Pasquale Quaranta, primo Diversity Editor italiano, con la fiaccola olimpica: “Le conquiste sono fragili, serve prendersene cura”

Dal Pride del 2005 di Salerno alla fiamma olimpica: vent’anni di impegno tra diritti, media e responsabilità collettiva. Pasquale Quaranta si racconta a Gay.it.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Pasquale Quaranta con la fiaccola olimpica
Pasquale Quaranta con la fiaccola olimpica
5 min. di lettura

Mentre sui media italiani la rappresentazione delle persone LGBTQIA+ continua a essere terreno di confronto, dibattito e talvolta arretramento, la figura di Pasquale Quaranta occupa un ruolo decisivo. Giornalista del Gruppo GEDI, primo Diversity Editor nominato in una grande testata nazionale, Quaranta da vent’anni lavora sulla qualità del linguaggio, sulla responsabilità narrativa e sulla costruzione di un’informazione capace di includere, proteggere e restituire complessità alle vite delle minoranze. Dal suo impegno nei Pride degli anni Duemila alla formazione professionale nelle redazioni, fino alle riflessioni più recenti sullo spazio pubblico e sul ruolo dei simboli, il suo percorso racconta un’Italia che cambia, ma anche quanto fragile resti ogni conquista.

La sua recente esperienza come tedoforo nel viaggio della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026, vissuta nella sua Salerno vent’anni dopo il primo Pride cittadino, è diventata per lui una lente attraverso cui osservare il rapporto tra memoria, progresso e responsabilità collettiva. Un momento che apre nuove domande sullo stato dell’informazione, sul significato dei simboli e sul modo in cui le comunità possono riconoscersi nello stesso spazio pubblico.

Con Pasquale Quaranta abbiamo parlato di tutto questo: del futuro del giornalismo inclusivo, della delicatezza del ruolo di Diversity Editor, dei rischi e delle opportunità in una fase delicata per il Gruppo GEDI, del rapporto tra simboli e diritti, e di cosa significhi oggi “tenere accesa la luce” senza mettersi al centro.

Pasquale Quaranta

È stato un gesto inclusivo quello di volere (anche) te per portare la fiaccola olimpica: secondo te com’è nata questa idea di coinvolgere una persona LGBTQIA+ così in vista ed impegnata nelle battaglie?

La proposta è arrivata nel contesto del Viaggio della Fiamma Olimpica verso Milano-Cortina 2026 e, lo ammetto, all’inizio mi ha sorpreso. Anch’io avevo in testa un’idea piuttosto diffusa: che a portare la fiaccola fossero soprattutto atleti. Non avevo chiaro come avrei vissuto quel momento. Poi ho ricordato che la staffetta olimpica, fin dalla sua storia moderna, coinvolge anche cittadini e cittadine comuni, scelti per ciò che rappresentano nel loro impegno pubblico.

Per come la leggo io, questa scelta si collega al percorso che ho fatto negli anni come giornalista e diversity editor nel gruppo Gedi, in particolare negli ultimi quattro anni a La Stampa. Un lavoro che non si è concentrato sui simboli, ma prima di tutto sulle pratiche, in particolare sulla formazione. Ho contribuito a costruire corsi accreditati dall’Ordine dei giornalisti, insieme alle associazioni di categoria, per riflettere su linguaggi e narrazioni quando si raccontano persone e comunità che ancora oggi possono essere esposte a stereotipi o discriminazioni. È una questione che resta aperta anche oggi, anche nel nostro lavoro quotidiano.

È un lavoro che considero apertissimo, non concluso. Proprio perché la complessità resta, e perché anche oggi emergono talvolta titoli o racconti che ci ricordano quanto ci sia ancora da fare. In parallelo, nei progetti legati al Pride sostenuti negli anni a Torino, una parte delle risorse è stata destinata a realtà locali come ToHousing e al progetto Porto Sicuro di Arcigay Torino. Per me questo passaggio è essenziale: che i simboli abbiano ricadute concrete e verificabili sul territorio.

Il fatto che nei prossimi giorni porterà la fiaccola anche il direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, rafforza questa lettura. Non come riconoscimento individuale, ma come segnale di un percorso collettivo. Non è una storia eccezionale, ma una storia possibile.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Pasquale Quaranta (@p40it)

Sei passato davanti al Comune di Salerno con la fiaccola olimpica: 20 anni fa il primo Pride del 2005 sfilava proprio là davanti. Cos’è cambiato? Questa fiaccola illumina un percorso di progresso davanti a noi? O forse no?

Davanti al Comune di Salerno ho rallentato il passo quasi senza accorgermene. Vent’anni fa passare lì con il Pride significava muoversi in uno spazio carico di incertezze: nulla era garantito, né l’ascolto né il riconoscimento istituzionale. Allora non sapevamo se le cose sarebbero cambiate, né in che direzione.

Passarci oggi con una fiaccola olimpica, annunciato e riconosciuto, è stato emozionante. Ma non l’ho vissuto come un traguardo. Piuttosto come un promemoria: di quanto siano fragili le conquiste quando smettiamo di prendercene cura.

Non credo a un’idea lineare di progresso. I diritti avanzano, si fermano, a volte arretrano. Per questo, per me, quella fiaccola non illuminava una vittoria definitiva, ma una responsabilità continua. È qualcosa che riguarda tutti, non solo chi ha vissuto quei passaggi in prima persona.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Nel tuo racconto parli del rispetto legato alla divisa e al simbolo che rappresentava: cosa intendi?

Intendo qualcosa di molto concreto. Nessuno sapeva chi fossi, ma tutti riconoscevano quella tuta. La fiamma, la scorta, il contesto creavano uno spazio di attenzione immediato. Non era rispetto per la persona, ma per ciò che stava passando.

Questo mi ha fatto riflettere su come funzionano i simboli nello spazio pubblico: possono creare silenzio, sospensione, ascolto. Allo stesso tempo ti ricordano che quel rispetto non è tuo, non ti appartiene. È legato a una cornice collettiva, e proprio per questo va attraversato con cura. Ognuno, nel proprio ruolo, può fare la propria parte.

Hai definito questa esperienza un gesto semplice ma anche militante: in che modo questa cerimonia si lega al tuo ruolo di giornalista e diversity editor e alla tua idea di spazio pubblico e comunità?

Definisco questa esperienza militante non perché sia conflittuale, ma perché non è neutra. Attraversare lo spazio pubblico con un simbolo significa rendere visibile una presenza, e lo spazio pubblico non è mai neutro: riflette equilibri, accessi, riconoscimenti.

Nel mio lavoro di giornalista e diversity editor cerco di interrogarmi proprio su questo: su come linguaggi, immagini e scelte editoriali rendano lo spazio comune più o meno abitabile. Non si tratta di occupare il centro, ma di allargarlo.

Portare la fiaccola, per come l’ho vissuta, è stato simile a questo lavoro quotidiano: custodire qualcosa che non è tuo e che ha senso solo se condiviso. È stato un gesto semplice, perché concreto. Ed è stato militante perché parla di comunità e responsabilità.

In bocca al lupo per tutte le vicende legate al Gruppo GEDI e alla possibile nuova acquisizione: sei ottimista?

In una fase come questa preferisco restare cauto. Le dinamiche societarie fanno parte della vita di un grande gruppo editoriale, ma per chi lavora ogni giorno nelle redazioni il punto resta sempre lo stesso: le ricadute sul lavoro, sull’autonomia professionale e sulla qualità dell’informazione.

Personalmente credo sia importante mantenere l’attenzione su questi aspetti, senza fare previsioni o commenti su scenari che non dipendono da noi. Il giornalismo si difende soprattutto tutelando chi lo fa, ogni giorno. Ed è una responsabilità che riguarda tutti, non solo chi ha ruoli visibili.

In fondo è lo stesso principio della staffetta olimpica: i tedofori sono 10.001. E quell’“uno” non ero io, ma ciascuno di noi, per un attimo. Perché alla fine quello che resta non è la fiamma in sé, ma come scegli di tenerla accesa, insieme agli altri.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.