Il coraggio del coming out: esperienze in famiglia e dati sul lavoro, la situazione al 2025

L'11 ottobre si celebra il Coming Out Day 2025: testimonianze dei soci Agedo sulle sfide e le emozioni in famiglia, dati su discriminazione e inclusione sul lavoro in Italia e all’estero, e l’importanza di visibilità e supporto per ridurre lo stigma LGBTQ+.

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L’11 ottobre si celebra il National Coming Out Day, una giornata internazionale dedicata alla visibilità e all’autodeterminazione delle persone LGBTQIA+. In Italia e non solo, questo giorno assume un significato profondo, non solo per le persone che scelgono di dichiarare la propria identità, ma anche per le famiglie che le sostengono e per la società che continua a confrontarsi con temi di inclusione e discriminazione.

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Il coraggio del coming out in famiglia: le testimonianze di Agedo

Le esperienze condivise dai soci di Agedo, l’associazione che supporta i genitori e i familiari di persone LGBTQIA+, offrono uno spunto per comprendere le emozioni, le difficoltà e le opportunità legate al coming out.

Francesco Cresci, socio Agedo dal 2018, racconta l’esperienza del coming out del proprio figlio come un “grande atto di coraggio” che ha messo la sua famiglia di fronte a una scelta fondamentale: “stare al fianco di nostro figlio o dalla parte di qualcun altro”. La decisione di sostenere il figlio ha portato la famiglia a entrare in Agedo, dove ha trovato un ambiente di supporto e comprensione.

 

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Mirella Giuffré, attivista e volontaria Agedo, condivide la sua esperienza di madre che ha ricevuto il coming out della figlia circa venti anni fa. “La notizia arriva come uno tsunami che destabilizza l’armonia familiare creando spesso delle reazioni abbastanza negative“, afferma Mirella, sottolineando la difficoltà iniziale nell’accettare la nuova realtà.

Tuttavia, aggiunge: “L’amore incondizionato per loro aiuta a superare ogni ostacolo”, evidenziando come il tempo e l’apertura mentale possano trasformare la sorpresa in una nuova forma di unione familiare.

 

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Annamaria Fisichella, vicepresidente nazionale di Agedo e madre di un giovane ragazzo transgender, descrive il coming out come “una grande occasione per imparare, per aprire la mente e per diventare una famiglia più bella, più unita, più consapevole”. La sua testimonianza evidenzia come, nonostante le difficoltà iniziali, il percorso di accettazione possa portare a una crescita personale e familiare significativa: “Trasformare quella che in un primo momento è una bomba che è appunto il coming out del proprio figlio, in quella che poi diventa una bellissima rivelazione”.

 

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Il coming out sul lavoro: dati e sfide

Il luogo di lavoro rappresenta un contesto cruciale per la realizzazione e l’inclusione delle persone LGBTQIA+. Tuttavia, emergono dati che evidenziano le sfide ancora presenti in Italia.

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Secondo un’indagine condotta da ISTAT e UNAR, il 41,4% delle persone LGBTQ+ in Italia ritiene che la propria identità sessuale abbia rappresentato uno svantaggio nella carriera, nel riconoscimento professionale o nel salario, soprattutto tra i lavoratori del settore privato.

Un altro studio ha rilevato che il 23% delle persone LGBTQIA+ in Italia ha riportato esperienze di discriminazione sul lavoro, mentre il 32% ha vissuto almeno un episodio di molestia nell’arco di un anno. Inoltre, solo il 5,1% delle aziende italiane con almeno 50 dipendenti ha adottato misure per promuovere l’inclusione LGBTQIA+ sul posto di lavoro.

Nonostante le sfide, cresce il supporto alle politiche inclusive. Un sondaggio Ipsos LGBT+ Pride Report 2025 (che coinvolge 26 Paesi, tra cui l’Italia) ha mostrato un dato più che positivo – esteso anche all’ambito lavorativo – relativo all’Irlanda, dove il 49% è favorevole a programmi e politiche aziendali che supportano e celebrano i dipendenti LGBTQ+. Un dato che colloca l’Irlanda al 5° posto tra i 26 paesi esaminati in termini di sostegno a pratiche inclusive sul posto di lavoro e che si spera possa diventare un esempio concreto. 

Il coming out sul lavoro resta una sfida significativa anche negli Stati Uniti: secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 25% delle persone LGBTQ+ non ha mai rivelato la propria identità ai colleghi, e il 23% non l’ha mai fatto con i genitori o chi li ha cresciuti. Solo il 5% non ha dichiarato la propria omosessualità ad amici, mentre circa un terzo degli adulti bisessuali segnala che i genitori ignorano la loro bisessualità. Nel complesso, il 96% degli adulti LGBTQ+ ha fatto coming out con almeno una persona, con i giovani che tendono a dichiararsi prima. All’interno delle famiglie, sorelle e fratelli mostrano maggiore tolleranza rispetto ai genitori, mentre le persone transgender registrano livelli di accettazione più bassi.

I recenti dati evidenziano come, nonostante le sfide e l’omotransfobia ancora diffusa, visibilità e supporto restino strumenti fondamentali per abbattere pregiudizi e stigma. Come ricordano Rete Giovani, Rete Scuola di Arcigay, UDU e Rete Studenti Medi, “il coming out è una scelta, non un obbligo: ogni persona deve poterlo compiere in sicurezza e secondo i propri tempi, e va rispettata anche la decisione di chi sceglie di non farlo”.

 

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