Un pistacchio rosa e verde ribattezzato “pistacchio gay”. È quanto compare in una foto condivisa su Facebook dall’attore Luigi Tabita, accompagnata da parole che non lasciano spazio a fraintendimenti.
“Un pistacchio dal cuore rosa… e quindi Gay. Questo Paese continua ad arretrare. Ecco un grave esempio di quanto lavoro culturale ci sia ancora da fare”, scrive Tabita sul suo profilo ufficiale di Facebook.
Lo scatto sembrerebbe provenire da una gelateria catanese, come suggerisce l’hashtag #catania, e ha acceso in poche ore una riflessione molto più ampia del singolo episodio.
Non si tratta, però, di una voce qualunque. Tabita è anche direttore artistico del Giacinto Festival – Nature LGBT+ di Noto, una delle realtà culturali più attente al dialogo tra arte, diritti e inclusività nel Sud Italia.
Un ruolo, il suo, che rende la critica ancora più radicata e importante dato il suo percorso di sensibilizzazione e impegno costante per la comunità LGBTQIA+.

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“Pistacchio gay” in una gelateria: quando lo stereotipo passa (ancora) per il colore
L’associazione tra colore e orientamento sessuale non è solo vecchia, è anche profondamente sbagliata. Il rosa non è “gay”, così come l’azzurro non è “eterosessuale”. Eppure questo tipo di semplificazioni continua a riaffiorare, spesso condiviso come trovata “simpatica” (proprio come nel caso del “pistacchio gay”).
Il riferimento è immediato a uno degli stereotipi più radicati da quando abbiamo memoria: quello del fiocco azzurro per i maschietti e rosa per le femminucce. Un’abitudine che sembra innocua, ma che racconta ancora un modo rigido e binario di leggere identità, così come i corpi ed i loro desideri.
Non è una battuta, è proprio cultura che manca
Tra i commenti al post di Tabita, molti utenti hanno espresso sostegno e disagio. C’è chi parla di cattivo gusto e chi si chiede se sia il caso di scrivere direttamente alla gelateria:
“Luigi Tabita forse loro volevano fare una cosa carina, ma effettivamente è molto sgradevole di cattivo gusto. Io lo trovo addirittura paradossale. Ti sei interessato a scrivere a loro o dobbiamo farlo anche qualcuno di noi? dove gli devo scrivere?”
Il punto, però, va oltre il singolo cartello di una gelateria.
Nel 2026, continuare a usare l’orientamento sessuale come etichetta folkloristica o decorativa non fa sorridere. Segnala, piuttosto, quanto sia ancora necessario un lavoro culturale serio, che parta dal linguaggio e arrivi ai gesti quotidiani.
Anche a quelli che sembrano piccoli come “etichettare” un gusto di gelato.
