Nel parlato contemporaneo “ricc**one” (variante napoletana “recchione”) è un termine volgare e dispregiativo rivolto a uomini gay, spesso con un sottinteso stereotipato legato all’effeminatezza o alla presunta “passività”. È una parola che appartiene al lessico dell’omofobia e che, come tale, va maneggiata con attenzione quando la si analizza sul piano storico e linguistico.
Le principali fonti lessicografiche italiane registrano la voce come meridionale, in particolare napoletana, e ne evidenziano il carattere offensivo. La Treccani definisce recchióne una voce napoletana volgare riferita all’“omosessuale maschile” e precisa che l’etimologia è incerta. Ma qual è la vera origine di questa parola?

In questo articolo
- 1 Napoli nel Seicento: porto, impero e circolazione di parole
- 2 L’ipotesi “orejones”: chi erano davvero
- 3 Segnali segreti e altre ipotesi sull’origine
- 4 Cosa dicono davvero i dizionari
- 5 Tra folklore linguistico e paraetimologia
- 6 Dal significato all’uso: come nasce un insulto
- 7 Cosa sappiamo e cosa resta incerto
- 8 Capire le parole per capire la società
Napoli nel Seicento: porto, impero e circolazione di parole
Per comprendere le possibili radici del termine è necessario collocarsi nel contesto del Viceregno spagnolo (1503–1707). Nel Seicento Napoli è una delle città più popolose d’Europa e uno snodo fondamentale del Mediterraneo: un porto attraversato da soldati, mercanti, funzionari e marinai provenienti da tutto l’impero spagnolo.
Il dialetto napoletano si consolida proprio in questa stratificazione di influenze. La presenza spagnola lascia tracce nel lessico, nell’amministrazione e nella cultura urbana. È noto che molte parole napoletane abbiano assorbito influssi iberici, anche se non ogni somiglianza fonetica implica automaticamente una derivazione diretta.
In un ambiente così permeabile, è plausibile che termini spagnoli abbiano potuto circolare e trasformarsi nel parlato locale. Ma plausibile non significa dimostrato.
@gay.it “Ricc**one”, una parola che molti usano come insulto. Ma da dove viene davvero? Nel nuovo episodio di “Una parola, una storia”, con @Valerio Calcagni di Gay.it, scopriamo l’origine di uno dei termini più usati per colpire le persone #LGBTQIA+. Tra marinai, orecchie, segnali in codice e storie molto più disturbanti di quanto immaginiamo, l’etimologia racconta qualcosa di preciso: certe parole non nascono per descrivere, ma per controllare e umiliare. E forse la cosa più interessante è un’altra. Ancora oggi quella parola compare sotto i commenti e questo dice molto di più su chi la scrive che su chi la riceve. #gayit ♬ audio originale – GAY.IT
L’ipotesi “orejones”: chi erano davvero
Una delle teorie più diffuse collega “ricc**one” alla parola spagnola orejón (plurale orejones), letteralmente “orecchione”. Durante la colonizzazione delle Ande, gli spagnoli chiamavano così alcuni nobili dell’Impero Inca che portavano grandi ornamenti auricolari e avevano i lobi dilatati, segno distintivo del loro rango.
La Real Academia Española registra orejón anche con riferimento storico agli antichi indigeni peruviani “a quienes se perforaban y ensanchaban las orejas” (“ai quali venivano perforate e allargate le orecchie”).
Il termine ha dunque una base reale nel contesto coloniale spagnolo. Da qui nasce la suggestione: attraverso i racconti dei conquistadores e dei militari, orejones sarebbe arrivato nei porti europei, Napoli compresa, trasformandosi nel tempo in “’o ricc**one”.
Tuttavia, questa ricostruzione, per quanto affascinante, non è attestata in modo documentario nei principali dizionari italiani come etimologia ufficiale.
Segnali segreti e altre ipotesi sull’origine
Oltre alla possibile connessione con lo spagnolo orejón, nel tempo sono circolate anche altre spiegazioni popolari sull’origine di “ricc**one”. Alcune raccontano che, nel Sud Italia, toccarsi l’orecchio potesse essere un segnale discreto tra uomini omosessuali per indicare interesse o disponibilità, in un’epoca in cui l’omosessualità era fortemente stigmatizzata e comunicare apertamente poteva essere rischioso.
Un’altra ipotesi, ancora più controversa, collega il termine al veneziano reción. In alcune ricostruzioni questo vocabolo indicherebbe lo schiavo sessuale nelle carceri, costretto a subire rapporti con altri detenuti e riconoscibile da un segno o da un oggetto portato all’orecchio. Anche in questo caso si tratta di una spiegazione non documentata nei principali studi linguistici.
Come spesso accade con parole nate nel parlato popolare, tra etimologia e racconto folklorico il confine resta difficile da tracciare.
Cosa dicono davvero i dizionari
Le fonti lessicografiche italiane sono prudenti. La Treccani parla esplicitamente di etimologia incerta. Anche altri dizionari, come Garzanti Linguistica, si limitano a registrare il significato e l’uso volgare del termine senza certificare un’origine spagnolo-andina.
In linguistica, quando un’etimologia è definita “incerta”, significa che mancano prove documentarie sufficienti a ricostruire con sicurezza il percorso storico-fonetico della parola: attestazioni scritte antiche, passaggi intermedi, evoluzioni coerenti.
In altre parole, il presunto collegamento tra orejones e “ricc**one” circola da anni, ma non è riconosciuto come etimologia accertata.
Tra folklore linguistico e paraetimologia
Quando l’origine di una parola è opaca, proliferano spiegazioni popolari. È il fenomeno della paraetimologia: una ricostruzione convincente sul piano narrativo, ma non supportata da dati linguistici solidi.
Nel caso di “ricc**one”, oltre alla pista spagnola, esistono altre teorie che lo collegano a parole dialettali legate a “recchia” (dal napoletano “orecchia”) o a usi gergali ormai difficili da documentare. Il fatto stesso che convivano più spiegazioni concorrenti è un indizio della mancanza di un’origine certa.
Dal significato all’uso: come nasce un insulto
Al di là dell’origine precisa, è evidente che il termine si consolida come insulto in un contesto sociale in cui l’omosessualità è stigmatizzata. Le parole non nascono offensive: lo diventano quando vengono caricate di significati negativi e usate per marcare una differenza come inferiorità.
Riflessioni di questo tipo si ritrovano anche negli interventi dell’Accademia della Crusca, che ricorda come le parole non siano mai neutre: il lessico riflette i cambiamenti della società, i valori dominanti e persino i rapporti di forza che attraversano una comunità.
Nel tempo, alcuni termini offensivi vengono riappropriati o rifiutati dalla stessa comunità a cui erano rivolti. Nel caso di “ricc**one”, la parola resta prevalentemente connotata in senso dispregiativo, anche quando usata in chiave ironica o autoironica.
Cosa sappiamo e cosa resta incerto
Alcuni punti sono chiari: si tratta di una voce meridionale, in particolare napoletana, registrata come volgare e offensiva nei dizionari, la cui etimologia è classificata come incerta. È inoltre documentata in spagnolo la parola orejón, che significa “orecchione” e che in epoca coloniale indicava anche nobili andini con lobi auricolari dilatati.
Quello che non possiamo affermare con certezza è che esista un passaggio documentato e diretto da orejones a “ricc**one”, né che la trasformazione fonetica sia attestata in testi antichi napoletani. In assenza di prove storiche solide, il collegamento resta una suggestione affascinante, non una ricostruzione etimologica consolidata.
Capire le parole per capire la società
Ricostruire la storia di una parola come “ricc**one” non è un esercizio accademico sterile. Significa interrogarsi su come nasce e si diffonde il linguaggio dell’esclusione. Significa anche distinguere tra racconto popolare e dato storico, evitando di trasformare un’ipotesi in certezza.
Oggi, mentre il dibattito pubblico corre sui social e le spiegazioni semplici diventano virali in poche ore, fare informazione significa anche questo: non fermarsi alla storia che funziona, ma verificare le fonti.


