Lo scorso 22 maggio la Consulta definiva “incostituzionale il divieto per la madre intenzionale di riconoscere come proprio il figlio nato in Italia da procreazione medicalmente assistita, legittimamente praticata all’estero”, con una sentenza storica che ha smontato anni di violenta campagna politica nei confronti delle famiglie omogenitoriali.
Nella giornata di ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso una sentenza che ha creato non poca confusione.
I giudici di Strasburgo hanno infatti precisato che l’Italia non ha violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo quando anni or sono annullò l’iscrizione anagrafica della madre intenzionale nell’atto di nascita di un figlio nato nel 2018 nel bellunese. All’epoca venne cancellata dal certificato di nascita la madre intenzionale, mantenendo solo quella biologica. Le due donne si opposero alla decisione, affidandosi prima al tribunale, poi alla Corte d’appello, alla Cassazione, e infine a Strasburgo.
Che ha ora sentenziato senza però smentire la Corte costituzionale. Molto semplicemente la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sottolineato come, all’epoca dei fatti, il Governo italiano potesse legittimamente negare l’iscrizione della madre intenzionale nell’atto di nascita del figlio. Ma non perché avesse ragione “nel merito”, bensì perché allora la legge italiana non lo consentiva ancora, come precisato da Famiglie Arcobaleno. All’epoca dei fatti la legge italiana non permetteva di registrare due madri nell’atto di nascita, come invece oggi è possibile grazie alla sentenza n. 68/2025 della Corte costituzionale che ha cambiato le carte in tavola, perché ora la doppia maternità è un diritto riconosciuto anche nel nostro ordinamento.
La CEDU ha inoltre ricordato come gli Stati non siano obbligati a inserire automaticamente i genitori d’intenzione nei certificati di nascita, purché offrano altre vie per riconoscere il rapporto familiare. Nel nostro caso ci si riferisce all’adozione in casi particolari, strumento imperfetto e discriminatorio perché non garantisce al bambino di avere entrambi i genitori riconosciuti fin dalla nascita, come poi rimarcato dalla Consulta.
Le reazioni alla sentenza CEDU
Nelle ultime 24 ore abbiamo quindi assistito ad un cortocircuito, perché c’è chi ha millantato un tackle da parte della CEDU nei confronti della nostra Corte Costituzionale.
Secondo Pro Vita & Famiglia “la Corte ha arginato la pericolosa deriva giudiziaria su un presunto “diritto al figlio” a ogni costo“, ma non è propriamente così.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha esplicitamente citato la sentenza della Consulta dello scorso maggio, spiegato come prima di quella sentenza la legge italiana non permettesse di indicare due madri nell’atto di nascita e riconosciuto che oggi tutto è cambiato grazie proprio a quella sentenza.
“Nessuna smentita e nessuna novità giuridica“, hanno sottolineato da Famiglie Arcobaleno. “Solo la conferma che “ieri no” ma “oggi sì”, grazie alla Corte Costituzionale italiana. E ironia della sorte, a invocare il diritto internazionale sono gli stessi che fino a ieri accusavano l’Europa di ingerenze”. “I diritti non fanno passi indietro“.
Critico nei confronti della Consulta Emanuele Bilotti, professore ordinario all’Università europea di Roma intercettato da AdnKronos. A suo dire la “sentenza della Corte di Strasburgo ci fa capire che la Corte costituzionale ha ritenuto di andare al di là del vincolo internazionale derivante dalla Convenzione europea dei diritti del’uomo perché la soluzione che ha adottato non è imposta dalla Convenzione. La soluzione di Strasburgo è a mio modo di vedere maggiormente condivisibile perché coerente con il divieto. Si tratta di una decisione molto importante, con precedenti conformi“.
Alexander Schuster, avvocato che da anni lavora al fianco delle famiglie omogenitoriali, ha parlato all’Ansa di una “sentenza che mostra una nuova sensibilità e attenzione verso il tema da parte della Corte europea rispetto, ad esempio, alla decisione molto più lapidaria che avevo ottenuto nel caso padovano di Valentina Bortolato a gennaio 2023. Certo, l’esito è negativo e si afferma che l’adozione è un rimedio idoneo”.
A rimettere le cose apposto Angelo Schillaci, Professore Associato di Diritto pubblico comparato alla “Sapienza” che ha ribadito come la sentenza Cedu chiarisca come, fino alla pubblicazione di tale sentenza, non fosse possibile formare atti di nascita con due madri nel nostro Paese. Non c’è stata violazione dei diritti delle persone ricorrenti perché molto semplicemente i fatti sono anteriori alla sentenza della Corte costituzionale dello scorso maggio. Ma oggi il quadro normativo è fortunatamente cambiato. “Insomma, nessuna smentita della Corte costituzionale; nessuna innovazione sul piano giuridico. Ma, come sempre, si insegue la notizia e, da alcuni (che non nominerò) ci si affretta ovviamente anche a strumentalizzarla. Ma il diritto – e in questo caso anche i diritti – hanno la testa dura“, ha concluso Schillaci.
