Salvatore Cominale, per chi lə conosce davvero, è semplicemente Sasy. Poco più di vent’anni, originariə di Succivo, in provincia di Caserta, Sasy è una di quelle persone che non alzano mai la voce ma riescono comunque a farsi sentire.
Non per costruire un personaggio, ma perché ogni parola è scelta con cura, come se fosse un modo per avvicinarsi un po’ di più a se stessə.
Il grande pubblico ha imparato a conoscerlə grazie al ruolo di Mario Rescigno nella serie La preside, in onda su Rai 1, uno studente introverso, fragile, segnato dal bullismo e dal senso di esclusione.
Un personaggio che non ha bisogno di gesti eclatanti per lasciare il segno, ma che racconta qualcosa di profondo e urgente: il desiderio di essere visti per ciò che si è, senza dover chiedere il permesso.
In una lunga intervista rilasciata a Virgilio Notizie, Sasy Cominale ha raccontato non solo la propria carriera, ma soprattutto il percorso umano, identitario ed emotivo che l’ha portatə fino a oggi.
Una storia fatta di eyeliner messi di nascosto, bagni delle ragazze scelti per sentirsi al sicuro, paure, silenzi, ma anche amicizie, fiducia e tanta voglia di esprimersi.

In questo articolo
- 1 Sasy Cominale: “È un’emozione enorme”: il debutto importante in prima serata
- 2 Mario Rescigno e il tema della rappresentazione
- 3 Fiducia, non speranza: la parola chiave della serie
- 4 Bagni delle ragazze, eyeliner e protezione
- 5 Euphoria, Jules e la forza della rappresentazione
- 6 Bullismo, silenzi e sopravvivenza
- 7 La recitazione come vocazione
- 8 Essere non binari nel mondo dello spettacolo
- 9 “Non sono cisgender, ma non so definirmi”
- 10 I commenti d’odio e la forza di andare avanti
Sasy Cominale: “È un’emozione enorme”: il debutto importante in prima serata
Parlando de La preside, Sasy non nasconde l’impatto emotivo che ha avuto questo progetto:
“C’è davvero tanta emozione in questo momento, perché è un progetto che va avanti da moltissimo tempo, fin dalla fase dei provini. È stato un percorso lungo, e vederne oggi la realizzazione è un’emozione enorme. Faccio fatica a descriverla. Mi mancano le parole”.
Il personaggio di Mario Rescigno è arrivato dopo mesi di selezioni, studio e lavoro su se stessə. Un ruolo sentito, vissuto, attraversato con responsabilità:
“La prima cosa che ho pensato è stata: che fortuna. Ma insieme anche tanta ansia. Non negativa, ma quella che senti quando tieni davvero a qualcosa. Sapevo che alcune persone si sarebbero potute riconoscere in Mario, e sentivo il peso di dover raccontare la sua storia nel modo giusto”.
Mario Rescigno e il tema della rappresentazione
Il cuore della serie è proprio il percorso emotivo di Mario, che entra in scena solo dal terzo episodio. Una scelta narrativa non casuale:
“Mario si autoesclude, si tiene fuori, ma non per superficialità. È un modo per proteggersi. Un meccanismo di difesa che piano piano si scioglie, grazie alle relazioni e soprattutto grazie alla preside interpretata da Luisa Ranieri. La scuola, nella serie, non è solo un luogo di istruzione, ma un posto dove le persone si prendono cura l’una dell’altra”.
Sasy racconta di aver lavorato molto sulla psicologia del personaggio, scegliendo una strada fatta di sottrazione, di silenzi, di piccoli cambiamenti visibili solo a chi osserva davvero.
Fiducia, non speranza: la parola chiave della serie
Se dovesse scegliere una parola per descrivere il viaggio di Mario, Sasy non ha dubbi:
“Scelgo la fiducia. La fiducia in se stessə, prima di tutto. Quando sei in un momento difficile devi credere che il cambiamento sia possibile. Anche se vai piano, anche se hai paura. E poi c’è la fiducia che gli altri ripongono in te. Incontrare qualcuno che ti dice ‘io credo in te’ può cambiarti la vita”.
Nel caso di Mario, quella figura è la preside. Nella vita reale di Sasy, invece, sono stati soprattutto i genitori.
“I miei genitori, Miriam e Luigi, mi hanno sostenutə anche quando facevano fatica a capirmi. All’inizio non è stato semplice, ma col tempo hanno imparato a conoscermi davvero”.
Accanto a loro, un ruolo fondamentale lo hanno avuto due professoresse del liceo:
“Elena, di inglese, e Pina, di scienze. Ho capito troppo tardi di aver scelto l’indirizzo sbagliato, ma le loro lezioni erano momenti che aspettavo con piacere”.
Bagni delle ragazze, eyeliner e protezione
Sasy racconta senza filtri cosa significa crescere queer in un contesto scolastico tradizionale:
“Usavo il bagno delle ragazze. Avevo i capelli lunghi, mi truccavo, e sapevo che entrando in quello dei ragazzi avrei potuto trovare il classico bullo. Le mie amiche conoscevano la mia identità fluida e non si sono mai poste il problema”.
Il primo eyeliner arriva al liceo. Un gesto semplice, ma carico di significato:
“Una volta la preside mi disse: ‘Bei capelli. Bel trucco’. Avevo il terrore di essere giudicatə, invece mi sono sentitə vista. È stato un momento fondamentale”.
Non sempre però è stato facile. Uno degli episodi più forti riguarda uno smalto nero, prima di un matrimonio:
“I miei genitori non volevano che uscissi così. Dicevano che non era il momento adatto. Abbiamo discusso per quaranta minuti. Potevo toglierlo, evitare il conflitto. Ma avevo bisogno di capire chi fossi. Volevo esplorarmi”.
Un gesto piccolo, ma che racconta bene quanto spesso l’identità passi anche da dettagli apparentemente banali.
Euphoria, Jules e la forza della rappresentazione
Come moltə adolescenti queer, Sasy ha trovato nelle serie tv un rifugio e un modello:
“Euphoria è stata fondamentale per me. Mi sono ritrovata tantissimo nel personaggio di Jules, interpretato da Hunter Schafer. Mi ha dato la forza di provarci. Mi sono tintə i capelli di rosa per essere come lei”.
Un esempio concreto di quanto la rappresentazione possa incidere sulla vita reale.
Bullismo, silenzi e sopravvivenza
Alla domanda sul bullismo, Sasy risponde con una sincerità disarmante:
“Sì, l’ho vissuto. E non reagivo. Abbassavo la testa e andavo via. Per paura. Non sai mai chi hai davanti. L’importante era tornare a casa sanə e salvə”.
Una strategia di difesa che lascia però delle ferite:
“Dentro resta una rabbia. Tante volte avrei voluto rispondere. Ma pensavo: il mondo fa schifo, ma non è colpa mia. Sto solo cercando di sopravvivere”.
La recitazione come vocazione
La passione per la recitazione nasce presto:
“Da piccolə montavo video con After Effects, ricreavo scene delle serie che amavo. Volevo riviverle”.
Dopo il liceo arrivano le prime comparse, poi la scuola Cinema Fiction, tre anni di formazione e, infine, il ruolo in Imma Tataranni e quello in La preside:
“Il terzo anno l’ho frequentato poco perché ero via per le riprese. Ma è stato un percorso fondamentale anche a livello personale”.
Sul set de La preside, Sasy racconta un clima completamente diverso da quello che si potrebbe immaginare:
“Nessuna rivalità. Solo voglia di raccontare bene i personaggi. Ci confrontavamo, parlavamo delle nostre esperienze, delle nostre difficoltà. È stata la classe che non ho mai avuto a scuola”.
Essere non binari nel mondo dello spettacolo
“Pensavo che non mi avrebbero mai dato ruoli, né femminili né maschili. Avevo paura di restare sempre nel mezzo”.
E invece qualcosa sta cambiando:
“Il cinema evolve. Iniziano ad arrivare storie anche per persone non binarie, transgender, neurodivergenti. È una speranza enorme”.
Sasy, inoltre, difende il servizio pubblico.
“Si dice spesso che la Rai sia conservatrice, ma con Un professore, Imma Tataranni, La preside sta facendo passi avanti importanti. Dare voce ai giovani e a chi non è rappresentato è una scelta coraggiosa”.
“Non sono cisgender, ma non so definirmi”
Alla fine, la domanda più difficile è sempre la stessa: chi sei?
“So che mi chiamo Salvatore. So che non sono una persona cisgender. Ma oltre questo non ho una definizione precisa. Mi identifico come queer perché è un termine aperto. Sto vivendo, mi sto scoprendo. E va bene così”.
I commenti d’odio e la forza di andare avanti
Sasy ha già letto commenti negativi sul proprio personaggio:
“Qualcuno ha scritto: ‘Ormai la Rai deve inserire neri e gay’. Ma non mi tocca più. Quelle critiche parlano di chi le scrive, non di noi.
Sogno di vivere facendo ciò che amo: raccontare storie per chi si sente invisibile. Come mi sentivo io. Voglio dire: esistiamo, abbiamo una voce. E ce la faremo”.
Una voce che oggi, grazie a La preside, arriva a milioni di persone. E che, senza bisogno di definizioni rigide, sta già facendo la differenza.
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