G., la donna trans fermata a Doha racconta a Gay.it le umiliazioni subite: le gridavano “Hai il ca**o”- INTERVISTA

Fermata a Doha e rimpatriata dopo 17 ore. “Before, che cosa c’avevi sotto? Te lo sei tagliato? Che cosa avevi sotto prima? Che cosa eri prima? Dicci che cosa eri”. G. dice di aver risposto: “Io sono una donna, io non ho niente sotto, non ho il pene”.

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G. nella foto qualche tempo fa insieme a Vladimir Luxuria.
G. nella foto qualche tempo fa insieme a Vladimir Luxuria.
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È tornata in Italia “scioccata” e con la paura nelle vene. Oggi è “terrorizzata anche a prendere un volo”. Dopo l’intervista ad Asia Cione di Associazione Libellula, Gay.it ha raccolto anche la testimonianza diretta di G., la donna italiana trans fermata dieci giorni fa all’aeroporto internazionale di Doha, in Qatar, trattenuta per circa 17 ore e infine rimpatriata senza che le venisse consegnata una motivazione formale del provvedimento.

Nel suo racconto ci sono la partenza senza timori, i farmaci con le certificazioni, poi il fermo in dogana a Doha tra telefoni sottratti e ore di attesa tra risate e umiliazioni, l’intervento dell’Ambasciata e le domande sull’identità di genere, fino al rimpatrio. A Fiumicino le chiedono un documento sul fermo: “Io non ho nulla”, ripete.

G., la donna trans fermata a Doha racconta a Gay.it le umiliazioni subite: le gridavano "Hai il ca**o"- INTERVISTA - aeroporto - Gay.it

Lo stato d’animo dopo il rientro: parla G., la donna trans fermata a Doha

Quando la sentiamo, G. dice di essere in una fase di lenta ripresa. “Oggi sto un pochino meglio”, racconta, spiegando che ha provato a rimettere in moto le sue abitudini: “Ho ricominciato ad andare in palestra… sto reagendo. Fino alla settimana scorsa ero bloccata”.

Parla di ciò che ora le sta fornendo un supporto concreto: “La psicologa e i cani mi stanno aiutando molto”

La ferita, però, resta aperta. G. dice di essere “arrabbiata” e di portarsi dietro un senso di colpa: “Sono sempre arrabbiata con me stessa”. Nel corso dell’intervista torna più volte sul sentimento di paura, spiegando di essersi sentita profondamente spaventata e di vivere ancora oggi con l’ansia all’idea di prendere un aereo o la metro.

La vacanza organizzata e l’errore di valutazione: “Pensavo fosse un Paese tranquillo”

G. nella foto qualche tempo fa insieme a Vladimir Luxuria.
G. nella foto qualche tempo fa insieme a Vladimir Luxuria.

Il viaggio nasce a gennaio. G. rivela: “Decidiamo a gennaio intorno al 12 di prenotare una vacanza con un mio amico, lui già doveva andare nel Qatar a Doha”. L’amico doveva già partire e le propone di unirsi a lui: “Mi chiede ‘Vorresti venire con me?’”. 

G. decide di unirsi, anche perché aveva già viaggiato nella regione senza problemi. Spiega: “A Dubai ci sono stata. Sarebbe una bella esperienza venire, perché no?”. Quell’esperienza precedente contribuisce a farle abbassare la soglia di attenzione. Oggi lo dice con consapevolezza: “Non ho avuto l’accortezza di controllare, non mi sono minimamente preoccupata perché pensavo fosse un paese tranquillo, tra virgolette”.

Nei giorni immediatamente precedenti alla partenza per Doha, aveva fatto anche un altro viaggio all’estero. Un’esperienza recente e serena che aveva ulteriormente rafforzato la convinzione di poter partire senza timori: “Una settimana, 15 giorni prima, sono stata a Istanbul. Ho passato 4 giorni in maniera tranquilla, una vacanza con un’altra mia amica trans. Tutto a posto, sono stata benissimo”.

Un precedente positivo che, nel suo racconto, spiega perché non abbia percepito alcun rischio prima di salire su quel volo diretto in Qatar.

Farmaci, prescrizioni e blister: cosa aveva in valigia

G. spiega di essersi preoccupata soprattutto dei farmaci “più sensibili”, preparando certificazioni e prescrizioni. Dice di assumere, tra gli altri, Rivotril e Gabapentin, “prescritti dalla mia dottoressa”, terapia ormonale con Sandrena “prescritta dal mio endocrinologo”.

Sottolinea un dettaglio pratico che, nella sua ricostruzione, diventa poi un punto contestato: mentre un farmaco era “nella scatola originale”, altri medicinali erano in blister senza confezione “per comodità”. Nella busta aveva anche integratori naturali (spirulina, collagene, prodotti per capelli) e alcuni farmaci d’uso comune da viaggio (antidolorifici, antistaminici, pomate).

Arriva a Doha nel pomeriggio, passa il primo controllo del passaporto, poi viene fermata prima dell’uscita: “Mi ferma la dogana e mi dice ‘Signora, venga con noi’”.

Il fermo alla dogana: “Mi hanno sequestrato gli ormoni e non mi vogliono rilasciare”

Da quel momento, stando al suo racconto, inizia una lunga sequenza di controlli. Le viene chiesto di aprire la valigia, il personale esamina i farmaci “uno alla volta” e chiede i certificati. G. dice di avere documentazione, anche se alcune delle carte non erano aggiornate: “Il 2024 erano gli ultimi certificati che avevo”.

In quei minuti prova ad avvisare l’amico che l’attendeva fuori e gli scrive che è nei guai: “Mi hanno bloccata”. Aggiunge un passaggio citato anche nel racconto di Associazione Libellula: “Mi hanno sequestrato gli ormoni e non mi vogliono rilasciare”.

Poco dopo, dice, le viene tolto il telefono: “La poliziotta mi prende il telefono, lo spegne e me lo sottrae, tutti e due i telefoni”.

“Come un animale”: attesa, risate e umiliazioni per la richiesta di andare in bagno

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La cittadina italiana descrive ore di attesa senza informazioni: “Mi sequestrano tutti i farmaci, i telefoni e mi lasciano lì da sola con la mia borsa e la valigia aperta fino alle 19:00, forse 20:00, non ricordo nulla perché non avevo più il telefono. Come un animale”.

Ricorda anche episodi di derisione quando chiede bisogni basilari, come andare in bagno o bere: “Iniziavano le risatine”, “ridevano sempre in faccia”, “si buttavano una addosso all’altra responsabilità ridendomi in faccia”. Sul bagno, riferisce frasi e dubbi esplicitati dagli agenti su quale toilette farle usare, accompagnandola la prima volta con una poliziotta.

In un altro passaggio, descrive di essere stata condotta da agenti uomini “come un clandestino”, dicendo di essersi sentita esposta e senza controllo della situazione.

L’Ambasciata italiana e i telefoni: “Non dovevo fare né video né parlare”

A un certo punto G. riesce a contattare la famiglia. La madre, dice, chiede subito i dati del volo e del passaporto. Attraverso il fratello e un contatto familiare, riceve la promessa che l’Ambasciata italiana sarà coinvolta. Ma i telefoni restano sotto il controllo delle autorità locali. G. spiega: “Anche se avessi avvisato mia madre, hanno rivoluto il telefono, non dovevo fare né video né parlare”.

Quando riesce temporaneamente a riavere il cellulare e sente le chiamate in arrivo, prova a far valere l’intervento diplomatico: “Guardi che è l’ambasciata, è l’ambasciata, dovete rilasciarmi. Vogliono parlare con voi”.

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Cita poi una telefonata notturna con una funzionaria consolare, che per lei rappresenta un punto di appoggio in quelle ore: “G., io sono con te, stai tranquilla, non ti lascio tutta la notte, stai con me”. Un passaggio che, nel suo racconto, segna uno dei pochi momenti in cui non si sente completamente abbandonata.

Le domande sull’identità di genere e le foto: “Mi hanno umiliata”

È la parte più delicata del racconto. G. descrive un passaggio in cui – a suo dire – il fermo si trasforma in qualcosa di profondamente invasivo. Racconta che, dopo ore di trattenimento, viene chiusa in una stanza e sottoposta a domande insistenti sulla sua identità.

Riferisce che le viene chiesto ripetutamente: “Before, che cosa c’avevi sotto? Te lo sei tagliato? Che cosa avevi sotto prima? Che cosa eri prima? Dicci che cosa eri”. G. dice di aver risposto: “Io sono una donna, io non ho niente sotto, non ho il pene”.

Le sarebbe stato poi ordinato di togliersi la parte superiore dei vestiti: “Togliti la canotta”. E descrive la scena in questi termini: “Mi fanno la foto a petto nudo”. Dice di aver provato a coprirsi: “Io mi nascondevo… e poi dicevano ‘Togli le mani, togli le mani, vogliamo vedere’”.

Nel suo racconto emergono frasi ripetute più volte: “Tu c’hai il ca**o! Tu c’hai il ca**o!”. Da quel momento G. ammette di essere piombata nel panico e svela di essersi sentita trattata in modo disumanizzante: “Mi trattavano come una bestia… perché io per loro ero una bestia”. 

Racconta di essere stata sottoposta anche a procedure di identificazione: “Mi prendono le impronte digitali, mi fanno fare le foto a petto nudo a destra e sinistra”. Nel corso delle ore, dice, le viene chiesto più volte: “Che cosa sei? Che cosa sei tu? Before, che cosa sei?”.

In un altro passaggio riferisce l’intervento di un medico che le avrebbe posto domande sulla terapia ormonale: “Tu sei una shemale? Sei una female? Tu sei una trans? Cosa sei tu?”. A quel punto avrebbe provato a rispondere cercando di proteggersi: “Guardi, io sono una donna… ma perché queste domande? Perché volete sapere se sono una trans o no?”.

E sintetizza così il suo stato emotivo in quelle ore: “Io ero terrorizzata”. G. ci comunica la sensazione di essere stata umiliata e messa in discussione nella propria identità.

Il rimpatrio

Dopo ore interminabili, G. spiega di essere stata condotta verso il gate e informata che sarebbe ripartita: “Uno steward si avvicina e dice ‘G., devi tornare in Italia’”. A quel punto prova sollievo: “Sono felice”.

Qui entra un dettaglio centrale anche nella versione di Libellula: il rimpatrio avviene con un biglietto diverso da quello di rientro originario. “Mi accompagnano al gate, con il biglietto fatto da loro, un altro biglietto”. Dice inoltre che anche la valigia viene gestita dalle autorità: “La valigia la imbarcano loro”.

Arrivata a Roma, la attendono altri controlli. Dice che la polizia l’aspetta a Fiumicino e la porta in un ufficio. Qui, riferisce una domanda precisa: “Ce l’hai un certificato che ti hanno rilasciato?”. La risposta di G. resta sempre la stessa: “No… io non ho nulla”.

La compagnia aerea e l’ipotesi segnalazione

Nel suo racconto compare anche il tema della cosiddetta “blacklist”. G. riferisce che, sempre al rientro, le sarebbe stato comunicato che il suo nominativo risultava segnalato. Attribuisce questa informazione a quanto le sarebbe stato detto da uno steward: “Quando arrivo in Italia, i poliziotti mi aspettavano a Fiumicino perché loro mi avevano messo in blacklist, detto dallo steward della compagnia del Qatar”. Sulla segnalazione, precisa: “No, mi hanno segnalata loro. No, blacklist a Doha”, ribadendo più volte l’assenza di un atto scritto che lo confermi. Un punto che, anche nel suo racconto, resta centrale: il rimpatrio è avvenuto, ma senza – sostiene – una motivazione formale consegnata alla diretta interessata.  E a quanto pare neanche alle autorità italiane.

Quanto alla compagnia aerea, G. risponde in modo secco: “Qatar”. Spiega di averla contattata dopo l’accaduto per chiedere chiarimenti e valutare un rimborso, e riferisce che le avrebbero risposto che “Non è mai successa” una situazione simile.

Nel frattempo, G. ha svelato di aver già avviato un percorso legale: “Ho denunciato, sì, ho chiamato il mio avvocato”. E chiarisce quale sia l’obiettivo immediato: “Vuole la motivazione scritta della mia blacklist, la devono dare per iscritto”.

Una richiesta che, nel suo racconto, rappresenta oggi il punto fermo: ottenere una spiegazione ufficiale di quanto accaduto.

Panico, terapia aumentata, paura di volare

Il dopo è descritto come un crollo emotivo. “Sono arrivata alle 6:00 del mattino, piangevo, ero in preda a una crisi”, dice. Dice di essere rimasta “due-tre giorni a letto”, con “attacchi di panico e senza mangiare”. Spiega che già conviveva con depressione e aggiunge che, dopo quanto accaduto, “La dottoressa psichiatra mi ha aumentato la terapia”.

Anche il tentativo di tornare alla normalità si è rivelato difficile: “Ho provato ad andare in palestra, ma piangevo e tornavo a casa”, dice. E sintetizza così la sua condizione: “Sono terrorizzata anche a prendere un volo adesso, da sola… di viaggiare non se ne parla più”.

G. confessa di voler andare avanti, anche se la paura è ancora presente: “Devo ricominciare ad andare avanti”. Spiega che proverà a stare con persone fidate, a uscire di casa, a non isolarsi. E non nasconde il bisogno più urgente: che qualcuno spieghi cosa sia accaduto, e lo faccia per iscritto.

Perché, ripete, quello che manca è una motivazione scritta, un documento ufficiale che spieghi perché è stata fermata, umiliata e rimpatriata. Senza quello, dice, resta soltanto il trauma. E la sensazione di essere stata trattata “come una delinquente”, senza sapere perché.

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