Esistono già molte associazioni e realtà LGBTIAQ+ che oggi celebrano il Coming Out Day con le dovute raccomandazioni individuali: prendere coraggio con serenità, farlo soltanto se si è convinti e senza forzature, rispetto per chi non è ancora pronto. Eccetera. Tutto vero, tutto giusto. Ma esiste una dimensione pubblica del coming out che va oltre la legittima e preziosa autodeterminazione. È un patrimonio comunitario che, in questi anni di individualismo totalizzante, nei quali l’istinto aggregativo umano sembra aver lasciato il passo alla solitaria realizzazione del proprio io, è necessario riportare alla sua priorità essenziale. Lo dico da convinto liberale libertario: dobbiamo riconquistare la bellezza del gesto gratuito agito in nome del bene comune. E per una persona LGBTIAQ+ certamente il coming out è il primo passo, se compiuto fino in fondo, oltre i meri interessi individuali.
In quest’espoca cui le destre avanzano ovunque, il coming out non è più (solo) una scelta personale. È una scelta politica. È un gesto di coraggio e di responsabilità. Perché la visibilità non è vanità. È resistenza. È costruzione collettiva. È difesa attiva della libertà. E allora se siamo pronti a sbandierare la nostra vicinanza ai popoli soppressi, dobbiamo dirci chiaramente che lo stesso coraggio va agito su noi stessi, senza fare sconti e senza cedere a quella paura che è fantasma agitato dai nostri oppressori.
Essere visibili vuol dire diventare parte di qualcosa di più grande. Un oceano fatto di voci, corpi, vite vere. Ogni “io sono” è una goccia che si unisce alle altre per fronteggiare l’ondata reazionaria che ci vorrebbe di nuovo zitti, nascosti, marginali. E ogni goccia conta.
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Per questo oggi più che mai è necessario chiedersi non solo cosa è importante per me, ma anche cosa è importante per chi mi sta accanto. Per chi verrà dopo. Per chi è ancora solo. Perché la nostra identità non può vivere soltanto nelle bolle dei social, nelle cerchie ristrette degli intellettuali o nei circuiti sicuri del mondo artistico. La nostra verità serve fuori. Nel mondo reale. Là dove ancora si subisce discriminazione. Dove il silenzio è diventato una prigione.
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Ci sono artisti che hanno una voce pubblica, ma non trovano mai la forza di dire “io sono LGBT”. Ci sono persone comuni che vivono la propria condizione in modo velato, lasciando che siano gli altri a parlare per loro, o contro di loro. Ma oggi non basta più sperare che il mondo cambi. O delegare la battaglia. Serve che ognuno, secondo i propri tempi e possibilità, si chieda se può fare un passo avanti. Dire la verità. Farsi vedere.
Non si tratta di obblighi. Nessuno può forzare la vita di qualcun altro. Ma si tratta di consapevolezza. Di capire che, nel momento storico che stiamo vivendo, ogni voce visibile è un presidio di libertà. Ogni volto che si espone diventa un lumicino nel buio di ritorno. Un sostegno concreto all’Unione Europea, che prova ancora a difendere i diritti. Ogni coming out è un piccolo baluardo contro l’assalto alle democrazie liberali. Quelle stesse democrazie che ci permettono di andare in piazza – per ora – a gridare il nostro dissenso. Certo, il coming out resta soprattutto un atto di giustizia verso sé stessi. Un modo per dirsi: io sono. Ma tutto questo deve tornare a non essere solo mio. Deve tornare ad essere un dono di sé agli altri. Se vogliamo un oceano, dobbiamo iniziare da una goccia. Dalla nostra.
