Il caso Corona-Signorini è diventato il caso Corona-Mediaset. Ha risvolti inevitabilmente politici. Da una parte, secondo alcune letture e teorie oscure, circola il serpeggiante sospetto che i movimenti di Corona possano avere una copertura e un mandante. Dall’altra il caso, declassificato all’inizio come mero gossip da una certa stampa moralista, sta diventando un banco di prova per il rapporto tra diritto di cronaca, libertà di espressione e web reputation.
Qualche giorno fa il Tribunale civile di Milano aveva accolto il ricorso di Alfonso Signorini e disposto un provvedimento urgente che vieta a Fabrizio Corona di pubblicare nuovi contenuti del suo format “Falsissimo” sul caso, e ordina la rimozione dei contenuti già diffusi online che riguardano Signorini, con obbligo di cancellare testi, video e audio dai suoi canali e dai provider, e con sanzioni previste in caso di violazione. Corona non si è tuttavia fermato, pubblicando lunedì sera 26 gennaio un video esplosivo, ma anche molto problematico dal punto di vista legale ed etico.
Ieri sera Mediaset ha diffuso un comunicato in cui respinge con fermezza i contenuti diffusi online, definendoli falsità gravi, insinuazioni e accuse prive di fondamento, estranee al giornalismo e al diritto di cronaca. L’azienda denuncia una campagna di odio e diffamazione che lede la reputazione della società e delle persone coinvolte, coinvolgendo anche le loro famiglie, e ribadisce l’impegno a tutelarsi in ogni sede contro l’abuso della libertà di espressione.
Al netto di complottismi, letture politiche (tra le quale la possibile discesa in campo dei Berlusconi per rendere Forza Italia più moderata, liberale e centrista, che si unisce alla ventilata candidatura dello stesso Fabrizio Corona alle politiche dl 2027) e processi mediatici, la disposizione del Tribunale di Milano ha lasciato molti dubbi. Persino Marco Travaglio, da trent’anni paladino della magistratura, si è detto dubbioso sul provvedimento.
Ne abbiamo parlato con Gianluca Martone, esperto di web reputation, per analizzare implicazioni e rischi di una censura preventiva nell’ecosistema mediatico contemporaneo.
Gay.it > La vicenda che coinvolge Fabrizio Corona e Alfonso Signorini ha aperto un dibattito molto acceso. Dal tuo punto di vista, siamo di fronte a un problema di informazione, di comunicazione o di reputazione?
Gianluca Martone: La vicenda Corona-Signorini riguarda pienamente il mondo dell’informazione e della comunicazione. La domanda di fondo è: se un giornalista è in possesso di notizie che riguardano un’ipotesi di reato o comportamenti che contraddicono la morale professata da un soggetto pubblico, deve rinunciare a pubblicarle perché queste possono danneggiarne la reputazione? Se accettassimo questa logica, verrebbe meno il diritto di cronaca.
Gay.it > Molti sostengono che pubblicare accuse o rivelazioni non accertate danneggi irreparabilmente la reputazione delle persone coinvolte. È un argomento fondato?
Gianluca Martone: I settimanali di gossip sono pieni di casi di presunte “corna”, che certamente incidono sulla reputazione dei soggetti coinvolti. Eppure nessuno pensa di chiuderli per questo. Se si dovessero pubblicare solo notizie giudiziarie a sentenza definitiva, il diritto di cronaca e la libertà di espressione sarebbero completamente svuotati.
Gay.it > Anche ammesso che le dichiarazioni di Corona siano diffamatorie, quali sono i passaggi corretti secondo il diritto?
Gianluca Martone: Mettiamo pure che le dichiarazioni siano diffamatorie e che la diffamazione venga accertata da un tribunale: solo dopo dovrebbe esserci un risarcimento, non in maniera preventiva. La tutela avviene a valle, non attraverso una censura preventiva dei contenuti.
Gay.it > In che modo questa vicenda diventa anche un caso di web reputation?
Gianluca Martone: Lo diventa nel momento in cui Signorini denuncia Google per non aver rimosso i contenuti che lo riguardano e Mediaset chiede a Meta di eliminare gli account di Fabrizio Corona. Tuttavia, i contenuti sono tuttora visibili ed è giusto che lo siano.
Gay.it > Perché, secondo te, i contenuti non dovrebbero essere rimossi?
Gianluca Martone: Le motivazioni sono due. La prima è che si tratta di un fatto di cronaca: l’articolo 21 della Costituzione tutela il diritto all’informazione e riconosce all’opinione pubblica il diritto, e il tempo, di essere informata. La seconda è che Alfonso Signorini è un personaggio pubblico con un ruolo di pubblico interesse, in quanto direttore editoriale di Chi. Questo gli impedisce di accedere al diritto all’oblio, cioè di far sparire le tracce di questa vicenda dai motori di ricerca.
Gay.it > Quindi, realisticamente, cosa succederà a questi contenuti?
Gianluca Martone: Per questi motivi i contenuti continueranno a essere presenti in rete. E paradossalmente il tentativo di censura produrrà l’effetto opposto: aumenterà la sete di conoscenza, facendo apparire Corona come una vittima.
Gay.it > Che ruolo gioca oggi il sistema dei media e dei social in casi come questo?
Gianluca Martone: Il sistema dei media è ormai incontrollabile. Saranno decine e decine gli influencer e i creator che rilanceranno la notizia in cerca di visibilità. L’effetto censura produrrà un risultato simile a quello di cui beneficiò Grillo agli inizi del Movimento 5 Stelle.
Gay.it > Arrivi a parlare di un “nuovo editto bulgaro”. Quando nel 2002 l’allora premier Silvio Berlusconi da Sofia denunciò quello che, a suo dire, era stato un «uso criminoso» della TV pubblica da parte dei giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro e dal comico Daniele Luttazzi. Ci dicevi che secondo te anche oggi possiamo parlare di qualcosa di simile?
Gianluca Martone: Ci troviamo davanti a un nuovo editto bulgaro: i mandanti restano gli stessi, ma cambiano le tecnologie. Non si zittisce più con i palinsesti, ma con le piattaforme e con le richieste di rimozione.
Gay.it > Ultima domanda, forse la più scomoda: se le stesse informazioni in possesso di Corona fossero state pubblicate da un quotidiano, cosa sarebbe successo?
Gianluca Martone: È esattamente questo il punto. Se quelle informazioni le avesse pubblicate un quotidiano, oggi staremmo parlando di diritto di cronaca, non di censura preventiva. Ed è una domanda che chiama in causa tutto il sistema dell’informazione, non solo questo singolo caso.
Forse il vero scandalo non è Corona, né Signorini, né Mediaset. È il rumore di fondo che copre tutto: un Paese in cui le istituzioni balbettano, il potere esecutivo, investito dal “popolo della Nazione”, tenta di piegarle a pulsioni autoritarie, e la politica rinuncia a essere strumento di giustizia sociale per ridursi a mera tattica di sopravvivenza. La convivenza civile si sfilaccia sotto il peso di una sfiducia diffusa, che permea ogni livello dei rapporti. La censura, reale o percepita, non ricuce nulla: amplifica il caos. In questo vuoto, la credibilità evapora, i processi democratici si incrinano e la realtà diventa una prateria di potere, piegata alla legge del più forte. La notizia, che ci tocca sottolineare nella sua evidenza, è che tra Corona e Mediaset, non è detto che sia quest’ultima la più forte. Ma ci tocca anche ricordare che abbiamo già assistito alla parabola di presunti eroi del popolo che vorrebbero aprire sistemi e istituzioni come scatole di sardine.
