Un incontro fissato tramite una app di incontri si è trasformato ancora una volta in un’aggressione violenta e improvvisa. È accaduto a Sovizzo, in provincia di Vicenza, dove un uomo di 42 anni ha denunciato ai carabinieri di essere stato picchiato da uno sconosciuto dopo un appuntamento online. Un episodio inquietante, dai contorni ancora da chiarire, che riporta al centro il tema della sicurezza nelle dating app gay e della possibile matrice omofoba dietro alcune aggressioni.
In questo articolo
- 1 Sovizzo: appuntamento su un’app di incontri e l’agguato nella notte
- 2 Il racconto dell’aggressione
- 3 Bloccato e picchiato ancora: “Continuava a colpirmi”
- 4 L’intervento dei carabinieri e la descrizione dell’aggressore
- 5 Nessuna rapina: il sospetto di un’aggressione omofoba
- 6 “Altri episodi simili”: il silenzio e la paura di denunciare
- 7 La denuncia e le indagini in corso
- 8 Sicurezza nelle dating app e violenza omofoba: gli ultimi casi
Sovizzo: appuntamento su un’app di incontri e l’agguato nella notte
Secondo quanto riportato da Il Giornale di Vicenza, i fatti risalgono alla notte del 26 gennaio scorso, ma sono emersi solo in questi giorni. La vittima, un impiegato vicentino di 42 anni identificato con le iniziali I.P., aveva fissato un incontro con un uomo conosciuto su una app di dating gay.
L’appuntamento era stato concordato intorno a mezzanotte e mezza nei pressi di un residence in via Valgrossa, a Sovizzo. Un luogo che, almeno inizialmente, non aveva destato particolari sospetti nella vittima.
“Mi sono reso conto solamente dopo di quanto io sia stato leggero, perché non avevo chiesto nemmeno un numero di cellulare”, racconta l’uomo. “Tuttavia avevo controllato su internet la zona in cui era stato fissato l’incontro e mi sono tranquillizzato essendo un residence con più abitazioni. Pensavo abitasse lì”.
Arrivato sul posto, il 42enne individua una persona che sembra attenderlo e parcheggia nelle vicinanze. Ma pochi istanti dopo, la situazione precipita.
Il racconto dell’aggressione
Il racconto della vittima è preciso e drammatico. L’aggressione sarebbe avvenuta senza alcun preavviso, senza uno scambio di parole, in modo del tutto improvviso: “Sono sceso dall’auto, e ho fatto il giro per prendere lo zainetto che era sul sedile del passeggero, nel mentre ho chiesto scusa perché ero in ritardo di una decina di minuti. Non ho fatto nemmeno in tempo a guardarlo in faccia che lui, bofonchiando qualcosa di incomprensibile, ha iniziato a sferrarmi pugni al collo e in testa”.
Colpito violentemente, il 42enne reagisce d’istinto cercando di mettersi in salvo. “Io mi sono messo subito ad urlare e sono corso verso le abitazioni del residence”, spiega. Ma la fuga viene interrotta.
Bloccato e picchiato ancora: “Continuava a colpirmi”
L’aggressore riesce a raggiungerlo e lo blocca all’altezza di un cancello, continuando a colpirlo. Una scena che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi.
“Ora che ci penso a freddo, era anche piuttosto goffo, forse era sotto l’effetto di stupefacenti. Altrimenti avrebbe potuto davvero farmi molto male”, racconta la vittima.
Le urla però si rivelano decisive. L’aggressore, dopo alcuni istanti, desiste e si dirige verso l’auto del 42enne. A quel punto l’uomo riesce a reagire con lucidità: “Io ho avuto la prontezza di chiuderla col telecomando e poi di scavalcare il cancello. Mi amareggia che nessuno mi abbia aperto”.
Subito dopo, la chiamata ai carabinieri.
L’intervento dei carabinieri e la descrizione dell’aggressore
Le forze dell’ordine arrivano sul posto in breve tempo. Secondo quanto riferito alla vittima, la segnalazione era già partita anche da alcune persone presenti nel residence, allertate dalle urla. “I carabinieri sono stati gentilissimi, mi hanno prima calmato e rassicurato e poi hanno chiesto informazioni sull’aggressore”, racconta l’uomo.
La descrizione fornita è però limitata: “Ricordo solo che era di colore e che aveva il cappuccio e una felpa bianca e tortora”.
Le indagini sono attualmente in corso per risalire all’identità dell’aggressore.
Nessuna rapina: il sospetto di un’aggressione omofoba
Uno degli elementi più rilevanti del caso è che non sarebbe stato sottratto nulla alla vittima. Un dettaglio che allontana, almeno in parte, l’ipotesi di una rapina. Dopo l’aggressione, il 42enne si reca in ospedale per gli accertamenti. Proprio lì, mentre è in attesa, decide di segnalare immediatamente il profilo dell’aggressore sull’app di incontri.
“Ho segnalato subito sull’applicazione il profilo del mio aggressore e scritto anche nei commenti di evitarlo. Subito mi hanno risposto due persone ringraziandomi perché avevano appuntamento con lui nei giorni immediatamente successivi”, svela.
Un elemento che apre scenari ancora più inquietanti: la possibilità che l’uomo utilizzi le piattaforme di dating per attirare potenziali vittime.
“Il fatto strano è che non mi ha rubato nulla. Io credo si sia trattato di un’aggressione omofoba”, afferma con convinzione la vittima.
“Altri episodi simili”: il silenzio e la paura di denunciare
Dopo aver raccontato pubblicamente la propria esperienza, il 42enne dice di aver ricevuto confidenze da parte di amici e conoscenti che avrebbero vissuto situazioni analoghe.
“Nei giorni successivi mi è capitato di parlarne con dei miei amici e, solo dopo che sono uscito allo scoperto con la mia brutta esperienza, mi hanno confidato di aver subito episodi simili in passato. Rapine in casa, percosse. In un caso addirittura i rapinatori hanno lasciato la vittima mezza nuda in strada”, dice.
Un racconto che evidenzia un possibile fenomeno sommerso, spesso non denunciato per paura o vergogna. “E stiamo parlando delle nostre zone… ma credo che ci sia vergogna a denunciare questi episodi, come invece ho fatto io”.
La denuncia e le indagini in corso
La vittima ha formalizzato la denuncia presso i carabinieri, che hanno avviato le indagini. In caserma gli sarebbero state mostrate anche alcune foto segnaletiche nel tentativo di identificare l’aggressore.
Al momento non risultano arresti, ma gli inquirenti stanno lavorando per ricostruire l’accaduto e verificare eventuali collegamenti con altri episodi simili.
Nel frattempo, il 42enne ha deciso di cambiare le proprie abitudini digitali: “Io intanto ho cancellato immediatamente il profilo e di certo starò molto più attento in futuro. Rabbrividisco al pensiero di cosa sarebbe accaduto se i malintenzionati fossero stati 3 o 4. A me, alla fine, è andata anche bene”.
Sicurezza nelle dating app e violenza omofoba: gli ultimi casi

Il caso di Sovizzo riaccende l’attenzione su due questioni centrali: la sicurezza nelle piattaforme di incontri gay e la possibilità che alcune aggressioni siano motivate da odio verso le persone LGBTQIA+. L’assenza di un movente economico chiaro, unita alla dinamica dell’agguato e al contesto dell’incontro, alimenta il sospetto di una violenza mirata. Episodi simili, spesso difficili da tracciare, restano in parte sommersi proprio per la reticenza delle vittime a denunciare.
Negli ultimi mesi, anche Gay.it ha raccontato diversi casi che mostrano quanto il fenomeno sia tutt’altro che isolato. A febbraio, a Galliate, in provincia di Novara, un uomo di 37 anni è stato attirato con un appuntamento su una dating app gay e poi minacciato con una pistola e un machete, costretto a prelevare denaro a un bancomat e infine picchiato.
A marzo, a Chivasso, un ragazzo di 18 anni ha denunciato una violenza sessuale dopo un incontro organizzato online con un uomo molto più grande: secondo il suo racconto, dopo un primo approccio consensuale, al suo rifiuto sarebbe seguito il pestaggio e poi lo stupro. Sempre a marzo, a Roma, tre giovani sono stati arrestati con l’accusa di aver organizzato almeno nove aggressioni ai danni di uomini gay contattati tramite app di incontri: secondo gli investigatori, le vittime venivano attirate con la promessa di un incontro sessuale, poi rapinate e minacciate anche con il ricatto dell’outing per impedirne la denuncia.
Pochi giorni dopo, a Rimini, si è chiuso con una condanna il processo a una coppia accusata di aver adescato uomini gay ed etero sulle app per poi rapinarli, in alcuni casi con la complicità di una terza persona e con modalità ormai descritte dagli inquirenti come un sistema rodato.
Messi insieme, questi episodi delineano un quadro preoccupante: le dating app, che per molte persone LGBTQIA+ rappresentano uno spazio di socialità e libertà, possono trasformarsi in un terreno di vulnerabilità quando vengono usate per adescare, colpire o intimidire. In alcuni casi il movente appare economico, in altri emerge con più forza il sospetto di una matrice omofoba. Il punto comune resta la fragilità in cui vengono spinte le vittime, spesso esposte anche alla paura del giudizio, del ricatto o dell’outing. Ed è proprio questo intreccio tra violenza, vergogna e silenzio a rendere il fenomeno ancora più difficile da far emergere.


