Milena Gabanelli e la frase “mettersi a 90 gradi” con gli Usa: l’oscenità di Trump non giustifica l’espressione patriarcale

La frase “mettersi a 90 gradi” usata da Milena Gabanelli a TgLa7 riporta l’attenzione sul peso del linguaggio e sugli stereotipi patriarcali.

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Milena Gabanelli e quell'espressione “mettersi a 90 gradi”
Milena Gabanelli e quell'espressione “mettersi a 90 gradi”
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Durante una recente edizione del TgLa7, Milena Gabanelli ha commentato la posizione dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti in collegamento con Enrico Mentana. Nel farlo ha utilizzato l’espressione colloquiale “mettersi a 90 gradi”, riportando l’attenzione sul peso del linguaggio nell’informazione.

È una formula molto diffusa nella lingua italiana, che richiama un’immagine di sottomissione sessuale e che nel tempo è stata associata a rappresentazioni patriarcali, misogine e omofobe. Proprio questo aspetto ha riaperto una riflessione sul peso delle parole nel discorso pubblico e giornalistico.

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Il confronto tra Enrico Mentana e Milena Gabanelli a TgLa7

L’episodio è avvenuto durante l’edizione del TgLa7 delle 20 di lunedì 9 marzo. Enrico Mentana si è collegato con Milena Gabanelli per Data Room, la rubrica che la giornalista cura per il Corriere della Sera e che propone analisi dell’attualità politica nazionale e internazionale basate su dati e numeri.

Il dialogo si è concentrato sulla situazione internazionale in Medio Oriente, in particolare sull’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran e sulla risposta della Repubblica Islamica. Nel corso della conversazione è emersa anche la posizione dell’Italia, stretta tra il tentativo di non essere trascinata in un conflitto dagli esiti incerti e la volontà di mantenere un rapporto solido con Washington.

A un certo punto Mentana ha ricordato il legame storico tra Italia e Stati Uniti, sottolineando il debito simbolico legato alla liberazione dal nazifascismo. Il giornalista ha parlato esplicitamente di un ringraziamento dovuto agli americani “per averci liberato 80 anni fa”, un debito che, secondo lui, continua a pesare anche oggi mentre l’Europa si trova ad affrontare “il problema Trump”.

Gabanelli ha risposto riconoscendo il ruolo storico degli Stati Uniti, ma mettendo in discussione l’idea di una fedeltà automatica. Nel farlo ha utilizzato una frase che ha sorpreso lo stesso Mentana: 

“Mi pare che quello che è successo 80 anni fa è stato ripagato. Li abbiamo ringraziati. Continuiamo a ringraziarli, continuiamo, dobbiamo continuare a farci i conti, sono il paese il nostro più forte alleato. Però non è che Dio ci ha ordinato di metterci a 90”.

Subito dopo la giornalista ha criticato l’atteggiamento dell’ex presidente statunitense Donald Trump, affermando che il suo comportamento potrebbe risultare dannoso per l’Europa:

“Trump si sta comportando non da alleato, ma da nemico nostro, perché ci espone a una crisi energetica enorme, al rischio di una nuova ondata di profughi che entreranno dalla Turchia, poi in Grecia, poi risaliranno i Balcani, entreranno nel Mediterraneo e a un nuovo rischio terrorismo”.

E ha aggiunto:

“Quindi questo è un fatto molto grave e io spero e mi auguro che in questa situazione terribile i paesi europei trovino veramente la forza di fare muro e di unirsi in una strategia comune”.

 

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La frase “mettersi a 90 gradi” e il tema del linguaggio patriarcale

Il passaggio che ha fatto discutere riguarda proprio l’espressione “mettersi a 90 gradi”. Si tratta di un modo di dire ancora molto diffuso nel linguaggio colloquiale italiano, utilizzato per descrivere una condizione di subordinazione o di arrendevolezza nei confronti di qualcuno.

Proprio la sua diffusione lo rende spesso invisibile a chi lo usa. L’immagine su cui si basa rimanda però a una rappresentazione sessuale in cui la posizione di chi “sta a 90 gradi” diventa metafora di umiliazione o inferiorità.

Negli ultimi anni l’attenzione verso il linguaggio è cresciuta anche nel giornalismo e nella comunicazione. Espressioni di questo tipo vengono spesso rilette perché richiamano stereotipi patriarcali, misogini e omofobi radicati nella cultura popolare.

A colpire, per molti, non è tanto il contenuto politico dell’intervento di Gabanelli quanto il fatto che una formula di questo tipo arrivi da una giornalista da anni associata a un’area culturale progressista e attenta ai diritti civili.

Il linguaggio come specchio della cultura

A intervenire nel dibattito è stato anche Pasquale Quaranta, giornalista del gruppo GEDI e primo Diversity Editor nominato in una grande testata nazionale italiana. Da oltre vent’anni Quaranta lavora sui temi della responsabilità narrativa e della qualità del linguaggio nel giornalismo.

In un post pubblicato su Instagram, Quaranta ha invitato a riflettere sul significato implicito di alcune espressioni molto comuni nella lingua italiana. Scrive:

“Mettersi a 90 gradi. Prenderla in quel posto. Fare il fr**o col culo degli altri. Sono espressioni molto comuni nella lingua italiana. Le sentiamo – e a volte le usiamo – quasi senza accorgercene”.

Il punto centrale, secondo il giornalista, non è il politicamente corretto ma il modo in cui certe immagini linguistiche costruiscono significati culturali. “Se però le si guarda con un po’ di attenzione, succede una cosa curiosa: in tutte l’omosessualità diventa metafora di debolezza, sottomissione o ridicolo”.

E conclude con una riflessione più ampia sul ruolo delle parole: “Non è una questione di ‘politicamente corretto’. È solo una piccola lente su come funziona il linguaggio. A volte le parole raccontano più di quanto pensiamo”.

 

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La critica a Trump e la questione del linguaggio

Nel suo intervento Milena Gabanelli ha espresso una critica netta alla linea politica di Trump e alle possibili conseguenze per l’Europa. La giornalista ha parlato di rischi concreti, dalla crisi energetica alle nuove pressioni migratorie fino all’aumento delle tensioni legate alla sicurezza.

La sostanza del ragionamento riguarda quindi la politica internazionale e il rapporto tra Europa e Stati Uniti. Una posizione che può essere condivisa o meno, ma che rientra pienamente nel confronto politico e giornalistico.

La questione riguarda piuttosto il linguaggio utilizzato per esprimere quella critica. Molti modi di dire della lingua italiana, infatti, si basano su immagini che associano la sottomissione alla dimensione sessuale.

È la riflessione proposta anche dal giornalista Pasquale Quaranta, che ha osservato come molte espressioni del linguaggio quotidiano trasformino l’omosessualità in una metafora di debolezza o ridicolo. Un promemoria che riguarda anche il giornalismo. Perché il modo in cui si scelgono le parole non è mai neutrale e spesso rivela molto della cultura da cui quelle parole provengono.

© Riproduzione riservata.

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