, uscito per Fire Records giusto qualche settimana fa.
Dream Life è un album che richiede attenzione, un progetto più ambizioso del precedente, più dettagliato, più hi-fi, e meno confortante, che trova la sua dimensione nella sospensione da ogni fissità. Si colloca, nelle intenzioni, nei testi e nelle sonorità, a metà strada tra la materia e il sogno, tra i tubi e i fiori per dirla con Elisa, tra la terra e la luna. Il titolo ci proietta, certo, in una dimensione onirica, verso quella vita da sogno a cui tuttə, ma ciascuno a proprio modo, aspiriamo. Al tempo stesso, Dream Life gioca con l’accostamento oppositivo: da un lato il sogno e, al suo fianco, in co-abitazione, la vita.

Marta, il sogno, la vita. È un album di opposti, Dream Life. Un album alieno. Perché?
Perché io sto bene solo negli spazi alieni. Ogni altra collocazione mi è impossibile. Mi piace immaginare Dream Life come un album fotografico: ogni fotografia ha, però, nel suo realismo qualcosa che non torna, qualcosa di strano, di straniante. Magari prospettive impossibili, proporzioni errate. Volevo che questa dimensione emergesse anche dalla cover.
Come l’hai scelta?
Il mio modello era il realismo magico di De Chirico, sono partita da lì, poi siamo finiti altrove, ma abbiamo lavorato selezionando molte cose di De Chirico che sentivo vicine.
È un album meno confortante, anche, e quasi pre-apocalittico.
Rispecchia molto quello che accade nel mondo. Viviamo in una distopia ed è impossibile non integrare quello che accade, quello a cui assistiamo, anche nei miei brani. Io non sono una cantautrice di stampo politico; di solito attingo dalla bellezza, ma Dream Life nasce dall’assenza di ispirazione poetica. È difficile essere ispirati mentre il mondo va come va. C’è uno sguardo concreto sulla realtà, ma l’attenzione al sogno mitiga molto questa prospettiva realistica.
Racconti la fine, ma non rinunci alla lievità, a una certa leggerezza, in questo Antarctica, il singolo di lancio, è emblematico.
Antarctica parla dell’impronta che lasciamo, dei nostri scarti. Nasce dal libro di Andri Snær Magnason, Il tempo e l’acqua, che romanticizza un contesto distopico. Su quel pezzo, ho creato anche una coreografia, l’ho reso più lieve.
In quel brano ti chiedi: «If what we leave behind is bigger than what we take forward How can I walk straight ahead?». Se ciò che ci lasciamo alle spalle è più grande di ciò che portiamo avanti, come posso camminare dritto?. Giro a te la domanda, come facciamo ad andare avanti?
La consapevolezza di base è che come artista non posso fare un granché, ed è avvilente. Negli anni, ho ridimensionato l’aspettativa che ho nei confronti dell’impatto del mio lavoro, anche se ora ha un impatto maggiore, che non voglio sottovalutare. Qualcosa che dici può sempre ispirare gli atteggiamenti in chi ascolta. Penso proprio ad Antarctica: magari qualcuno la ascolta e impara il balletto, altri invece la pompano in palestra, però, il messaggio nel frattempo arriva. Il mio pubblico non ha bisogno di un vate, ma non voglio sottovalutare l’importanza di quello che si dice, che si può fare, con la propria musica.
Dream Life è anche un album di paesaggi, concreti o immaginati. Dove è nato, di fronte a quali paesaggi?
Alcuni pezzi sono nati in Sicilia, in un paesino nella costa tra Messina e Catania, in una settimana di pioggia e tormente. Altri brani, invece, a casa. Spesso mi obbligo a passare ore davanti ai synth, davanti ai pedali. Nascono così i miei pezzi migliori. 20 Days of Summer è un pezzo vecchio, che è nato anni fa in Nepal. Some Days l’ho scritto in Belgio più di dieci anni fa, poi l’ho riscritta in studio. Neon Lights l’ho scritto un paio di anni fa, in un teatro a Bassano del Grappa.
Paesaggi e cielo, anche. Non so se te ne sei accorta, ma alzi sempre il tuo sguardo in questi brani: parli alla luna, al cielo, alle nuvole, guardi in alto. È escapismo? Un tentativo di fuggire dalla realtà spaventosa?
Io tendo sempre all’alto: mi immagino sempre con un palloncino tra le mani, che mi porta in alto. È un po’ la mia dimensione, quella.
Parliamo ancora di sogni: ne hai uno ricorrente?
Sogno spesso che qualcuno mi rincorre, che finisco in luoghi angusti e claustrofobici, in cui continuo a cadere, in cui non vedo. Oppure sogno di dover andare all’aeroporto e di essere in ritardo, di non aver fatto le valigie, di perdere le cose.
Solo incubi.
(Ridiamo, ndr). No, faccio anche sogni belli. Di recente ho sognato la mia prozia, morta anni fa. Nel sogno mi ha detto una cosa buffa. Mi sono svegliata ridendo. È nata così Dream Life, la canzone, in cui, infatti, canto: «I laughed so hard I woke up».

L’hai citata prima, Neon Lights. Brano incredibile, molto complesso. Com’è nato?
È il brano più difficile che io abbia mai scritto. È ispirato al periodo in cui Mata Hari si trasferisce a Parigi nel periodo della Belle Époque, quando vengono inventate le luci a neon. È un periodo di grande libertà: ha inizio lì la night life, la performance intesa in senso contemporaneo. Era un ambiente super elitario, ma comunque molto libero anche dal punto di vista estetico.
Anche musicalmente.
Il compositore emblema del periodo è Claude Debussy, famoso perché aveva utilizzato la scala esatonale, una scala con solo toni interi: con sei note dunque, invece di sette. Io l’ho usata per il ritornello, quasi come una filastrocca, sotto ci ho messo un ritmo regaetton. Sono partita da un ritornello, che poi ho trasformato in canzone lasciandomi ispirare dal Preludio del pomeriggio del fauno di Debussy, appunto. L’ho ascoltato moltissimo nella versione di Leonard Bernstein che dirige la Boston Symphonie Orchestra. È una composizione meravigliosa.
Correggimi se sbaglio, Neon Lights è un brano sull’identità. Una donna canta: «Creatures of the dusk / Come out of your hiding place / Times have changed, your flaws are gold». Creature del crepuscolo / Uscite dal vostro nascondiglio / I tempi sono cambiati, i vostri difetti sono oro.
Volevo fosse un inno queer. Lei era un po’ una mother, secondo me. Chiaramente, il contesto è diverso da quello delle houses degli anni Ottanta a New York. Però nel brano le ho dato voce. È lei che invita queste creature della notte a esprimersi per quello che sono, a uscire allo scoperto. Neon Lights celebra la differenza, l’imperfezione.
Dream Life: dieci canzoni, tutte molto diverse tra loro, anche musicalmente. Eppure c’è come una pelle, uno stesso suono, che le tiene insieme. Come volevi suonasse questo album?
Volevo avesse un suono compatto. Volevo mantenere eterogeneità, ma rincorrere anche la compattezza. È segno di maturità compositiva, secondo me. Cercare un suono compatto, però, non vuol dire ricoprire i brani di una patina uniformante, cosa che accade troppo spesso e che ha già appiattito la musica alternative degli ultimi quindici anni. Anche da ascoltatrice, cerco e riconosco album che hanno un appeal diverso.
Ce ne consigli qualcuno?
Saya di Saya Gray, Choke Enough di Oklou.
Con che formazione andrai live?
Saremo in quattro: io alla chitarra, un chitarrista-bassista, un batterista, un tastierista.
