Luciano Cannito, noto coreografo, interviene pubblicamente per difendere il bambino di Ischia che ha deciso di lasciare la danza classica dopo aver subito bullismo dai compagni di scuola. Attraverso un video su Instagram ha lanciato un messaggio diretto ai giovani ballerini e a chi continua ad alimentare stereotipi di genere, tornando sul tema del bullismo contro i ragazzi che studiano danza.

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Luciano Cannito e il bullismo nella danza subito in prima persona
Il coreografo e regista teatrale noto al grande pubblico anche per la sua esperienza nel talent Amici di Maria De Filippi, ha deciso di rivolgersi ai ragazzi che studiano danza.
“Non ascoltate i cretini, ignoranti, patetici che vi prendono in giro dicendo che facendo il ballerino si diventa gay. Io me lo sono sentito dire tutta la mia vita”, ha dichiarato nel video pubblicato sui social.
Cannito ha raccontato di avere vissuto in prima persona episodi di bullismo legati alla scelta di dedicarsi alla danza. Commenti, insinuazioni, etichette: un’esperienza che, ha spiegato, lo ha accompagnato per anni. “Non ce la facciamo più”, ha aggiunto, riferendosi alla persistenza di stereotipi che associano automaticamente la danza maschile all’orientamento sessuale.
Il suo messaggio ai giovani è stato chiaro: non abbandonare ciò che si ama a causa della pressione esterna.
“Inseguite i vostri sogni e la libertà, la gioia di fare quello che voi amate fare e che vi cambia la vita”.
E ancora:
“Quelli che vi prendono in giro sono dei grandi sfigati. Siamo in un mondo di sfigati che attaccano le persone che realizzano i propri sogni. Viva la libertà di essere se stessi. Ragazzi che fate i ballerini, io ho fatto il ballerino come voi. Sono stato bullizzato come voi. Ho vinto. Ho fatto una carriera meravigliosa, ho fatto quello che mi pareva nella vita. Sono una persona realizzata, credete in voi”.
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Il caso di Ischia: il bambino che ha lasciato la danza classica

La vicenda che ha spinto Cannito a intervenire è stata raccontata dall’insegnante Barbara Castagliuolo. A Ischia, un bambino che frequentava corsi di danza classica, moderna e hip hop avrebbe chiesto di poter continuare soltanto con l’hip hop, spiegando di essere preso in giro dai compagni di classe per la sua passione per la danza classica.
Un episodio che non riguarda soltanto una scelta artistica, ma il peso sociale attribuito a determinate discipline quando praticate da ragazzi. La decisione di abbandonare la danza classica, in questo caso, appare come una conseguenza diretta della pressione e dello scherno subiti dai compagni.
È stata proprio l’insegnante a rendere pubblica la storia con un lungo sfogo sui social, rivolgendosi in particolare ai genitori:
“Assurdo! Febbraio 2026 e ci sono ancora adulti e bambini che prendono in giro i ragazzi che fanno danza! Cari genitori, state crescendo dei benemeriti omuncoli! Ma siete sempre in tempo per recuperare…sempre se lo volete! Non vi girate dall’altra parte. Ascoltate e correggete. Non fate orecchie da mercante! Creare sofferenza, qualsiasi essa sia, può degenerare in gesti estremi! Vi rendete conto o no? Poi dite che non lo sapevate”.
Nel suo intervento, l’insegnante sottolinea la responsabilità educativa delle famiglie e il rischio di sottovalutare dinamiche di bullismo che possono incidere profondamente sull’equilibrio emotivo dei minori.
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Danza maschile e stereotipi
Quanto accaduto a Ischia ha messo in luce gli stereotipi di genere legati alla danza. L’idea che la danza classica sia “da femmine” o che un ragazzo che balla debba necessariamente essere gay continua a circolare, soprattutto tra i più giovani, ma affonda le radici in una cultura che fatica a superare modelli rigidi di mascolinità.
L’insulto spesso utilizzato – “diventi gay” – non colpisce soltanto chi studia danza, ma utilizza l’orientamento sessuale come marchio negativo, trasformandolo in strumento di esclusione.
È un meccanismo che contribuisce ad alimentare un clima ostile e che si intreccia con il più ampio tema dell’omofobia interiorizzata e sociale.
Il messaggio finale di Cannito
Nel suo video, Luciano Cannito non si limita alla denuncia, ma propone una narrazione alternativa fondata sull’esperienza personale. Racconta di essere stato bullizzato e di avere comunque proseguito nel suo percorso fino a costruire una carriera riconosciuta nel mondo della danza e dello spettacolo.
“Ho vinto. Ho fatto una carriera meravigliosa, ho fatto quello che mi pareva nella vita. Sono una persona realizzata”, afferma, invitando i giovani ballerini a credere in sé stessi.
L’intervento del coreografo, nato dal caso del bambino di Ischia, riporta l’attenzione su un nodo culturale ancora irrisolto: il diritto dei bambini e degli adolescenti di coltivare le proprie passioni senza essere etichettati o derisi.
La danza, come ogni altra forma di espressione, non dovrebbe diventare terreno di esclusione. Non sono le passioni a dover essere messe in discussione, ma gli stereotipi che le circondano.
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