Iran, attivista LGBTIQ+: “Non ringraziamo Trump, questa guerra non ha a che fare con diritti e democrazia”

"La guerra amplifica le discriminazioni" scrive l'ong 6Rang. Intervistata da Domani, Shadi Amin spiega la complessità del quadro iraniano.

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Shadi Amin di 6Rang e il comunicato apparso sui social dell'associaizone.
Shadi Amin di 6Rang e il comunicato apparso sui social dell'associaizone.
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Sotto le bombe di Stati Uniti e Israele, i post dell’associazione LGBTIQ+ iraniana in esilio 6Rang (il video del discorso di Ahmadinejad a Columbia, la foto di Khamenei con il sottofondo “The End”) avevano già detto molto, senza quasi usare parole. Ora Shadi Amin, fondatrice dell’organizzazione, attivista LGBTQ, ricercatrice e autrice, parla in prima persona in un’intervista a Domani, che fornisce strumento di analisi sulla complessità del quadro, mentre le polarizzazioni agitate dalle destre guerrafondaie vorrebbero ridurre la realtà a uno scontro tra buoni e cattivi. Compito della stampa è fornire elementi di complessità, a beneficio di noi cittadin*. Lo fa molto bene l’intervista di Domani, raccolta da Simone Alliva.

Venti secondi di danza, poi la realtà

La domanda più diretta è quella che molti si sono fatti: hai festeggiato per la morte di Khamenei? Amin risponde senza ipocrisie.

“Sì, ho ballato quando ho saputo della sua morte, ma solo per circa 20 secondi, per registrare un video di solidarietà con il popolo. Qualsiasi momento di soddisfazione, però, è breve e offuscato dalla sofferenza dei civili e dalla distruzione delle nostre città”

Una risposta che rispecchia esattamente il tono dei post di 6Rang su Instagram: né euforia, né lutto performativo. Una lucidità difficile da mantenere in mezzo al rumore.
Su Ahmadinejad, il presidente che nel 2007 alla Columbia University disse al mondo “In Iran non abbiamo omosessuali“, Amin è altrettanto netta: le notizie sulla sua morte restano contrastanti, alcune fonti suggeriscono possa essere ancora vivo. In ogni caso, aggiunge, “qualsiasi momento di soddisfazione è offuscato dalla sofferenza dei civili“.

La guerra amplifica le discriminazioni

 

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In queste ore la stessa 6Rang ha pubblicato un comunicato che delinea con precisione l’incompatibilità delle azioni di guerra con la lotta alle discriminazioni. L’ong LGBTIQ+ iraniana scrive così:

La guerra intensifica la violenza, ma allo stesso tempo può anche rendere più evidente la discriminazione nascosta. In tali situazioni, i gruppi che già affrontano disuguaglianze sono più vulnerabili: le donne che si trovano ad affrontare vincoli strutturali, le minoranze etniche che non hanno pari accesso alle opportunità, le persone con disabilità che incontrano più ostacoli rispetto ad altri in situazioni di crisi, i migranti e i rifugiati che vivono con lo stigma sociale e i membri della comunità LGBT+ che, oltre alla pressione sociale, affrontano l’insicurezza giuridica e la paura che la loro identità venga rivelata.
Il punto importante è che queste discriminazioni non sono separate l’una dall’altra. A volte un individuo subisce diversi tipi di discriminazione contemporaneamente e, in situazioni di crisi e guerra, questo può renderlo ancora più vulnerabile.
Non è possibile affrontare la discriminazione solo con la legge, sebbene una legge equa sia essenziale. Il cambiamento parte da tre punti: consapevolezza, dialogo, empatia e solidarietà pratica.
Consapevolezza significa rivedere stereotipi e pregiudizi e non accettare ogni narrazione senza esaminarla e metterla in discussione.
Dialogo significa essere in grado di ascoltare esperienze diverse senza denigrarle o escluderle. Ed empatia significa non considerare “un problema altrui” quando un diritto di gruppo viene violato.
E solidarietà pratica significa stare uniti.
In tempi in cui la guerra e i bombardamenti gettano un’ombra sulla vita delle persone, ricordare l’uguaglianza degli esseri umani, la sensibilità ai discorsi e alle azioni discriminatorie e il bisogno di empatia diventano ancora più importanti.
La discriminazione sopravvive proprio dove c’è indifferenza e si indebolisce proprio dove le persone decidono di stare insieme e mostrare sensibilità a qualsiasi discriminazione senza tensioni.

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Nessun grazie a Trump

Alla domanda se il popolo (LGBTIQ+ e non solo) iraniano debba ringraziare Trump, Amin è categorica:

“Non intendo ringraziarlo. Ha ripetutamente detto che questa guerra non ha nulla a che fare con la democrazia o i diritti umani”

Pretendere gratitudine non ha senso. Questa non è la guerra del popolo iraniano: è un conflitto tra governi, nel quale la Repubblica Islamica non è solo vittima ma è stata anche uno dei motori dell’escalation. Prima dell’attacco, ricorda Amin, le richieste di intervento militare venivano da una piccola minoranza, in particolare dal campo monarchico attorno a Reza Pahlavi, figlio dell’ex Scià, che invocava un’azione diretta di Israele e Stati Uniti. Le dichiarazioni di Trump a sostegno dei manifestanti avevano alimentato aspettative irrealistiche: molti in Iran credevano che un intervento esterno fosse imminente. Oggi quelle aspettative si sono trasformate in missili sulle città iraniane, e il rischio concreto, secondo Amin, è una catastrofe umanitaria in un conflitto destinato ad allargarsi.

Il pericolo più immediato: i prigionieri politici

La parte più urgente dell’intervista riguarda infatti cosa potrebbe accadere adesso. Se il regime non crolla, o se semplicemente crede che il crollo si stia avvicinando, potrebbe scatenare ritorsioni brutali sui prigionieri politici e i manifestanti. Un pericolo “che la comunità internazionale deve prendere molto seriamente“, dice Amin, citando esplicitamente Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace ancora detenuta in Iran.

Le voci queer si perdono nelle esplosioni

Amin ha parlato con due persone rimaste in Iran prima che venisse interrotto l’accesso a internet. Entrambe temevano che, nonostante la guerra, la Repubblica Islamica potesse sopravvivere e che gli Stati Uniti potessero alla fine negoziare con un regime indebolito piuttosto che abbatterlo. “Le nostre voci si perdono nel fumo, nella polvere, nelle esplosioni e nei lamenti“, dice. “L’ombra della morte rende invisibile ogni richiesta di dignità umana“. È questa la condizione della comunità LGBTIQ+ iraniana in questo momento: invisibile non per scelta, ma per sopravvivenza.

Khamenei è morto, la Repubblica Islamica no

Il punto politico più importante che Amin solleva è uno solo, e vale la pena sottolinearlo: “Khamenei è morto, ma la Repubblica Islamica è ancora viva“. Il figlio Mojtaba è già stato indicato come successore, e probabilmente agirà da difensore degli interessi della Guardia Rivoluzionaria. Il sistema è ferito, non abbattuto. Il movimento Donna, Vita, Libertà, la rivoluzione che aveva incendiato l’Iran tra il 2022 e il 2026, rischia ora di vedere i propri risultati politici sacrificati sull’altare di negoziati tra potenze che non hanno mai avuto a cuore i diritti delle donne, delle persone queer, delle minoranze. Shadi Amin lo sa. E continua a dirlo.

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