Dopo giorni di silenzio e un’esposizione mediatica senza precedenti, Alfonso Signorini sceglie di tornare a farsi sentire. Lo fa a modo suo, senza interviste né dichiarazioni estemporanee, ma attraverso un lungo editoriale pubblicato in apertura del nuovo numero di Chi Magazine, in edicola da mercoledì 7 gennaio.
Il direttore editoriale del settimanale non entra direttamente nel merito delle accuse che lo hanno travolto nelle ultime settimane, ma affida alle pagine della rivista una riflessione ampia e articolata sul senso del tacere oggi, in un contesto dominato da esposizione continua, giudizi immediati e processi sommari social.

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Alfonso Signorini: l’autosospensione da Mediaset dopo il caso Falsissimo
Come noto, Signorini si è autosospeso da Mediaset dopo lo scandalo nato in seguito alle accuse mosse da Antonio Medugno, esplose pubblicamente con la messa in onda di due puntate di Falsissimo, il format YouTube di Fabrizio Corona.
Una decisione forte, arrivata mentre la vicenda è ancora in fase di accertamento e che ha segnato uno stop forzato con l’emittente, almeno temporaneamente. Nonostante ciò, Signorini ha scelto di mantenere il suo ruolo di direttore editoriale di Chi, continuando a guidare il settimanale e firmando personalmente l’editoriale di apertura.
Un editoriale sul valore del silenzio nell’era del rumore
Il testo pubblicato su Chi appare come una riflessione filosofica e culturale sul concetto di silenzio, definito come un atto consapevole, quasi sovversivo, in una società che pretende risposte immediate e continue prese di posizione.
Un editoriale che, inevitabilmente, viene letto anche alla luce del momento personale e professionale che il giornalista sta attraversando.
Di seguito, l’editoriale di Alfonso Signorini riportato integralmente.
“Care lettrici, cari lettori, c’è stato un tempo in cui il silenzio faceva paura. Oggi fa scandalo. In una società dove tutti parlano, commentano, urlano, spiegano, si giustificano, si assolvono e si condannano in tempo reale, il silenzio è diventato un atto sovversivo. Quasi una provocazione.
Perché il silenzio, oggi, non è assenza: è una scelta. Viviamo immersi in un rumore continuo. Non solo acustico, ma mentale, emotivo, morale. Un flusso ininterrotto di parole che non chiedono ascolto, ma attenzione. Like, share, titoli acchiappa-click, dichiarazioni “rubate”, smentite gridate più delle accuse. Tutto deve essere detto, subito. Tutto deve essere commentato, anche ciò che non è stato capito. Anche ciò che, forse, non meriterebbe nemmeno una parola.
Eppure, in questo caos assordante, c’è qualcosa che spicca più di ogni grido: il silenzio. Quello vero. Non il silenzio dell’imbarazzo o della paura, ma il silenzio consapevole. Quello di chi sa che parlare non è sempre un dovere. E che tacere, a volte, è un gesto di lucidità, persino di eleganza morale. Il silenzio non è debolezza. È forza trattenuta. È il contrario della reazione istintiva, del commento di pancia, della frase buttata lì “perché qualcosa bisogna pur dire”.
Il silenzio è tempo che prende forma. È la capacità di fermarsi, di osservare, di capire se davvero vale la pena entrare nella mischia. E soprattutto: con chi.
Sì perché il silenzio è anche questo: una selezione naturale dei propri interlocutori. Parlare a tutti significa, spesso, non parlare a nessuno. Tacere, invece, è scegliere. Scegliere chi merita una risposta, chi un confronto, chi un dialogo vero. Tutti gli altri ricevono ciò che forse è più onesto: il nulla.
In un’epoca in cui la chiacchiera è diventata moneta corrente, il silenzio è tornato a essere un bene raro. Prezioso. Quasi lussuoso. È il lusso di chi non ha bisogno di spiegarsi sempre. Di chi non misura il proprio valore in decibel o in trending topic. Di chi sa che la verità non ha fretta, e soprattutto non ha bisogno di essere urlata per esistere.
C’è un equivoco diffuso: si crede che il silenzio nasconda. In realtà, spesso, rivela. Rivela sicurezza, consapevolezza, profondità. Rivela una cosa che oggi manca terribilmente: il senso del limite. Il limite tra ciò che è pubblico e ciò che è privato. Tra ciò che è opinabile e ciò che è sacro.
Tra ciò che è spettacolo e ciò che è vita. Il silenzio non è una questione di stile, anche se di stile ne ha moltissimo. È una questione di verità. Perché la verità, quella autentica, non ama il clamore. Non si presta ai titoli inventati, alle ricostruzioni fantasiose, ai processi sommari e improvvisati fatti a colpi di hashtag. La verità ha bisogno di tempo. E spesso di silenzio.
Forse dovremmo reimparare a tacere. Non per sparire, ma per esistere meglio. Non per rinunciare alla parola, ma per restituirle peso. Perché una parola detta dopo il silenzio vale doppio. Una frase pensata pesa più di cento dichiarazioni impulsive. E un silenzio scelto può fare molto più rumore di qualsiasi urlo.
In fondo, il vero atto rivoluzionario oggi non è parlare. È sapere quando e con chi farlo. Alla prossima!”.
In procura Alfonso Signorini respinge l’idea di un “sistema di favori” e parla di una «campagna diffamatoria» orchestrata da #Corona: «Una macchinazione per distruggermi». Su #Medugno: «È un soggetto particolare, credo cerchi pubblicità».
— Mefisto (@AndreaMefi4753) January 8, 2026
