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William Gale Gedney, chi era il fotografo delle vite queer prima di Stonewall – GALLERY

Prima dei Pride e della visibilità, le fotografie di William Gale Gedney raccontano affetto, intimità e quotidianità nella San Francisco queer degli anni Sessanta. Guarda la gallery.

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Foto di William Gale Gedney
4 min. di lettura

Prima che esistessero i Pride, prima delle marce di liberazione e della visibilità mediatica, le vite queer c’erano già. Amavano, desideravano, abitavano il mondo. A raccontarle, con uno sguardo silenzioso ma radicale, è stato William Gale Gedney, fotografo documentarista statunitense oggi considerato una figura chiave della storia della fotografia, ma rimasto a lungo ai margini durante la sua vita. Le sue immagini, soprattutto quelle scattate a San Francisco tra il 1966 e il 1967, sono oggi una testimonianza preziosa di un’esistenza queer pre-Stonewall raramente documentata.

Gedney non cercava lo scandalo né la provocazione. Il suo lavoro era fatto di osservazione, prossimità, tempo. E proprio per questo, oggi, appare straordinariamente politico.

Foto di William Gale Gedney

Chi era William Gale Gedney: un autore riscoperto troppo tardi

Nato il 29 ottobre 1932 a Greenville, nello Stato di New York, William Gedney si formò al Pratt Institute di Brooklyn, dove si laureò nel 1955 in graphic design. Iniziò la sua carriera lavorando per Condé Nast, ma presto scelse una strada più personale e meno commerciale, dedicandosi alla fotografia documentaria e di strada.

Durante la sua vita ottenne importanti riconoscimenti istituzionali – tra cui una fellowship Guggenheim (1966-1967), una borsa Fulbright per la fotografia in India (1969-1971) e finanziamenti del National Endowment for the Arts – ma rimase un autore schivo, quasi invisibile nel circuito mainstream. Espose in numerose mostre collettive, anche al MoMA, ma ebbe una sola personale mentre era in vita. Nessuno degli otto libri fotografici che progettò venne pubblicato prima della sua morte.

Gedney morì nel 1989, a 56 anni, per complicazioni legate all’AIDS. Solo dopo la sua scomparsa, grazie anche all’impegno dell’amico Lee Friedlander, la sua opera ha iniziato a essere davvero vista, studiata e riconosciuta.

San Francisco 1966-1967: prima della Summer of Love, prima di Stonewall

Il cuore queer dell’opera di Gedney si trova in una serie di fotografie scattate a San Francisco tra il 1966 e il 1967, durante un soggiorno di circa sei mesi reso possibile dalla fellowship Guggenheim. Gedney arrivò in città nell’ottobre del 1966 e visse in una casa collettiva chiamata “The Pad”, nel quartiere Haight-Ashbury, non lontano dalla casa dei Grateful Dead.

Sono mesi che precedono di poco la leggendaria Summer of Love, ma anche – ed è un dettaglio fondamentale – gli eventi di Stonewall del 1969 a New York e la sommossa di Compton’s Cafeteria del 1966 nel Tenderloin di San Francisco, uno dei primi atti di resistenza collettiva trans e queer della storia statunitense.

In questo contesto, Gedney fotografa uomini gay dichiarati in spazi pubblici e privati: parchi, feste, concerti all’aperto, case condivise. Le sue immagini mostrano corpi rilassati, gesti affettuosi, intimità vissute senza enfasi ma con una naturalezza disarmante.

Corpi, affetto, quotidianità: la radicalità della normalità

Una delle fotografie più note della serie ritrae due uomini a torso nudo in un parco – probabilmente il Golden Gate Park – con uno dei due disteso, la testa appoggiata sulle ginocchia dell’altro. In un’altra immagine, un uomo abbraccia un ragazzo più giovane durante quello che sembra un concerto all’aperto. In un’altra ancora, due uomini si baciano a una festa o forse nello spazio esterno di un locale.

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Non ci sono slogan, non c’è spettacolarizzazione. Ed è proprio questo il punto cruciale della sua arte. In un’epoca in cui l’omosessualità era ancora criminalizzata o fortemente stigmatizzata, Gedney restituisce una realtà fatta di normalità e quotidianità condivisa.

Nel loro insieme, queste fotografie sono vere e proprie testimonianze di una storia queer di San Francisco poco documentata, realizzate da un autore che ha sempre mantenuto un profilo riservato e che, nella sua vita, potrebbe non aver mai reso pubblica o dichiarata apertamente la propria identità.

Un’estetica dell’onestà

Gedney lavorava con grande rigore formale. Prediligeva fotocamere Hasselblad di medio formato, che gli permettevano un’elevata nitidezza e una ricca gamma tonale. La sua fotografia rifugge la messa in scena: è diretta, limpida, attentissima alla luce naturale e alla composizione.

Questa scelta estetica è anche etica. Gedney non vuole “interpretare” i suoi soggetti, ma lasciare che esistano davanti all’obiettivo. È una forma di rispetto profondo, che attraversa tutta la sua opera, dal Kentucky rurale alle strade di New York, fino alle immagini scattate in India.

Non a caso, parlando della serie di San Francisco, Gedney la definì “un tentativo di letteratura visiva, modellato sulla forma del romanzo”.

La raccolta delle sue fotografie

Nel 2021 Duke University Press ha pubblicato A Time of Youth: San Francisco 1966–1967, volume che raccoglie gran parte delle fotografie presenti nella gallery (il volume è acquistabile qui)* e che ha segnato una svolta nella ricezione critica dell’opera di Gedney. Aperture Magazine ha scritto che le immagini funzionano come “testimoni di un tempo precedente”, riferendosi ai mesi immediatamente precedenti alla Summer of Love.

E aggiungeva: “In questo senso, Gedney era artisticamente avanti rispetto al suo tempo tanto quanto i giovani drop-out e gli hippie arrivati alle soglie della controcultura”.

L’amicizia con John Cage

Tra le amicizie di Gedney figura anche il compositore queer John Cage. Un suo commento, riportato nei testi dedicati al fotografo, sembra racchiudere perfettamente l’ambiguità emotiva di queste immagini: “Sembrano fare cose felici con tristezza, o forse fanno cose tristi con felicità”.

È una frase che restituisce la complessità della vita queer prima della liberazione: la gioia e il rischio, l’amore e la paura, la libertà e la clandestinità.

Perché Gedney parla ancora a noi

Oggi, mentre la visibilità LGBTQIA+ è spesso data per scontata, le fotografie di William Gedney ricordano che nulla è stato inevitabile. Che prima dei Pride, prima dei diritti, prima delle parole, c’erano già corpi che si cercavano e si riconoscevano.

Guardare queste immagini non è solo un esercizio storico: è un atto politico. Significa riconoscere una genealogia queer fatta anche di silenzi, di gesti minimi, di vite vissute ai margini ma non per questo meno vere.

 

*le foto – molte contenute nel volume A Time of Youth: San Francisco 1966–1967 – sono state riproposte dalla pagina Facebook Ex Redattori LAMBDA.

© Riproduzione riservata.

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